venerdì, Maggio 20

Buon 25 aprile! (ai tempi della guerra ucraina) … auspicando liberazione dal pensiero unico ANPI, Ucraina, pensiero unico. Che c’entra una parte del popolo italiano che, durante una guerra, si schiera, a prezzo della propria pelle, dalla parte di chi dice di volerla liberare dal fascismo e la arma un po’, con una guerra nata dalla volontà di imporre il proprio volere all’altro con la forza?

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Anche oggi, 25 aprile, festa della Liberazione, riesce difficile non parlare sempre e ancora di questa guerra ucraina pazzesca, sempre più pazzesca, che sta distorcendo le nostre coscienze, che ricatta -sì ricatta brutalmente- chiunque osi anche solo accennare non ad un parere contrario dallaopinionedominante, figuriamoci, ma ad una richiesta di chiarimento, di approfondimento, di riflessione. Correggo ‘opinione dominante’ in: pensiero unico e necessario, che priva anche del coraggio leale delle proprie idee.
Mi riferisco alla storia invereconda e deludente dell’ANPI e del Presidente ANPI, che ha espresso, liberamente, un suo punto di vista: articolato, ‘complesso‘, sofferto. È stato attaccato brutalmente da tutti, ma proprio tutti. Non cito Enrico Letta, perché Letta non è nulla di significativo, ma insomma anche lui, come ovvio e con particolare veemenza. Bene, tanto peggio. Ma … no, in Italia non è così, no ‘in Italia facciamo così’ (scimmiottando il discorso di Pericle) e il Tizio (non ne voglio ricordare il nome), cambia idea, radicalmente e felice … ottiene i complimenti di Massimo Gramellini in una nota verbale su Rai3 in cui ‘apprezza’ la ‘ora giusta idea’ del Tale. Quando, poi, pochi minuti prima, la stessa Rosi Bindi aveva espresso perplessità. Che vergogna: cambiare idea perchè ti ordinano di cambiarla … almeno che so, dimettiti, suicidati, tagliati un dito, no, con la sessa faccia dice il contrario! Ho detto vergogna, no scusate, il termine esatto è, il solito: ipocrisia e pensiero unico‘.

Anche i migliori non sono da meno. L’altra sera, da Corrado Formigli (Piazza Pulita‘ del 21 aprile), sempre contenuto benché scamiciato, inizia con una bella discussione costruttiva, un bel dibattito tra corrispondenti di guerra veri e comunque attenti. Con un Mario Calabresi a fare il commentatorevip‘ (un altro degli onnipresenti non si capisce perché), ci sono Cecilia Sala, Alberto Negri e Massimo Nava: devo dire (non lo faccio mai) tanto di cappello, ma proprio tanto. Intervistano Steve Bannon, il peggio del peggio, ma razionale, pensante. Parla chiaro: è contro l’Europa unita, è ora contro Vladimir Putin ma non contro la Russia, ribalta la attuale (presunta) politica statunitense, vantando quella di Trump, che sarà, dice, eletto a valanga la prossima volta. Tanto più che il vero nemico è la Cina.
Sorvolo sul merito. Ma non si può non notare e sottolineare una cosa, a mio parere, decisiva da tutto ciò che si legge e si vede in questi giorni. Se c’è una cosa, una sola cosa che è chiarissima o dovrebbe esserlo all’Europa, ed a qualunque cittadino europeo con un minimo di sale in zucca, è che: la Russia, Paese europeo, profondamente europeo, serve all’Europa. È indispensabile all’Europa, se non altro (ma c’è assai di più) come punto di appoggio dell’Europa nella ormai prossima guerra, anche accelerata dalla follia bellicista in atto, con la Cina. Guerra commerciale, guerra di modalità di comportamento, guerra sulla possibilità di contemperare lo stato sociale all’Europea (e badate, non esistente in USA!) con la concorrenza economica con la Cina che ne può fare a meno. E anche qui non è un caso: anche l’Europa deve sparire per gli USA, perché uno stato sociale è un prezzo troppo alto da pagare per Biden. E l’Europa, almeno finora e Carlo Bonomi permettendo, lo stato sociale lo ha nel sangue.
La Russia ci serve, perché è un Paese immenso, ricco di risorse in gran parte ancora non sfruttate. Certo, come dicono sprezzanti i vari Massimo Giannini e quel signore incredibile con la permanente di capelli bianchi sugli occhi che ogni volta che lo vedo mi viene da ridere, ma che per un certo periodo sembrò un buon giornalista, la Russia è un gigante nano, perchè ha un PIL modesto. Appunto: proprio per questo ci serve. Non sono un economista, ma è ovvio che per una società avanzata come la nostra, un mercato di benessere e di tecnologia sarebbe il massimo. E invece, viene tagliato fuori, maltrattato, insultato, definito fascista.
Poco più tardi, nella trasmissione, compare Sabino Cassese che spiega che Putin aveva già annunciato la sua critica (disgustosa) alla società liberal-democratica. Mah. Ammesso che sia vero, motivo di più per farselo amico, è più facile e veloce parlare con lui, accordarsi e fare. Sbaglio? Forse, ma mi fermo qui. Cioè, quasi. La Russia, dicevo, ci serve: ci serve Ciaikowski, Strawinskij, ci serve il Boris Godunov e la Corazzata Potiemkin (a Odessa), ci serve l’ucraino Gogol, ci serve Tolstoj, Dostoiewski, ci serve Pasternak, San Pietroburgo, ci serve l’Ermitage, la Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, ci serve Lenin il gas.

 

Torno al Giano bifronte Formigli in camicia spiegazzata. Il Giano, inizia la prima parte con i tre citati, che pure hanno di fronte Bannon, criticando con pacatezza le sue affermazioni radicali e violente oltre che razziste, ma anche descrivendo con toni riflessivi, attenti ciò che accade. Tutti e tre -se mi sbaglio mi correggano- su una cosa insistono, anzi a un certo punto Nava si rivolge con ironia alla molto più giovane Sala per dirle (un po’ paterno e un po’ … sfrocoliatore, lei scrive su ‘Il Foglio‘, che suppone di essere il salottino buono del giornalismo italiano, hanno sempre la puzza sotto al naso) «tu ne parli dei motivi profondi, ma non li hai visti come noi». E lei accetta lo sfottò, ma ci sta, capisce, discute, perché, forse, studia perfino la storia, quello che Cingolani assolutamente non vuole!
Insomma si è parlato della guerra, delle sue cause lontane ormai, tanto lontane (oltre venti, forse trenta anni, se non addirittura di più, anzi, sicuramente di più) che spiegano meglio chi siano realmente gli ucrainioccidentali‘, e perché la Russia li soffre tanto, anzi, soffre tanto l’Occidente, la Russia dove si parlava il francese. Non parlano della ‘donazione’ della Crimea, ma della possibilità, anzi, delle possibilità colpevolmente perdute di finire la guerra, anzi, di non farla affatto, parlano, spiegano, si rimpallano gli argomenti: un po’ troppo perché qualche spettatore non avrà ben capito. Insomma, una volta tanto in TV un discorso serio, pensante. Con un Formigli frettoloso, che taglia a metà discorsi seri (forse ‘pericolosi’) ma lascia fare, solo che ha fretta, e infatti finisce presto.Perché dopo si recita la scena madre.

 

Arriva ospite una giornalista russa, Olga Kurlaeva, alla quale Formigli, per metterla a suo agio, dice subito che lì in studio ci sono giornalisti veri, liberi, di un Paese libero, e lì a Mosca c’è lei, giornalista per finta che riporta la propaganda del Cremlino. Ottimo inizio, educato specialmente. Poi comincia un David Parenzo evidentemente liberato dalla pressione di Concita De Gregorio (insopportabile sempre, peraltro), che strilla come un ossesso, mostrando un libro sul quale batte la mano (chi sa che cavolo era! Forse le tavole della legge), urla alla giornalista che mente che non capisce che è propaganda, interrompendola ogni mezza parola.
La poveretta, sarà pure la serva di Putin, ma non è riuscita a dire mezza parola senza essere interrotta da sbraiti, urla e insulti, sì insulti, perchè interromperla per dirle che mente perché è serva pagata di Putin, non mi sembra il modo più equilibrato di fare informazione e discussione. E quando osa dire che la legge che vieta di dire ‘guerra’ non c’è (e cerca di spiegare perché guerra non è, malamente, ma comunque subissata di urla) e Formigli che ha indossato l’altra faccia di Giano, quella feroce della guerra (eh Formigli, è così, peccato), la manda al diavolo con un gestaccio, mentre, udite udite, un certo ambasciatore, Ferdinando Nelli Feroci, si scompiscia in una risata omerica, tutto rosso in viso mezzo stravaccato sulla poltroncina. Sono rimasto, io, a bocca aperta. Ma poi, quell’ambasciatore non ricorda le ‘buon maniere’ insegnate alla Farnesina, l’uso della forchetta giusta, il manifestare i sentimenti in modo composto, anzi, meglio no! Pare di sì. Forse non si usa più, Giggino non vuole. Questo è il giornalismo italiano.
E oggi, puntualmente tutto riprende a gran voce, con articoli volgarmentecriticidel manifesto dell’ANPI, che io, se devo dire la verità, trovo bellissimo, al di là delle polemiche da cortile sulla resistenza, riprese in modo volgare -sì, volgare- da Sergio Mattarella, un’altra brutta sorpresa.

Come trovo bellissimo il manifesto della Marcia della Pace di ieri, che mostra una madre e un bimbo terrorizzati dai proiettili da una parte e dall’altra che li sfiorano: i proiettili neri e bianchi. Il senso è chiarissimo. È il discorso fortissimo di Papa Francesco. Del Papa della pace, della imposizione della pace, che non si ottiene facendo la guerra. Del Papa che rinuncia all’incontro importantissimo col Patriarca di Mosca, perché lui è dalla parte di uno dei belligeranti. L’ho spiegato sommariamente in un articolo: la pace si persegue, si combatte per averla, ma non con le stesse armi con cui si fa la guerra. E quindi la pace si impone impedendo ad entrambi di sparare, ad entrambi. Gesù è morto in croce senza chiedere armi per difendersi. E ciò non vuol dire che per volere la pace uno si deve fare ammazzare, ma che fare la guerra per procura (come è questa sporca guerra) vuol dire mandare altri a combattere per i miei interessi. L’avevo messa giù pesante e lo ripeto: fare i froci con il culo degli altri.
Vergognatevi voi, tanti, che lo fate, dico io, ma con parole più dolci, ma altrettanto ferme le ha dette durissimo il Priore del Convento dei francescani di Assisi. Un discorso pacato, ma da levare la pelle, proprio perché pacato. Io ho mostrato, con un accenno rapidissimo, che i mezzi vi sono e anche lui. Ma per usarli bisogna volerli usare, cioè non volere più la guerra. Siamo seri … lo so, impossibile, con quella gente al timone!

 

Poi, la mattina dopo, vedo che Sergio Mattarella parla di resistenza. Finalmente, mi dico, un uomo come lui, serio, attento, troverà il modo per fare capire la distanza siderale tra la nostra ‘resistenza’ e la guerra ucraina contro la Russia e della Russia contro l’Ucraina (ma in realtà gli USA, che utilizzano l’Ucraina per farci la guerra su, con morti ucraini) la distanza dico dalla nostra resistenza e la necessità di pensare e apprendere prima di parlare. Spero.
E poi, leggo questa frase agghiacciante: «Fu, quella, una crudele violenza contro l’umanità, con crimini incancellabili dal registro della storia, culminati nella Shoah. Un’esperienza terribile, che sembra dimenticata, in queste settimane, da chi manifesta disinteresse per le sorti e la libertà delle persone, accantonando valori comuni su cui si era faticosamente costruita, negli ultimi decenni, la convivenza pacifica tra i popoli». Presidente, ma che dice? Che c’entra la Shoah (sempre in mezzo) con la resistenza e l’Ucraina? Che c’entra una parte del popolo italiano che, durante una guerra, si schiera, a prezzo della propria pelle, dalla parte di chi dice di volerla liberare dal fascismo e la arma un po’, con una guerra nata dalla volontà di imporre il proprio volere all’altro con la forza?
Lei, è il Capo dello Stato, non può valutare e parlare solo in base a ciò che è accaduto ieri sera. È suo il compito di spiegare, allargare, e, magari capire. Ma lo ha sentito Emmanuel Macron ancora in piena campagna elettorale, prendere le distanze da questa propaganda?
Non vale la pena cercare di articolare la differenza e l’insulto al Papa e a chi crede nella pace contenuti in quelle parole livide. Non vale la pena perché chi parla così, non è suscettibile di convinzione. È un altro nella massa degli urlatori di professione, con e senza partita IVA. Che peccato!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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