mercoledì, Ottobre 27

Buona occasione per l'agricoltura russa

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Non c’è crisi che tenga, in Russia: per la Mosca ufficiale l’ottimismo in materia economica resta più che mai di rigore. Lo hanno confermato anche le più recenti dichiarazioni di Aleksandr Tkaciov, l’ex governatore della provincia meridionale di Krasnodar che nello scorso aprile è stato chiamato da Vladimir Putin a dirigere il Ministero federale dell’Agricoltura. Con un compito preciso quanto impegnativo: risollevare il settore più marginale e deficitario dell’economia nazionale, già tale sotto il regime sovietico e rimasto invariato nonostante la transizione da un sistema tipicamente e quasi interamente collettivizzato a uno più simile a quello vigente nel mondo liberal-capitalista, e fatto proprio (fin troppo, verrebbe da dire, almeno per certi aspetti) dalla Russia post-comunista anche in generale.

Il cambiamento, in realtà, è stato più di forma che di sostanza, almeno dal punto di vista strettamente economico. I giganteschi sovchoz (fattorie di Stato) e i grandi kolchoz (cooperative più di nome che di fatto) di un tempo si sono infatti largamente trasformati in altrettanto grandi società per azioni, per lo più considerate ugualmente inadatte a gestire proficuamente il lavoro nei campi se non altro perché i contadini permangono lavoratori dipendenti non diversi dagli operai dell’industria. Dopo il ribaltone del 1991, la piccola e media impresa privata ha avuto teoricamente via libera, ma ne ha potuto approfittare meno di quanto gli ambienti rurali avrebbero desiderato perché ha ricevuto, almeno fino a ieri, poco o nessun aiuto da parte dello Stato.

In altri termini, l’agricoltura russa ha continuato a languire perché ancora relegata, come quella di tutta l’URSS malgrado ogni retorica, al ruolo di Cenerentola dell’apparato economico nel suo complesso. Nel caso sovietico, dopo essere stata irreggimentata, dissanguata e spremuta per consentire l’industrializzazione staliniana a tappe forzate, e prima di fruire di una certa rivalutazione negli ultimi anni di vita del regime, accortosi di non poter dipendere a oltranza da indispensabili e costose importazioni soprattutto di cereali dall’Occidente più o meno nemico. Qualcosa di analogo sta avvenendo anche oggi, benché il mondo rurale non sia più vittima di vecchi pregiudizi ideologici e semmai venga spesso esaltato come prezioso scrigno di ancor più antichi valori e virtù nazionali. E mentre, ovviamente, la Russia rimane abbondantemente dotata di risorse naturali da valorizzare anche a fini alimentari e commerciali.

Attualmente, infatti, riesce a esportare cospicue quantità di grano, specialmente in Medio Oriente e Africa, nonostante gli alti e bassi dei raccolti. E ancor di più potrebbe vendere all’estero (domanda permettendo), oltre a soddisfare le esigenze domestiche, se notevoli quantità di raccolto non andassero normalmente perdute a causa della disorganizzazione dei trasporti e dell’inadeguatezza degli impianti di stoccaggio, come avveniva anche nell’era sovietica. A ciò si aggiungono i danni provocati dai disastrosi incendi estivi che non distruggono solo boschi, un flagello per il quale la Russia detiene un record mondiale, e che si stenta a debellare o anche solo ridimensionare. Cosa non sorprendente se è vero, come risulta, che nell’ultimo decennio il totale delle guardie forestali è calato da 70 mila a meno di 20 mila, e comprende più impiegati che boscaioli.

La produzione agricola complessiva è comunque aumentata non di poco negli ultimi decenni prima di diminuire negli ultimi anni in concomitanza con la crisi economica. La crescita non è tuttavia bastata neppure ad alleggerire una pesante dipendenza dall’estero per coprire il fabbisogno dei prodotti ortofrutticoli, di quelli dell’allevamento e anche di macchine agricole, un settore quest’ultimo altamente condizionante e nel quale il Paese si ritrova in condizioni di marcata arretratezza, sia per l’invecchiamento del parco disponibile sia per l’insufficienza della produzione nazionale. Secondo esperti autorevoli non si potrà fare a meno, al riguardo, dell’apporto tecnologico dei Paesi occidentali per consentire l’attuazione di qualsiasi programma serio di sviluppo e modernizzazione agricoli, mentre altri confidano invece che la Russia sia in grado anche qui di fare da sola. In ogni caso, occorrerà riversare nelle campagne molti più soldi di quanti ve ne siano arrivati sinora, e ciò in presenza di una crisi economica sicuramente più grave e duratura di quanto ci si potesse aspettare al Cremlino e dintorni, checché ne dica la propaganda ufficiale o ufficiosa.

Più soldi, in effetti, si è già cominciato a sborsarne, e non si poteva fare diversamente dopo la decisione di rispondere alle sanzioni USA e UE con l’embargo sull’importazione di numerosi prodotti agricoli, che allo stato attuale delle cose non danneggia seriamente soltanto produttori ed esportatori occidentali, ma anche i consumatori russi. Si tratta naturalmente di prodotti normalmente importati anche da altri Paesi non colpiti dalla ritorsione, e quindi almeno in parte sostituibili con forniture supplementari della stessa provenienza. Quelle vietate, d’altronde, non sono cessate proprio del tutto ed automaticamente, dal momento che persino Paesi amici e associati come la Bielorussia e il Kazachstan si sono prestati a lasciarle valicare gli opposti confini ed entrare così in Russia a dispetto della messa al bando.

La crisi, infine, penalizza i consumatori russi, e in particolare quelli che faticano a sbarcare il lunario: e sono molto più numerosi dei 22 milioni che vivono al di sotto della soglia ufficiale di povertà. Con redditi falcidiati da un’inflazione che sembra inarrestabile (all’11,9% nel 2014, ma al 35-40% secondo stime non ufficiali), i meno abbienti devono comunque rinunciare ad acquisti in precedenza abituali. Tutto ciò non toglie però che la sottrazione al mercato di generi alimentari in parte essenziali abbia inferto un ulteriore colpo al tenore di vita della popolazione, suscitando un malcontento ancora contenuto, ma manifestatosi vivacemente quando all’embargo si è aggiunto l’ordine di distruggere le derrate entrate abusivamente.

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