mercoledì, Dicembre 8

Buona occasione per l'agricoltura russa

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A controbilanciare le ripercussioni negative delle misure governative è intervenuto il programma ufficiale di rilancio in grande stile, almeno nelle proclamazioni, dell’agricoltura nazionale al fine di annullare o minimizzare una dipendenza dall’estero divenuta politicamente indigesta ancor più che economicamente onerosa, facendo appello anche in questo caso a una mobilitazione patriottica già dimostratasi pagante nella crisi ucraina col suo più ampio contesto. Un programma apparentemente destinato a non rimanere sulla carta, ma che per superare la prova dei fatti dovrà misurarsi con condizioni oggettive attualmente assai poco propizie a progetti di grande respiro, nonché con scelte anche politicamente delicate come quelle riguardanti del resto la problematica economica in generale.

I soldi ovviamente contano, ma non sono tutto. Nel 2014 sono stati destinati allo sviluppo delle attività rurali 190 miliardi di rubli, oltre un terzo dei quali a specifico beneficio della zootecnia e dei suoi prodotti (e meno di 2 miliardi per la “modernizzazione tecnica e tecnologica”). Per il 2015 si parla di 247 miliardi solo per il potenziamento del bestiame da latte, e di un’ottantina di miliardi, tra l’altro, per lo sviluppo dei mercati all’ingrosso e altre infrastrutture. Si tratta dunque di cifre in sensibile aumento; ma non impressionanti, visto che il rublo è precipitato sopra quota 70 per un euro o un dollaro. Non suonano però neppure tanto modeste, tenuto conto che il bilancio federale per il 2016-2018, se il relativo progetto riceverà l’approvazione della Duma nel prossimo autunno, sarà secondo alcuni esperti ‘il più antisociale degli ultimi anni’.

A ogni buon conto, per il prossimo quinquennio il Ministro Tkaciov ha preannunciato nello scorso luglio lo stanziamento di fondi ‘senza precedenti’, ossia ancora più cospicui, accompagnando la notizia con il pronostico che nel giro di dieci anni, grazie a un simile sforzo, l’agricoltura nazionale crescerà al punto di poter completare la sostituzione totale delle importazioni con la produzione domestica. Può anche darsi che il nuovo responsabile del settore finisca con l’avere ragione, dimostrando che davvero l’occasione offerta dalle sanzioni occidentali e dalle ritorsioni russe sarà stata adeguatamente sfruttata dai governanti di Mosca per risolvere un problema nazionale di portata storica.

L’ottimismo del Ministro (che in realtà sembra alquanto incompatibile con la sua precedente esperienza sul campo nella provincia d’origine) suona tuttavia eccessivo anche quando assicura, come ha altresì fatto di recente, che le difficoltà create dall’embargo sono praticamente già state superate. È vero che la sostituzione delle importazioni è iniziata assumendo anche dimensioni di un certo rilievo. Il processo rimane però assai lontano dalla conclusione, e il suo ulteriore andamento tutt’altro che sicuro, dato il contesto che non promette di migliorare tanto presto. Soprattutto, esso risulta sinora insoddisfacente sia dal punto di vista dei consumatori sia da quello dei produttori, e più precisamente della loro categoria maggiormente chiamata in causa.

I consumatori devono lamentare innanzitutto un rincaro dei prodotti alimentari che non accenna neppure a frenare; nel primo semestre di quest’anno è stato in media, secondo le statistiche ufficiali, del 14,3, mentre i redditi reali della popolazione sono aumentati solo dell’8%. Al tempo stesso risulta altresì peggiorata la qualità dell’offerta sostitutiva: sempre secondo il competente organo di controllo, quella della produzione nazionale è stata riscontrata scadente nel 70% dei casi esaminati. Ma i produttori hanno le loro scusanti, a cominciare dal fatto che i prezzi che riescono a strappare agli intermediari non solo stentano a coprire i costi di produzione, ma sono di molto inferiori a quelli di vendita al dettaglio.

Nella fattispecie si tratta dei proprietari di piccoli appezzamenti familiari, o addirittura orti, e dei soci di piccole cooperative, cioè di quella esigua porzione di coltivatori e allevatori che operano su una minima percentuale della complessiva terra coltivabile, o comunque utilizzabile, ma contribuiscono per il 10% alla produzione nazionale di latte e pollame, per il 30% a quella di carne suina e per metà di quella bovina. Gente, questa, che protesta spesso, individualmente o attraverso le proprie rappresentanze, contro la scorrettezza delle reti commerciali, la scarsa o assente protezione e assistenza che riceve dalle pubbliche istituzioni, e lo stato di abbandono in cui versano generalmente le campagne rispetto ai grandi centri urbani. Lamenta anche le discriminazioni che soffre da parte del Governo e delle banche in confronto ai molteplici privilegi e favoritismi di cui godono invece le grandi aziende, per le quali il potere continua a mostrare un debole ritenendole evidentemente più facilmente controllabili.

Lo conferma anche adesso la ventilata imposizione di restrizioni al numero di animali che le piccole proprietà possono possedere, che ha sollevato una mezza sollevazione, mentre la stessa categoria che dovrebbe fornire gran parte dei prodotti necessari per rimpiazzare le importazioni non esulta automaticamente per i preannunci di più o meno lauti stanziamenti di fondi a favore dell’agricoltura e dell’allevamento. Finora, infatti, il grosso è regolarmente toccato alla più potente concorrenza, e il timore che continui così resta largamente diffuso, benché non manchi qualche speranza che qualcosa invece cambi.

 

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