martedì, Maggio 18

Buonanotte ai suonatori! field_506ffb1d3dbe2

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jazz

Nel Paese dei musei a cielo aperto e dei maestri mondiali della cultura, i “suonatori” non  hanno ancora un riconoscimento ufficiale, non un sindacato, né un albo professionale. Soprattutto, sono troppi quelli che restano a casa. Anche quello musicale è un sistema come tanti altri, basato sul lavoro di più figure professionali, ma qui le regole hanno l’aria di  una proposta. Per evitare inutili generalizzazioni, analizziamo il settore del jazz italiano, anch’esso organizzato come una ruota… che non sempre riesce a girare. Al centro c’è il musicista professionista con i suoi mille anni di studio, esami, viaggi, sogni e sacrifici. Mentre dodici sono i raggi, per comodità divisi in due parti: da una parte ci sono l’etichetta discografica, i club, i festival, i direttori artistici, le agenzie di booking (fatte di e da impresari/manager/promoter) e gli uffici stampa. Dall’altra, quelli che iniziano a lavorare a concerto già negoziato/organizzato/pubblicizzato: i tecnici del suono, i light designer, il tour manager, l’addetto al carico e scarico, il fotografo, il commercialista.

Eppure, la tendenza galoppante è quella di fare tutto da soli: studiare musica e poi venderla. O almeno provarci. Infatti, le evidenze del caso dimostrano che la maggioranza dei musicisti è impreparata a questa soluzione/palliativo. Se da una parte hanno le competenze artistiche, dall’altra non hanno quelle organizzative. Ma non è solo colpa loro. Al conservatorio o in accademia o ovunque si siano formati, non hanno approfondito il marketing, le pubbliche relazioni, l’inglese, le capacità di creare siti web… Per riempire le lacune allora (oltre che per lasciare un’impronta e dare spazio alla creatività) usano come pretesto quello di produrre un cd (anche se si vende meno di un tempo, aiuta a farsi conoscere). Il disco si progetta, si registra e poi si propone ad un’etichetta discografica la quale risponderà con un preventivo. Attenzione! Non accade sempre, soprattutto se ci si è affermati ad un certo livello, ma spesso i musicisti sono chiamati a pagare le copie del cd. Proprio così: dopo tutti i soldi che un artista ha già speso per il proprio strumento, l’affitto di una sala prove, i viaggi di possibili colleghi fuori sede eccetera eccetera, dovrà pagare anche la SUA musica. Ne deriva che a fare un disco è chi se lo può permettere e non chi se lo merita. A volte le due cose vanno a braccetto, a volte no. Per ovviare a questo problema, in molti Paesi europei ci sono fondi e finanziamenti studiati ad hoc, in Italia è più raro. E anche qualora si trattasse solo di una leggenda metropolitana, significherebbe che la comunicazione Stato/cittadino sta dando forfait.

Andiamo oltre. Ricco o meno, l’artista decide di firmare il contratto con l’etichetta. Non è detto che sappia – né che voglia sapere – quale grafica avrà il prodotto finale, se sarà ben distribuito e se avrà un prezzo invitante. Inoltre, non è per niente scontato che adesso, cd alla mano, qualcuno gli organizzi dei concerti di presentazione. In teoria, ci sono le agenzie di booking, cioè quelle chiamate a piazzare spettacoli. Ma in pratica le cose stanno così: 1) Sono pochissime rispetto al numero di musicisti. 2) Sono schiacciate tra il talento – eventuale – di un artista e le regole di mercato. Un esempio semplice: se il cachet per il gruppo del musicista Pinco Palla è di 1000 euro (più percentuale per l’agenzia, affitto di eventuali strumenti e relativo accordatore, spese di viaggio, vitto, alloggio, SIAE e Enpals) si capisce subito che ci vogliono almeno – almeno – 200 persone disposte a pagare 10 euro di biglietto. Ecco le scelte più scelte: o alla fine si decide di chiamare un nome già noto – che costa di più ma rende anche di più – oppure il musicista in questione o la sua agenzia riceverà la proposta di un cachet più basso. Da qui parte la prassi del suonare a scopi promozionali. C’è chi accetta e chi si rifiuta. Un video interessante in tal senso è questo: “Free lance si, c…….e no” 

Allo stesso tempo, entra in gioco l’ufficio stampa che, dopo aver ricevuto alcune copie del cd da promuovere, le spedirà nelle redazioni giornalistiche corredate di comunicato stampa, note biografiche e foto. Lo scopo è quello di trovare interviste, passaggi radio, recensioni, e fare in modo che pubblico e direttori artistici si accorgano di questo nuovo album, da comprare in negozio o da inserire nel prossimo programma concertistico. A pagare per questo servizio sarà sempre il musicista in prima persona (può capitare che l’etichetta discografica abbia un suo addetto stampa, ma anche qui ci sono luci ed ombre). Dopo queste premesse, è chiaro che al Jazz come sistema, serve un codice che lo regolarizzi e al jazzista un diploma di musica Plus. Inoltre, oltre alle competenze organizzative, é fondamentale avere una buona determinazione per scoprire e percorrere la propria strada: qui di casi riproducibili in serie, non ce ne sono.

Dall’altra faccia della medaglia c’è l’educazione musicale che, da una parte, tutelerebbe la vena artistica dei musicisti, spesso accusati di suonare note astruse. Dall’altra, favorirebbe la crescita culturale del Paese. Diversamente, ci aspetta l’appiattimento musicale, tutti ad ascoltare roba facile e trallallero trallallà. Nonostante tutto, molti sono i jazzisti che vivono di musica. Magari dedicandosi anche all’insegnamento (lezioni private, scuole, conservatori) e alternando i concerti a proprio nome (cosiddetti da leader), a quelli nella band di qualcun altro (cosiddetti da sideman). Qualcuno, riesce addirittura ad uscire dal jazz – più o meno volentieri – e ad entrare in un gruppo pop. Cioè a suonare il proprio strumento nel gruppo di un cantante conosciuto al grande pubblico. Che quindi vende più biglietti per i propri live e smuove più soldi. Prendiamo ad esempio Marco Tamburini, classe 1959, trombettista. Leader di propri progetti (come il gruppo Three lower colours), insegnante di ruolo nel conservatorio di Rovigo e collaboratore storico di Lorenzo Jovanotti.La cosa più importante è l’arte di arrangiarsi. Poi ci vogliono passione e senso del sacrificio. Inoltre, credo che la causa di tutto sia la mancanza di cultura nella stragrande maggioranza del pubblico, ma spesso anche nei direttori artistici. Ai primi chiedo: come fate a non apprezzare una musica che viene dal cuore, che è l’espressione diretta di una lunga ricerca? Poi penso che non tutti hanno avuto la fortuna di avere una buona educazione musicale. Per i direttori artistici invece, ci vorrebbe un patentino. Non basta conoscere l’assessore di turno per organizzare una rassegna concertistica. Siccome sono ottimista, voglio proporre una soluzione: intensificare i concerti doppi, con una band giovane e meritevole in apertura, e a seguire un gruppo più esperto e più noto, senza sprecare tutto il budget per una sola star”. Questo invece il punto di vista di Claudio Filippini, una ventina d’anni più giovane, pianista. Anche lui sposato e padre di famiglia, leader di propri progetti, ma anche collaboratore di voci del calibro di Maria Pia De Vito o Mario Biondi. “Il jazz in Italia gode di ottima salute. Siamo sempre di più, in migliaia ormai e portiamo la nostra musica in giro per il mondo. Le difficoltà però sono tantissime, non siamo supportati in nessun modo e dobbiamo essere bravi a cavarcela da soli. E’ difficile portare la propria musica in giro e lo Stato in questo non ci supporta in nessun modo. Quello del musicista per lo Stato Italiano è un lavoro inutile, mediocre, veniamo considerati ancora come i giullari di corte. In Italia il musicista è colui che non ha concluso nulla di sensato nella vita e che intrattiene con la sua musichetta da quattro soldi il trippone di turno che mangia gli gnocchi al ristorante. E’ triste ma credetemi, è così. Purtroppo la maggior parte delle persone non sa che per diventare un musicista professionista ci vuole fatica, studio e tanti sacrifici. Molta gente non sa che suonare un concerto per pianoforte e orchestra può avere lo stesso coefficiente di difficoltà che eseguire un trapianto a cuore aperto. Ci vogliono nervi saldi, tanta preparazione e la concentrazione deve essere al massimo“. E alla  domanda, qual è secondo te la principale disfunzione risponde: “E’ ciò che ci viene inculcato che è tutto sbagliato. L’irrefrenabile voglia di successo, il voler bruciare le tappe, la voglia di vendere milioni di dischi pur non sapendo neanche accordare una chitarra. Oggi come oggi – continua – un professionista deve essere in grado di salire sul palco con chiunque, deve saper leggere bene la musica, conoscere gli stili, saper improvvisare ma anche saper guidare un’automobile per molte ore di fila, riuscire a dormire 4 ore a notte, saper usare internet in modo intelligente, saper scrivere le e-mail con un discreto uso dell’italiano, avere un sito internet sempre aggiornato, curare i propri contatti, fare public relations, saper stare sul palco, essere sempre garbato con gli altri sul posto di lavoro, saper usare software per registrare musica, ma soprattutto avere molta molta pazienza. Praticamente tanti lavori in uno“.

 

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