martedì, ottobre 23

Buoni … per le feste In determinati “periodi dell’anno”, ad esempio a Natale, ci stupiamo di riscontrare un particolare stato di tensione diffusa, di nervosismo,

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Esiste un modo di dire assai diffuso e molto menzognero, che ricorre in ogni dove in questi giorni: “È Natale, siamo tutti più buoni”. Forse, in tempi bui specialmente, il desiderio di far luce s’impone anche attraverso l’uso reiterato e superstizioso di certe convinzioni diffuse: leggi dello spirito, diremmo, che tendono ad affermarsi con vigore o, se considerate nefaste come microrganismi patogeni, con virulenza. Chiunque abbia avuto modo di intercettare notizie dal mondo, dalle strade nazionali extraurbane e urbane, dal proprio condominio e dal proprio cuore a nudo, sa benissimo che è così: noi non siamo più buoni a Natale, noi tutti siamo come siamo: un po’ buoni, un po’ cattivi, sempre; e sia pure sbirciando l’apparire del vero attraverso una lente d’ingrandimento pretenziosamente puntata sui siderali, e perciò lontanissimi, concetti di Bontà e Cattiveria, ecco ci sfuggirà birbante il nuovo senso, quello natalizio, di “cosa buona” o “cattiva” appena sognata, pensata, commessa.

Non solo non si ha l’impressione che l’Umanità sia capace di virare il suo cuore al “bene” dall’ Avvento in poi, ma addirittura più si avvicina il sacro giorno più si percepisce nell’aria, nell’incontro-scontro quotidiano col prossimo, una sottile indisposizione al dialogo, quasi una bruta distrazione dall’usuale contatto un po’ acefalo ma sereno e spontaneo, a vantaggio di un forzato ossequio al comandamento in oggetto (siamo tutti più buoni, cioè è vietato essere cattivi), in un sussiegoso ma infelice controllo degli istinti, particolarmente attivi laddove appunto compaiano divieti, perché si sa, tutte le proibizioni scatenano puntualmente la brama irrefrenabile di disattenderle o addirittura oltraggiarle.

Partendo da personali notazioni su queste piccole miserie dell’Umanità, mi avvierei verso una riflessione più profonda sulle loro cause, con proposta sottintesa di confronto e condivisione.

Al cospetto dell’imperturbabile Bene, il Male si agita, s’interroga, si camuffa e lede.

La nostra organizzazione psichica usualmente anela all’Amore e al Bene, ma si è venuta formando fin dalla notte dei tempi in tappe scandite da dolore e delusione, aspirazione magica all’infinito e frustrazione costante, in un carteggio mentale con l’Altro che da universale e poliglotta è poi rivissuto con linguaggio proprio nella filogenesi personale, sicché dappertutto è così: io vivo ora, forse non sono eterno, quindi non posso essere buono a comando. Questi comuni pensieri non sembrano coerenti, né consequenziali se li consideriamo isolati; in realtà, l’idea persecutoria della nostra fragilità, della nostra insufficienza, del nostro limite si scontra puntualmente con quella di Assoluto che chi ha Fede gestisce in una visione prospettica comunque autoreferenziale e così si acquieta, mentre chi non riesce a sfuggire ai numeri e all’evidenza commuta in un atteggiamento sano di dubbiosità, gioco-forza esteso solo di rado fino ai confini della Scienza, agendo onestamente tanto quanto di solito può fare un Uomo. E qui si ritorna al punto di partenza, qualunque itinerario speculativo sia stato intrapreso. Se è vero poi che io vivo ora (e per poco) e aspetto (da) sempre notizie certe da questo o dall’ altro Mondo su un’ipotetica e meritata Eternità, Io non posso serrare il mio pensiero all’ interno di un concetto Assoluto (né di Bene, né di Male), perché la mia necessità di scandagliare il mondo sarebbe improvvisamente repressa, proprio come accade alla mia libertà, limitata da obblighi (emotivi) di circostanza.  

Succede che l’Imperativo del Bene, se da un lato ci rende bambini impauriti, dall’ altro sostiene l’onnipotenza tipica dell’infanzia e alimenta quel “guazzabuglio” di sentimenti ambivalenti, che sono il viatico naturale della maturazione psichica della Specie e della formazione dell’identità personale.  Orbene, per alcune strutture psichiche questo tipo di “confronto” è del tutto intollerabile, per altre è sopportabile solo facendo ricorso a meccanismi difensivi che a volte esitano in un’ automortificazione, ma per la maggior parte degli esseri umani esso fomenta attività conflittuali inconsce, che bussano alla coscienza innescando a loro volta comportamenti immorali, oppure stati d’animo indolenti, fino a una vera e propria negazione di ciò che li disturba, o stupidamente rabbiosi, ancorché tutti transitori.

In determinati “periodi dell’anno”, più che in altri, ci stupiamo di riscontrare un particolare stato di tensione diffusa, di nervosismo, con accentuazione degli episodi di scorrettezza e di ridicole rivalità tra esseri umani, che sembrano aver smarrito le regole della buona creanza, del rispetto o della più urbana condiscendenza, proprio mentre si affaccendano per far regali (di Natale, per esempio) o per guadagnare solo qualche minuto in più da dedicare all’edificante missione dei preparativi di una festa (il Natale, per esempio). Come mai? È solo il ritmo frenetico dei giorni feriali immediatamente precedenti l’“evento” straordinario ad annacquare le capacità critiche di tutti noi, fino a ridurre in alcuni casi al minimo il senso civico delle nostre azioni, predatorie e volte delinquenziali? Per far cosa poi? Correre con le mani piene di niente a esibirci sul palco della recita comune, immaginando solo noi stessi come primattori? Non solo, direi; probabilmente, per alleggerire l’ansia di una chiamata alle armi, perché è inevitabile l’approdo alla coscienza di un brutto pensiero da combattere: un altro anno è passato e noi non siamo diventati migliori, nemmeno “per le Feste”.

Nell’ ultimo Canto dell’Inferno della Divina Commedia, Dante ci fa incontrare i cattivissimi, divorati dal Maligno in persona perché colpevoli di aver tradito e ucciso i propri benefattori (per tacer di Ideali e Giuramenti disonorati): quella nefandezza del cuore più nero, irriducibile alla comprensione e al perdono, fu agita contro il Potere di un Bene così opprimente che l’invidia, un distorto senso d’umiliazione, una travisata dipendenza affettiva accoppiata a innati livori antisociali, riuniti in un mostruoso mosaico decisero di distruggere, offrendosi alla frantumazione perpetua da parte del Male, che divora a brandelli il Corpo, ma soprattutto la Mente.  

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