lunedì, Aprile 12

Bulgaria alla presidenza Ue: opportunità per il Paese Una funzione che è cambiata, il paternalismo non serve più. Intervista ad Antonio Varsori

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La Bulgaria ha assunto per la prima volta, dal primo gennaio, la presidenza del Consiglio dell’Unione europea. L’incarico a rotazione durerà come sempre per un semestre, durante il quale la Bulgaria tenterà di migliorare la propria immagine di paese più povero e corrotto del blocco. Tale presidenza appare come l’occasione per dimostrare agli Stati membri che, dopo undici anni di ingresso nell’Ue, sussistono ormai le condizioni per l’accesso all’area Schengen e l’avvicinamento all’eurozona. Per approfondire il tema in oggetto, abbiamo intervistato il prof. Antonio Varsori, docente ordinario di Storia dell’integrazione europea all’Università di Padova. Per il supporto all’ideazione di questa intervista, si ringrazia l’avv. Federica Giandinoto, attualmente non operativa, iscritta presso il Foro di Roma.

Cosa può accadere in Bulgaria e nell’Ue a seguito della sua prima presidenza?

Partirei dalla valenza del ruolo dello Stato membro presidente del Consiglio dell’Ue: già da alcuni anni, tale ruolo risulta ridimensionato rispetto ad epoche passate, per esempio negli anni ’80, soprattutto quando alla guida si trovassero paesi di un certo rilievo. Basterebbe pensare alla presidenza italiana del primo semestre dell’85, che si concluse con il vertice di Milano, punto di partenza della conferenza intergovernativa che avrebbe poi portato all’Atto Unico europeo. Oppure, si pensi alla presidenza italiana del 1990, in cui si formularono proposte che poi avrebbero aperto il negoziato sull’Unione europea. Una presidenza italiana, francese o tedesca, negli anni ’80, era quindi un momento importante. Oggi ci potrebbe chiedere invece il senso di tale ruolo, quando esiste già un presidente dell’Ue e un Alto commissario per la politica estera.

Numeri diversi in gioco, quindi, quelli della nuova Europa.

In una Ue con molti Paesi, una presidenza di sei mesi è un periodo davvero molto molto breve ed è molto lungo per ogni Paese l’intervallo tra una presidenza ed un’altra. In precedenza, l’azione della presidenza era differente, perché con pochi Paesi vi era maggiore continuità tra l’incarico ad un determinato Paese e quello successivo, nell’arco di quattro anni al massimo; inoltre, prima degli allargamenti, si aveva una Ue costituita dal nocciolo duro degli Stati fondatori e dei principali Paesi con almeno venti, trent’anni di esperienza di lavoro comune. Oggi le presidenze sono molto legate alle situazioni esistenti: se si ha un periodo di forte comunanza generale di visioni sugli obiettivi, la presidenza può essere utile perché può svolgere un compito di coordinamento, dialogo e incontro. L’autorevolezza del Paese presidente non è affatto secondaria.

Qual è quindi il livello di autorevolezza della Bulgaria?

La Bulgaria ha i problemi che ha, non è un Paese grande; tra i Paesi minori, una presidenza del Belgio, dell’Olanda o del Lussemburgo è diversa da quella della Bulgaria perché tali Paesi hanno una conoscenza di lungo corso dei meccanismi decisionali interni all’Ue. Di fronte ad un Paese particolarmente debole, la debolezza quindi diventa duplice: questo perché nel caso della Bulgaria, oltre a trattarsi di un Paese piccolo, debole e periferico, si aggiunge anche il fatto che, per usare un eufemismo, la sua classe politica non ha una grande autorevolezza.

È più un’occasione per la Bulgaria quindi. Tale esperienza potrà apportare una crescita economica e morale al Paese in questione?

Certo, si tratta di un’opportunità per questo Paese. Inoltre, c’è da dire che se nei prossimi sei mesi non ci saranno grandi progressi, la responsabilità non sarà della presidenza bulgara. Il punto è che durante la presidenza bulgara ci saranno alcuni elementi che rallenteranno qualsiasi processo: in Europa, infatti, se si attuano delle scelte importanti, queste avvengono quando vi è l’interesse a porle in essere da parte dei principali Paesi e un accordo tra gli stessi. Nei prossimi mesi, la Germania sarà alle prese con la formazione di un governo e si ritiene che si potrà raggiungere un equilibrio in marzo, perciò avrà una minore influenza su scala internazionale. L’Italia va al voto in quello stesso periodo, con risultati che si preannunciano incerti e che porteranno il Paese a non avere un governo prima di marzo-aprile. L’unico Stato che non ha questi problemi è la Francia. Però si intravede un periodo, se non di incertezza, di attesa.

Secondo lei, la Bulgaria sarà in grado di affrontare le varie questioni europee maggiormente urgenti in questo periodo, come la Brexit, la problematica migratoria, la posizione di estrema destra della Polonia?

Forse l’unico aspetto che potrebbe emergere è una maggiore attenzione nei confronti dell’area dei Balcani, ma come venga declinato è difficile dirlo. Ci sono poi una serie di questioni aperte, per esempio le richieste di ingresso nell’Ue da parte di alcuni Paesi dell’ex Jugoslavia. Si tratta di questioni apparentemente meno controverse rispetto agli grandi temi sopra citati e su questo la presidenza bulgara potrebbe essere più attenta di altre. Nell’Ue rispetto a quest’area si può manifestare anche una convergenza. Per quanto riguarda gli altri aspetti: sulla Polonia credo che, anche sulla base dei contatti con l’Università di Cracovia, si debba fare attenzione, perché i polacchi hanno una loro visione dell’Europa e dobbiamo renderci conto che ci sono modi diversi di sentire tra le diverse aree del continente. La storia e le esperienze di questi Paesi sono diverse dalle nostre e con radici molto profonde rispetto alla parte occidentale dell’Europa e che non si cancellano così facilmente; bisogna tenerne conto, senza pensare semplicemente che gli altri sbaglino. La questione è anche cercare di comprendere questo passato.

I numeri mostrano anche una certa ambizione dei Paesi dell’Est Europa, come la Bulgaria, la Romania, la Polonia, che, se vogliono, sono in grado di correre molto. A cosa porta tale consapevolezza?

Guardando i dati di crescita degli ultimi mesi e confrontando i Paesi dell’eurozona con quelli esterni ad essa, si vede in questi ultimi un livello di crescita relativamente elevato, anche se non paragonabile a quello cinese. Questo vale per la Polonia, ma ancor di più per gruppi di Paesi che si muovono in gruppo e che sono in trasformazione. Dobbiamo esserne consapevoli e porre le premesse per evitare uno scontro futuro tra la vecchia e la nuova Europa, perché così non si va da nessuna parte: queste due parti devono poter dialogare; è vero che loro hanno bisogno di noi, ma è vero anche il contrario. Non si può più avere un atteggiamento paternalistico nei confronti di questi Paesi.

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