venerdì, Giugno 18

Bulgaria bipolarizzata La crisi ucraina mette a dura prova i legami e le attrazioni esterne del Paese più povero dell’Unione europea

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Oresciarski Bulgaria

La crisi ucraina ha sollevato vivo e diffuso allarme in tutta l’Europa orientale ex comunista, a torto o a ragione timorosa di ricadere vittima di un recidivo espansionismo russo. Con differenze sensibili, certo, tra i diversi Paesi. Le preoccupazioni maggiori, con conseguenti richieste a chi più può di correre ai ripari, si sono naturalmente registrate in quelli direttamente confinanti con la Federazione governata da Vladimir Putin e/o contenenti minoranze russe più o meno numerose. E tali, quindi, da attirare mire simili a quelle che hanno provocato il cambio di bandiera per la Crimea o da incendiare anche il Donbass ucraino e renderne oltremodo incerto il futuro.

A questa categoria non appartiene la Bulgaria, che nel più ampio quadro della crisi non solo locale iniziata con la rivoluzione o rivolta di Maidan ha semmai trovato modo di distinguersi, semmai, per un comportamento opposto, che non può non richiamare alla memoria quelli che erano stati i connotati del Paese balcanico fino al crollo della cortina di ferro nel 1989, partendo dalla comunistizzazione all’indomani della seconda guerra mondiale ma in fondo da assai più indietro nel tempo.

Il suo legame con la Russia, già ancestralmente solido per motivi etnico-linguistico-religiosi, era stato infatti rafforzato anche sul piano sentimentale dal decisivo contributo degli eserciti zaristi alla liberazione dalla lunga dominazione ottomana nel corso del 19° secolo. E se nella prima guerra mondiale il giovane regno si era schierato a fianco degli Imperi centrali contro tutto o quasi il mondo slavo, venendo coinvolto nella loro sconfitta, una simile scelta di campo andava addebitata alla monarchia di origine tedesca e non certo alla volontà popolare.

Durante il secondo conflitto mondiale, benchè alleata con la Germania di Hitler, la Bulgaria non partecipò all’invasione dell’URSS e neppure le dichiarò guerra, cosa che alla fine fece invece Stalin con essa per poterla trattare come Paese vinto e imporle più facilmente un regime comunista. Il quale si distinse poi per decenni come il più ligio e ossequioso nei confronti di Mosca tra tutte le “democrazie popolari”, giungendo al punto da ventilare l’annessione alla potenza egemone nell’Europa orientale.

Oggi la Bulgaria più attendibilmente democratica è membro a pieno titolo dell’Alleanza atlantica (dal 2004) e dell’Unione europea (dal 2007), ma ciò non le impedisce di mantenere anche con la nuova Russia un rapporto per certi aspetti speciale. Qualcuno insinua che la forza politica più spesso al potere a Sofia, il Partito socialista erede diretto di quello comunista, conserva tuttora non poco dei vecchi legami con ambienti moscoviti. La democrazia bulgara, del resto, è non meno e semmai ancor più inquinata di quella russa dallo strapotere di fatto dei cosiddetti oligarchi.

Javor Simeonov, massimo dirigente dell’organizzazione giovanile socialista, ha dichiarato di recente che la Russia «è sempre stata vicina ai nostri cuori» e che la Bulgaria «si è sempre collocata tra Russia ed Europa e non deve scegliere tra esse ma seguire una via di mezzo». Quanto meno equidistante da Mosca e Occidente si mostra anche Ataka, il partito di estrema destra xenofobo, vicino alla Chiesa ortodossa e già ostile all’adesione alla NATO che ha assicurato sinora un indispensabile appoggio esterno al governo del tecnocrate Plamen Oresciarski sostenuto dai socialisti e dal partito che rappresenta la minoranza turca.

Decisamente europeisti e filo-atlantici sono soltanto il Movimento nazionale dell’ex sovrano Simeone di Sassonia-Coburgo-Gotha, brevemente in auge alcuni anni fa, e il populista GERB (Cittadini per lo sviluppo europeo) dell’ex karateka (ma anche già guardia del corpo del vecchio leader comunista Todor Zhivkov) ed ex sindaco di Sofia Boiko Borisov, al potere fino al marzo 2013 quando fu travolto dalle prime ondate di una sollevazione popolare contro la perdurante povertà (che vede il Paese al primo posto nella UE), la disoccupazione e la corruzione dilagante, divenute oggetto di una cronica contestazione di piazza nonostante il cambio di governo.

Punito dagli elettori nel voto europeo del 25 maggio scorso, il Partito socialista è stato messo in difficoltà anche dalla crisi ucraina, che ha visto il governo astenersi da qualsiasi condanna dell’annessione russa della Crimea, salutata anzi da un messaggio parlamentare di congratulazioni con Mosca, e dissociarsi dalla minaccia di escalation delle sanzioni occidentali. Il tutto destando alquanta preoccupazione a Bruxelles come a Washington, in particolare per i concreti riflessi di un simile atteggiamento in un settore chiave come quello energetico.

La Bulgaria dipende quasi interamente dalla Russia per l’ approvvigionamento di gas, e non si tratta certo un caso unico nell’Est europeo. Ma a ciò si aggiungono le importazioni di petrolio, il controllo da parte della russa Lukoil dell’unica raffineria bulgara del greggio e l’uso esclusivo di combustibile russo per il funzionamento dell’unica centrale nucleare bulgara, a sua volta di origine sovietica: quella già contestata anche dall’estero di Kozloduj.

Per ridimensionare la dipendenza dagli idrocarburi Sofia aveva progettato la costruzione di una seconda centrale nucleare, avversata innanzitutto dagli ecologisti domestici che avevano svolto un ruolo importante nel rovesciamento a suo tempo del regime comunista. Ma le resistenze si erano accentuate per il fatto che il governo del socialista Sergej Staniscev intendeva commissionare l’opera ad imprese russe e il successivo governo Borisov congelò il progetto nel 2012.

La soluzione della controversia venne quindi affidata ad un referendum popolare, che ebbe luogo nel gennaio 2013 e segnò la vittoria dei “sì” alla seconda centrale, vanificata però dall’annullamento del voto, peraltro anch’esso controverso, per mancanza del quorum. Oltre ai fautori domestici del progetto, rimasero delusi anche dirigenti e uomini d’affari russi, alla cui irritazione venne attribuita da qualche parte una presunta fomentazione dei disordini che portarono alla caduta del governo di Sofia due mesi più tardi.

Il più, tuttavia, doveva ancora arrivare. E’ accaduto con gli inesauribili confronti e diatribe per le condutture dell’”oro blu”che solcano ormai ogni parte del vecchio continente, nelle realtà come nei progetti. La Bulgaria era stata uno dei Paesi più pronti ad aprire la strada al South Stream, il nuovo gasdotto russo destinato a rifornire l’Ovest europeo raggiungendo l’Italia dopo avere attraversato Serbia, Ungheria e Slovenia. Il tutto in modo da aggirare il territorio ucraino e in concorrenza con il Nabucco patrocinato dall’Unione europea.

A questo scopo Sofia aveva sbrigativamente concordato con Gazprom i termini del passaggio della conduttura sul proprio territorio ignorando il contenzioso complessivo del colosso russo del gas con Bruxelles e il problema della loro compatibilità con il Terzo pacchetto energetico adottato nel frattempo dalla UE. E, per di più, affidando, l’esecuzione dell’opera ad un consorzio capeggiato da Strojtransgaz, impresa russa collegata con Gazprom e diretta da un personaggio, Gennadyj Timcenko, poi finito nella lista nera dei colpiti dalle sanzioni.

Con un costo totale previsto in oltre 3,5 miliardi di euro, i lavori premevano alla parte bulgara anche perchè in grado di occupare, tra l’altro, 2500 tecnici altamente qualificati. Iniziati nello scorso ottobre, sono proceduti speditamente benchè ben presto fatti segno ad obbiezioni e messe in guardia da parte di Bruxelles, divenuti via via più pressanti con l’aggravarsi della crisi ucraina, trovando da ridire sia sulla regolarità procedurale dell’assegnazione delle commesse sia sul controllo diretto o indiretto del fornitore del gas sulla gestione del gasdotto.

Dopo avere tenuto duro per qualche mese il governo di Sofia ha finito con l’arrendersi. L’8 giugno il premier Oresciarski ha annunciato la sospensione dei lavori in attesa di un adeguato chiarimento con la Commissione della UE su una questione che però, a questo punto, è diventata scottante anche in sede nazionale. Mentre l’opposizione ha infatti approvato e il GERB ha anzi preannunciato che in caso di ritorno al potere annullerà senz’altro l’accordo con Gazprom, il premier, criticato dagli alleati, è stato praticamente sconfessato dallo stesso partito di maggioranza relativa.

Staniscev ha affermato che l’accordo è troppo importante per il Paese per poter essere bloccato con una semplice dichiarazione e il Presidente del  parlamento, Mihail Mikov, ha negato che Oresciarski avesse titolo per farlo. Dal canto suo, il Ministro dell’economia e dell’energia, Dragomir Stoinev, ha dichiarato in Parlamento che il processo avviato con l’accordo è irreversibile essendo stato del resto promosso e portato avanti dallo stesso GERB.

Quanto alla parte russa, il patron di Gazprom, Aleksej Miller, ha dato l’impressione di non voler drammatizzare l’accaduto precisando di non avere ricevuto alcuna comunicazione formale e che d’altronde un dialogo costruttivo con la UE su ogni pendenza comprese le implicazioni del Terzo pacchetto energetico non si è mai interrotto. Va comunque ricordato che Putin, lo scorso anno, aveva avvertito Bojkov che senza il South Stream la Bulgaria avrebbe dovuto fare i conti con un inverno gelido.

Le pressioni anche pesanti, ad ogni buon conto, non sono verosimilmente mancate neppure dalla parte opposta. Non sembra un caso che Oresciarski abbia fatto il suo annuncio subito dopo avere ricevuto la visita di tre senatori americani compreso il già candidato repubblicano alla Casa Bianca John McCain, recandosi poi a Washington per ulteriori consultazioni nonostante l’esplosione della crisi interna. In proposito il leader di Ataka, Volen Siderov, ha gridato il suo “basta!” contro il trattamento del Paese come una colonia dopo avere condannato l’annuncio del premier.

Nei suoi colloqui con esponenti d’oltre oceano Oresciarski avrà probabilmente dovuto far fronte a rinnovate esortazioni americane a rivedere l’apparente rinuncia bulgara ad avviare lo sfruttamento del gas da scisto, del quale sembrano esistere nel Paese cospicui giacimenti. Nel giugno 2011 il governo aveva concesso alla Chevron una licenza di esplorazione per la durata di cinque anni, che era stata però revocata nel gennaio successivo. Una decisione poi suggellata, con il pieno sostegno del Parlamento e sotto la spinta dell’opinione pubblica, da una moratoria equivalente ad una sostanziale messa al bando dell’impopolare fracking.

Ora con Washington dovranno vedersela anche a questo riguardo altri interlocutori. Oresciarski, che nei mesi precedenti aveva resistito più o meno fortunosamente a quattro mozioni di sfiducia, ha superato la prova parlamentare anche venerdì scorso, ma solo a condizione di dimettersi quanto prima per consentire nuove elezioni, le seconde anticipate nel giro di poco più di un anno. Una condizione imposta sia da Ataka sia dagli alleati turchi dei socialisti, per motivi tra i quali figurano certamente anche le questioni del gas e del gasdotto ma che abbracciano l’insieme dell’attuale e gravosa problematica politica ed economico-sociale, interna ed estera, del Paese.

 

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