mercoledì, ottobre 24

‘Buona fortuna’ Mario Pappagallo, amico mio… Mario Pappagallo, ‘l’uomo delle cose giuste’. Romanzo biografico e quasi autobiografico / 4

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Dino Buzzati, subito segnalato come una sorta di nostrano Kafka, tale è rimasto, ma è molto di altro e forse di più. Mario Pappagallo è definito come cantante epigono del Teatro-Canzone di Giorgio Gaber ed in qualche modo di Enzo Jannacci, giusto per indicare un qualche ascendente e metro di paragone. Ma è pure molto di altro. E forse di più, e di originale. Come ben evidenzia Boris Sollazzo, quasi giovane critico cinematografico che ha scritto per ‘Liberazione’ e scrive per le testate de ‘Il Gruppo Sole 24 ore’ (praticamente la stessa linea politicoeconomica). Su ’Giornalettismo testata su esseri umani è apparso il suo ‘Ciao Mario Pappagallo: il piccolo grande Gaber, con un pizzico di Jannacci’ (1 giugno 2016). Prezioso per approfondire chi sia il ‘nostro amico’ Mario Pappagallo.  

«Buona fortuna. Mario, ti scrivo queste parole mentre mi preparo per il tuo funerale. Io, ad essere sincero, aspettavo il tuo prossimo concerto, come quelli al Teatro delle Muse o al Teatro Italia. Con quella faccia da straniero, più vecchia della tua età, fascinosa come quel Serge Gainsbourg che ricordavi, ma in veste ironica, catturavi gli occhi oltre che le orecchie. Pochi movimenti ma una naturale capacità di stare sul palco. E farsi ascoltare. E emozionare. Ci conoscevamo poco, Mario Pappagallo, ma ti ascoltavo molto. “Che il futuro ti conservi”, diceva ‘Buona fortuna’, “a te salute, a me cuore e nervi”. E sì, perché tu del tuo fisico non te ne sei mai curato tanto, ma cuore e nervi invece erano da competizione. Ma cavolo, a 64 anni, no. Troppo presto, soprattutto perché ti ho scoperto tardi, troppo tardi. Un po’ perché la piazza romana della canzone e della commedia nasconde e scippa i talenti migliori, un po’ perché quel piglio troppo indipendente e quello che molti definiscono ‘caratteraccio’ quando invece è solo orgoglio e incapacità di far compromessi, non aiuta nel mondo dello spettacolo. Mario, lo racconto a chi qui magari ti conosce la prima volta, anche se è difficile: mi facevi sorridere e riflettere come Gaber e Jannacci, capace come pochi altri di battute efficaci e virate sensibili e profonde sulle fragilità umane, in primis le tue. E io non so come dirvelo, e dirtelo, che se la genetica della genialità esiste, tuo figlio Emilio Pappagallo ha preso il meglio di te e l’ha portato in radio, con quella vis polemica anticonformista e graffiante, con quella capacità di farti sorridere e sfidarti, sempre senza prendere scorciatoie. Sport e musica e gli affetti più cari. Sempre affrontati con il gusto per le cose piccole che diventano grandi: nel primo lavoro ti occupavi degli sportivi a cui nessuno pensa, perché non sono da prima pagina, nei tuoi ‘pezzi’ di teatro-canzone delle quotidianità spesso fastidiose come ‘Il trasloco’. “Forse sono troppi questi pacchi, io ne ho contati 123”, quante volte l’ho cantata negli ultimi mesi, aprendo i miei. Vi amo tutti”, hai scritto negli ultimi giorni, alla tua famiglia. Inquieto come ti sentivamo nelle note, hai seminato parecchio amore (sai, riascoltandoti oggi capisco che hai fatto tutte o quasi canzoni d’amore), forse pure troppo. Ma dovresti vederli i tuoi figli – anzi li hai visti -, sono eccezionali, dei capolavori. Sì, volevo scrivere un coccodrillo senza retorica, perché mi avresti preso per il culo con disincanto, leggendomi, anche se non c’era confidenza tra noi, ma solo qualche veloce battuta su facebook e qualche altra parola di persona, un paio di volte. Ma poi scrivendo mi sale il dispiacere di non averti conosciuto meglio, la rabbia per un talento che meritava molto più spazio e visibilità, la felicità di sapere che i tuoi 64 valgono molto di più di tante altre vite che hanno un bonus, rispetto a te, di 20 o 30 anni.Viva la libertà”. Sai che me lo hanno insegnato i miei genitori che la libertà è un bene, un privilegio e un dovere, ma è con tuo figlio che ho scoperto che ha un prezzo alto ma non devi rinunciarci mai, neanche quando farebbe comodo. “Beato chi ce l’ha”. E ora la ascolto, quella canzonetta d’autore, perché a te piaceva essere lieve e originale, e capisco che la fortuna, nostra, è che continueremo a imparare e a ridere con te anche ora che non ci sei. Perché ci hai lasciato tante chicche, un po’ Gaber e un po’ Jannacci appunto, dicendo cose serie senza prendersi sul serio, che ci faranno compagnia e che non ci puoi togliere. “La crudeltà non ha confini, colpisce anche i bambini, per profitto o morbosità”. Una frase così, come “manderei in galera chi ha dimenticato la pietà”, la insegnerei a scuola. Vabbè Mario, non so neanche come vestirmi. Forse non mi metterò elegante, non credo ti interesserebbe. E non riesco più a scrivere granché. Ti saluto con ‘Avanti donne!’ che iniziava con un beffardo “Se non ora, quando!”. Con calata romana prendevi in giro femminismo e machismo, al di là del politicamente corretto. Ciao meglio figo del bigonzo. Chi ti critica è uno stronzo. E pure chi non ti ascolta. Ed è vero, un altro come te non ce n’è, anche se tu lo dicevi per scherzo. O forse no».

Scritto da Sollazzo, come chiarito, subito dopo che Mario Pappagallo aveva preso il volo (ma non è detto definitivamente). «Ninetta mia crepare di maggio, ci vuole tanto troppo coraggio, Ninetta bella dritto all’inferno avrei preferito andarci in inverno» canta Faber Fabrizio De André, e forse per questo Mario ha provato a tirare dritto fin quasi a giugno. Sfiorandolo per un pelo. Accompagnato dal «Buona fortuna» degli amici, ricordando la sua delicata Buona fortuna’.

«Buona fortuna amica mia, e che il futuro ci conservi, a te salute ed allegria, a me soltanto cuore e nervi. Vorrei che un giorno prima o poi, magari ultracentenaria, ti ricordassi un po’ di noi, di un’amicizia straordinaria. Ed io che non sarò più qui a coltivare sogni idioti, potrò rivivere così in fiaba per i tuoi nipoti.

Buona fortuna amica mia, e che il domani sia sereno, sarebbe stata una pazzia, tu l’hai capito io un po’ meno. Non devi avercela con me se qualche volta ho esagerato, sarebbe stato bene che non fossi stato innamorato. Godi la tua tranquillità, fanne un problema di coscienza, ma tra l’amore e la pietà, lo sai ce n’è di differenza.

Buona fortuna amica mia, che si realizzi quanto speri, io ti terrò parola mia in cima sempre ai miei pensieri. Io resterò per te lo so una parentesi fugace, e vagabondo me ne andrò senza trovare mai più pace.  

Ma se non vuoi che sia così, se ci vuoi mettere del sale, la storia è ancora tutta qui, cancella e scrivi tu il finale».

Buona fortuna, amico mio.

4 / (continua)

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