sabato, Ottobre 23

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Buratto, fili e bastoni

Domani, nei prestigiosi spazi del cinquecentesco Palazzo Assessorile di Cles (Trento), verrà inaugurata la mostra ‘Buratto, fili e bastoni. Marionette e burattini dal Cinquecento all’arte contemporanea che rimarrà aperta al pubblico fino al 28 settembre.
La mostra –curata da Pietro Weber e Marcello Nebl, con la collaborazione dei collezionisti Vittorio Zanella e Rita Pasqualini– presenta una selezione di oltre 500 pezzi da una delle principali raccolte mondiali di marionette e burattini, la collezione Zanella/Pasqualini conservata al Museo di Budrio, vicino a Bologna. Sono esposti non solo marionette, burattini e pupi delle più importanti dinastie di burattinai italiani (i ferraresi/torinesi Lupi, i milanesi Colla, i veneziani Labia e Zane, il piemontese Rame, i bolognesi Cuccoli, i modenesi Preti, i parmensi Ferrari e i mantovani Sarzi) che descrivono quattro secoli di storia, partendo dalla marionetta raffigurante Carlo Magno del 1580 di Pietro Datelin, passando per l’Amleto settecentesco di Pietro Resoniero, fino al burattino ottocentesco raffigurante Garibaldi di Augusto Galli o al pupo Orlando di Sebastiano Zappalà, ma anche scenografie, preziosi teatrini come quello appartenuto al futuro re di Savoia Vittorio Emanuele II, antichi bagagli di lavoro dei burattinai, case-giocattolo, ombre e oggetti di scena del teatro di figura. Si potrà perciò ammirare tutto quello che serviva al burattinaio e marionettista per fare il proprio mestiere, portando nelle varie comunità locali storie, racconti, fantasia e divertimento.

Tutte queste opere d’arte del teatro di figura sono messe in stretto collegamento con la rappresentazione artistica contemporanea, pitture e sculture di alcuni fra i principali artisti della scena italiana ed internazionale del Novecento, come per esempio Andy Warhol, Keith Haring e James Brown, che rappresentano nei loro lavori quegli aspetti popolari, di strada, propri anche del teatro di figura. Il primitivo ruolo totemico e sacrale della marionetta viene anche messo in rapporto con le opere di tre artisti della Transavanguardia: Mimmo Paladino, Enzo Cucchi e Sandro Chia, ma anche altri maestri viventi (come Giorgio Ramella, Luigi Stoisa, Mario Surbone, Pietro Weber, Paolo Tait, Franco Rasma, Marcovinicio ed Enzo Obiso, tanto per citarne alcuni) vengono chiamati apposta a reinterpretare la marionetta, le sue funzioni, le sue passioni, la sua storia ed il suo fascino.

L’esposizione vuole quindi raccontare il fascino delle marionette e dei burattini, non solo come specchi complessi, a volte un po’ grotteschi, dell’essere umano, ma anche come delle vere e proprie opere d’arte che, grazie alla mescolanza di pittura, scultura, sartoria ed architettura, risultano degne di essere messe in rapporto con altri lavori realizzati da grandi artisti nel corso del Novecento, o ancora viventi.

La marionetta nasce, fin dalle sue origini nell’antica Grecia, come simbolo di potere da parte dei sacerdoti, animatori non visti di tali figurette, con l’azione delle quali accrescevano la devozione e il timore religioso dei fedeli; e tale carattere manterrà nel tempo, anche quando, persa l’eventuale funzione religiosa nei drammi sacri, la ritroveremo nel Settecento usata presso le corti aristocratiche soltanto come fonte di divertimento. Essa ha come caratteristica d’essere a figura intera. Si definisce marionetta infatti tutto ciò che nel teatro d’animazione, o teatro di figura, viene mosso dall’alto verso il basso, tramite fili o una stecca di ferro agganciata alla testa (metodo Lupi), e con altri fili attaccati alle membra. Le teste e le mani sono scolpite e costruite in legno di cirmolo. I punti dove si annodano i fili servono a far loro assumere le più varie e strane posizioni del corpo umano quando è in movimento. Le braccia sono per lo più di stoffa, somigliano a dei salsicciotti imbottiti di segatura, inchiodate in alto sulle spalle, con attaccati in basso gli avambracci di legno, che fanno un tutt’uno con le mani, oppure solo queste ultime sono scolpite, sempre nel cirmolo. Fra le dita si trovano dei ferretti che impediscono ai fili delle altre marionette d’impigliarsi durante l’animazione, con conseguente impossibilità di distacco fra loro. Le gambe sono di legno, con l’articolazione al ginocchio, e a volte anche alla caviglia, per muovere il piede, e sono attaccate al corpo con un filo di ferro, separate fra loro da una sporgenza di legno. Sia nei polsi che nelle suole dei piedi vengono collocati dei piombini, che come contrappesi danno equilibrio al gesto e alla camminata. Le teste raggiungono a volte un realismo impressionante e non hanno il buco nel collo come i burattini per infilarvi il dito indice da parte del burattinaio. In alto i fili vengono annodati alla crociera o bilancino, che può essere orizzontale oppure verticale, a seconda della zona geografica d’appartenenza. La crociera o bilancino viene tenuta in mano dal marionettista che, a seconda di quale filo tocca con l’altra mano, fa compiere un determinato movimento alla marionetta stessa. Il mestiere del marionettista era più costoso di quello del burattinaio e presumeva famiglie patriarcali molto numerose, poiché le marionette si animano da un ponte o doppio ponte, difficilmente trasportabile: pertanto anticamente queste compagnie erano stanziali, soprattutto nelle grandi città del nord d’Italia e con qualche eccezione anche nella capitale. Lavoravano in teatri veri e propri, anche se di ridotta quantità di posti a sedere, con costi di gestione equivalenti a quelli dei teatranti e quindi molto onerosi. Era il pubblico che raggiungeva le Compagnie. Esse si tramandavano il mestiere di padre in figlio e, a seguito della legge salica, solo i primogeniti maschi potevano ricevere il patrimonio alla morte dei padri, cosìcche molte Compagnie di marionettisti davano lo stesso nome del padre al primogenito, che vi aggiungeva poi il numero romano relativo alla discendenza (I; II; III, ecc.).

In contrapposizione con quanto già detto, il burattino nasce invece comegiornalista del popolo’ e si sposta alla ricerca di pubblico: attraverso la sua satira pungente, quando i media non esistevano, i burattinai con i loro strumenti di lavoro raccontavano e commentavano di piazza in piazza le cronache del tempo. Anche a livello strutturale si nota la totale diversità fra marionette e burattini: le prime, il più possibile somiglianti all’uomo, con i fili invisibili che le fanno muovere dall’alto verso il basso; i secondi sproporzionati, quasi idrocefali, direttamente animati dal burattinaio dal basso verso l’alto, quasi a diventare un suo prolungamento. I burattini in genere, strettamente collegati alla cultura popolare contadina, evidenziano e rappresentano i vari caratteri e difetti umani. Anche nell’etimologia del nome si conferma questo legame: burattino deriva da ‘buratto’, la stoffa grezza che veniva usata come setaccio, cioè per ‘burattare’ o ‘abburattare’, separare col ‘buttarello’ la farina dalla crusca. Altri vogliono la derivazione del nome burattino provenire invece da burro, ossia da mantecare – imburattare – buratto- burattino.

Il corpo del burattino è composto da due strati. Il primo, quello interno, è di stoffa rigida (anticamente canapa) con le cuciture fuori; il secondo, quello esterno visibile dal pubblico, è l’abito, quello che identifica il personaggio. La parte interna – guanto- si cuce sulla misura della mano del burattinaio. A questo guanto, detto ‘buratto’, s’inchiodano con le ‘semenzine’ la testa e le mani, solitamente in legno di cirmolo, olmo, pioppo o faggio. In fondo, dove si infila la mano, nella parte dietro rispetto la faccia del burattino, si cuce un gancio o un anello per appenderlo a testa in giù all’asse dei burattini, dove si trovano ganci a elle o il righetto, a seconda delle zone geografiche. E’ chiaro in definitiva che il gioco dei burattini, come divertimento dei poveri, nasce nelle campagne, dove durante le lunghe e fredde notti dell’inverno, quando non c’era più molto da fare, i contadini intagliavano nei ciocchi di legno le teste e le mani, le mogli cucivano i vestiti e i buratti e, tirando una corda tra una colonna e l’altra della stalla, imbracciavano i burattini animandoli per il proprio contado.

Il pupo invece è un tipo particolare di marionetta: mosso dall’alto verso il basso (nell’area orientale della Sicilia) o di lato (nell’area occidentale), con due stecche di ferro ed un filo. Il ferro che sorregge il pupo passa in mezzo alla testa, che è forata fino al collo, s’aggancia al corpo infilandosi nuovamente nel collo in un secondo foro. Il ferro in alto è piegato a gancio, così da poter appendere il pupo in posizione eretta di riposo. L’intera struttura del pupo è sempre realizzata col legno. Tutte le parti del corpo sono agganciate fra loro con del filo di ferro; le braccia sono di stoffa, attaccate agli avambracci di legno. Le corazze, gli scudi e gli elmi coi cimieri sono realizzati a sbalzo, con lastre di metallo (rame), ed intarsi di altri materiali (ottone e alpacca). Le teste e le mani sono prevalentemente scolpite nel legno, ma esistono anche in ceramica e carta pesta. Il teatro dei pupi ha origini meridionali (Regno delle Due Sicilie), ma è autoctono dell’intero stivale, non d’influenza borbonica.

Abbiamo intervistato sull’argomento Marcello Nebl, curatore della mostra insieme a Pietro Weber.

Nebl, come mai una mostra con un argomento così insolito?
La mostra è nata inizialmente in maniera quasi casuale. Io, e l’altro curatore Pietro Weber, che è un’artista trentino che lavora in tutta Italia e fa principalmente il ceramista, abbiamo conosciuto un collezionista bolognese di marionette e burattini, Vittorio Zanella, che ci ha mostrato questo suo enorme patrimonio: parliamo di circa 10.000 tra marionette e burattini, che vanno dal Cinquecento fino ai primi del Novecento. Da anni ormai io e Pietro Weber organizziamo delle mostre in cui associamo opere d’arte contemporanee ad oggetti di uso comune (come per esempio lo scorso anno le biciclette storiche), o altrimenti anche ad oggetti inusuali e particolari. Quest’anno abbiamo deciso di mettere assieme queste marionette e burattini (che sono tra l’altro delle opere d’arte incredibili, in quanto costituiscono un insieme di architettura, scultura e pittura e oggetti che hanno tutto dentro di sé, a livello artigianale e artistico), a confronto con opere d’arte contemporanee, sia di autori noti del Novecento (parliamo di Andy Warhol, Keith Haring, Paladino, Cucchi e Fontana), sia artisti contemporanei italiani viventi, che hanno lavorato direttamente sul mito di marionette e burattini, realizzando delle opere d’arte su questo tema. All’interno della mostra vi sono quindi, sui quattro piani del Palazzo Assessorile, sia marionette, burattini e pupi, sia le opere d’arte contemporanee che dialogano in maniera molto stretta, e se vogliamo simpatica, perché una mostra di questo tipo ha anche un aspetto giocoso, che trasmette allegria ed è adatto a tutti.

In mostra è esposta una selezione di 500 pezzi da una delle raccolte mondiali di marionette e burattini, la collezione Zanella/Pasqualini dal Museo di Budrio (Bologna). In base a quale criterio è stata effettuata questa scelta?
Come dicevo, la scelta è stata effettuata in maniera quasi casuale, nel senso che io e Pietro Weber, l’altro curatore, abbiamo conosciuto il collezionista per via di tutta una serie di amicizie, contatti, ecc. È partita da lì l’idea di creare una mostra di questo tipo, non siamo andati noi a monte a individuare la principale collezione di burattini e marionette. Ogni anno cerchiamo qualcosa di particolare, di inusuale, da associare all’arte contemporanea. La scelta è stata quasi casuale: la fortuna è stata innanzitutto quella di poter conoscere e confrontarsi con Vittorio Zanella, che è insieme un grande collezionista, un marionettista e anche un burattinaio, ossia fa anche questo di mestiere; ma poi anche di avere a che fare con questa grandissima collezione, nella quale sono raccolti i pezzi di tutte le principali famiglie di burattinai, di marionettisti e di pupari italiani a partire dal Cinquecento, ossia dagli albori di questo tipo di arte, fino ai primi del Novecento. Abbiamo quindi i Rame, i Colla, i Lupi, e tutte le altre dinastie di marionettisti e burattinai, con degli esemplari assolutamente rari e molto particolari, come per esempio marionette appartenute e utilizzate da Goldoni, o le prime marionette profane del Cinquecento, ossia quelle che vennero utilizzate per la prima volta per fare spettacoli non legati ai Vangeli o comunque al sacro, ma per raccontare e narrare delle storie di tipo laico. Abbiamo poi pezzi speciali come i teatrini (si veda quello appartenuto a Vittorio Emanuele II, quindi risalente agli anni venti dell’Ottocento, utilizzato dal futuro re di Savoia per giocare), quindi i materiali sono tanti e molto rari. Tutti gli oggetti in mostra sono messi in rapporto, o si confrontano, con le opere d’arte degli artisti contemporanei, che ho citato prima, appese alle pareti.

Qual è l’importanza della raccolta bolognese Zanella/Pasqualini a Budrio?
L’importanza è data proprio dall’unicità e dalla completezza dei pezzi che compongono la collezione: infatti essa va a coprire quello che è l’intero panorama della storia del teatro di figura italiano. Il teatro di figura italiano è quello più importante in assoluto: è un tipo di arte che è soprattutto nostra. Nella raccolta Zanella/Pasqualini del Museo di Budrio sono presenti tutte le famiglie di tutti i diversi momenti storici; noi portiamo in mostra a Cles in Trentino oltre 500 pezzi di tale collezione. L’altra caratteristica importante della raccolta, una delle principali a livello europeo per quanto riguarda il teatro di figura, è che comprende degli oggetti molto rari e assai antichi.

Nella mostra ‘Buratto, fili e bastoni’ non sono esposte solo marionette, burattini e pupi delle principali dinastie di burattinai italiane, ma anche scenografie, preziosi teatrini come quello regio appartenuto a Vittorio Emanuele II, antichi bagagli da lavoro di burattinai, case giocattolo, ombre ed oggetti di scena.
Si, non sono esposti solamente pupi, marionette e burattini, ma c’è anche tutto quello che serviva al burattinaio e al marionettista per fare il suo lavoro. Il burattinaio, che andava vagando per le città fino alle valli più remote e alle periferie per portare questo tipo di arte, aveva con sé tutta una serie di oggetti e bagagli. Se parliamo del periodo tra fine Ottocento e prima metà del Novecento, il burattinaio aveva anche un impianto di illuminazione, a volte molto particolare e delicato, che faceva parte di tutta quella tecnologia tecnica e strumentale in possesso di chi svolgeva tale mestiere e che veniva anche portata in viaggio. Ci sono poi gli oggetti di scena: scenografie, intere baracche, teatrini ecc. Sono esposti in mostra quindi non solamente i preziosi soggetti delle marionette o dei burattini, ma tutto quello che serviva per portare in scena le opere stesse.

Come è cambiata nel corso dei secoli l’arte di marionette e burattini?
È un’arte che è cambiata fondamentalmente con l’avvento delle nuove tecnologie. Noi sappiamo benissimo che i nuovissimi media, ma non solo quelli, parliamo anche di quelli di metà Novecento come la televisione, hanno in sostanza non dico ucciso il teatro di figura, ma chiaramente l’hanno relegato in secondo piano, come mezzo di intrattenimento e di divertimento. La storia del teatro di figura è gloriosa e molto importante, con dei picchi molto elevati, se pensiamo ai teatri di marionette e alle opere che venivano riportate in miniatura per i nobili e per le persone abbienti, con fasi molto importanti nel Settecento, ma purtroppo ha avuto una caduta nel Novecento e speriamo che mostre, come quella di Cles, o altri eventi di questo tipo, la possano riportare in auge, o comunque contribuire a ricordarla nuovamente.

Le marionette e i burattini son state vere e proprie opere d’arte fatte dalla mescolanza di scultura, pittura ed architettura. Quali interventi di restauro sono stati eseguiti sui 500 pezzi esposti in mostra?
Gli interventi di restauro sono interventi che io non ho seguito, né ho potuto seguire perché la collezione è assolutamente mantenuta perfetta nel Museo di Budrio. Sono pezzi che il collezionista Vittorio Zanella e il museo bolognese mantengono perfettamente. Sono, come tutti i manufatti che hanno diversi secoli di storia, oggetti molto delicati che devono essere conservati a determinate temperature, non possono essere esposti alla luce diretta: hanno quindi bisogno di un’attenzione particolare e sono tutti pezzi che sono ben conservati e sui quali viene fatta una manutenzione continua.

Il percorso espositivo presenta un dialogo stretto tra la rappresentazione artistica contemporanea legata alle moderne rappresentazioni degli aspetti popolari della strada che sono propri anche del ruolo della marionetta, con artisti quali Mimmo Paladino, Enzo Cucchi, Sandro Chia, Andy Warhol, Kate Haring e James Brown, e le storiche baracche e preziosi burattini.
La particolarità della mostra è quella di mettere in rapporto alcune opere d’arte contemporanee con i burattini, i pupi e le marionette, oggetti assolutamente preziosissimi che, come si diceva prima, sono un sunto delle arti principali, perché hanno in sé la maestria dello scultore, del pittore e sono delle piccole architetture, insomma rappresentano un microcosmo dell’arte. Accanto a questo microcosmo, che allude a un macrocosmo artistico, ma anche all’animo umano, abbiamo associato opere d’arte contemporanee, sia di pittori e scultori novecenteschi da un lato, sia di artisti contemporanei viventi, che sono stati invitati a lavorare sul tema. Abbiamo tutta una serie di artisti noti a livello internazionale, che vanno da Marco Pellizzola a Italo Bressan, a Enzo Obiso, a Pietro Weber, a Giorgio Ramella, a Marcovinicio e a Sergio Nannicola, tanto per citarne alcuni, che hanno lavorato sul tema del burattino e della marionetta donandoci delle opere d’arte incredibili, soprattutto dipinti (ossia degli oli su tavola, o delle tempere su tavola), o anche delle fotografie affrontate con il modo di lavorare e vedere proprio di questi maestri. Sul burattino e sulla marionetta ci sono naturalmente tante cose da dire: noi stessi siamo in qualche modo tutti delle marionette e dei burattini, quindi l’artista si può sbizzarrire su questo argomento. I burattini rappresentano per gli artisti la parte più divertente, quella dello sberleffo, ed abbiamo in mostra delle opere d’arte legate a questi aspetti: Andy Warhol con le sue ‘Drag Queen’ e ‘Ladies and Gentlemen’ del 1975, oppure opere di Keith Haring e di James Brown che riprendono questi aspetti più giocosi legati alla strada, con la ‘caciara’ classica del burattino. Ci sono invece altre opere d’arte che riprendono l’aplomb delle marionette, che sono l’elemento nobile all’interno del teatro di figura, con artisti che vanno a tirare fuori questo elemento di nobiltà totemica, (per esempio quelli legati alla Transavanguardia come Paladino e Cucchi), e si mettono in rapporto con questo aspetto. Vi sono poi artisti contemporanei, come Ramella, che ci offre un olio su tela con un guerriero che va a richiamare un pupo siciliano: un’opera contemporanea legata quindi a quest’altro aspetto del teatro di figura.

Oggi questo tipo di arte si sta perdendo o continua ad essere importante?
È un’arte che non si sta perdendo, perché per fortuna ci sono molti appassionati e molte compagnie che lavorano tuttora. Ce ne sono di assolutamente brave, presenti anche negli spettacoli di contorno alla mostra stessa a Cles: e mi permetto di ricordare che il 19 luglio alle 21:00, sempre a Cles, ci sarà Il Teatrino dell’Erba Matta da Savona che porterà in scena ‘Pinocchio’; il 26 luglio invece Il Teatrino dell’Es con il Manifesto dei Burattini. Esistono quindi ancora oggi le compagnie e gli artisti che portano in giro tale tradizione. È chiaro, come dicevo prima, che i nuovi media hanno reso più difficoltoso il loro lavoro; questi artisti, i burattinai e i marionettisti di oggi, sono quelli che da un lato riescono a portare nelle nostre città un’antica tradizione, ma anche un modo di fare teatro che poi in realtà è sempre divertente per gli spettatori, perché sia bambini che adulti davanti a questi spettacoli rimangono sempre a bocca aperta, vedendo qualcosa di vivo che, chiusi nelle nostre case, non siamo più abituati a guardare, partecipandovi. I nuovi media hanno portato una certa crisi in questo tipo di arte, ma si spera che in futuro possa prevalere questo aspetto vivo e umano, che ha il teatro di figura rispetto a Internet e alla televisione. È un augurio che faccio a quest’arte, sperando vivamente che si possa invertire la tendenza della preponderanza dei vari giochi interattivi o comunque di quei passatempi che abbiamo sui nostri pc nell’intrattenimento dei bambini. È chiaro che il teatro di figura non ha più il successo che ha avuto nell’Ottocento: siamo in un altro mondo ora, completamente diverso, e quindi questa forma d’arte è una sorta di archeologia del gioco che viene proposta.

Come si cerca di farla sopravvivere questa antica arte?
Si cerca di far sopravvivere quest’arte con mostre come questa di Cles. Essa vuole essere da un lato il pretesto per mettere arte contemporanea accanto ad oggetti particolari, come in questo caso i burattini e le marionette, ma dall’altro anche un modo per ricordare questo tipo di arte, per farla vivere e rivivere. Le varie compagnie di burattinai e marionettisti esistenti in Italia hanno un’attività che non è solamente legata allo spettacolo fine a sé stesso, ma anche lo scopo di fare educazione, soprattutto nelle scuole. Il Teatrino dell’Es o l’Erba Matta di Savona, che ho nominato prima, sono compagnie che lavorano moltissimo con i bambini e ragazzi, non solo facendo spettacoli teatrali, ma andando proprio nelle scuole per fare corsi di formazione, anche legati a lavorazioni manuali, come quella di costruire un burattino o una marionetta. C’è tutto un mondo che si muove e cerca di mantenere attiva questa tradizione in mezzo alle mille difficoltà del vivere odierno.

Ecco, parliamo dei protagonisti che fanno ancora questa forma d’arte
Ho citato poco fa due compagnie che saranno a Cles per fare degli spettacoli, ma non sono le uniche, ve ne sono moltissime altre, per fortuna. Se ne trovano parecchie, soprattutto se pensiamo alle marionette, nei centri principali delle grandi città: vi sono compagnie molto importanti a Milano, Roma, Bologna, ecc. che portano ancora in scena, pensiamo al Teatro Piccolo di Milano, le operette, ossia le opere fatte con le marionette. È un mondo ancora vivo, se si pensa che il pupo siciliano è entrato a far parte del Patrimonio immateriale dell’UNESCO dal 2001, si capisce che è un’arte tutelata a livello mondiale e l’UNESCO stessa si dedica a proteggerla e valorizzarla. Esistono quindi degli attori, delle compagnie che si muovono, che cercano di portare avanti questa lezione, in mezzo a mille difficoltà perché il mondo di oggi è un mondo frenetico, che spesso non vuole fermarsi di fronte a questa incredibile bellezza del teatro di figura.

È l’interesse del pubblico?
Direi che è ancora vivo. Nelle grandi città, come dicevo prima, l’interesse sopravvive soprattutto dove c’è una tradizione di un certo tipo, assai meno nelle periferie. Mi accorgo però che di fronte agli spettacoli di burattinai e marionettisti lo spettatore rimane sempre incantato e stupito: c’è quindi bisogno di fare vivere questo interesse, appoggiare quest’arte da parte delle amministrazioni pubbliche e comunali, perché di fronte ad una manifestazione di questo tipo, dal carattere così vivo e vero, diverso dal solito giochino sul computer, si rimane sempre affascinati, anche se si è capitati là per caso. È importante dunque che questo tipo di spettacolo possa vivere, girando nelle varie città sempre più, perché la gente in realtà se ne innamora. È insomma un’arte che ha un presente e un futuro.

 

 

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