mercoledì, Agosto 4

Buio nel Pd e oltre

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La tornata elettorale appena conclusa ha segnato, al di là di ogni ragionevole dubbio, una battuta d’arresto nell’ascesa di Matteo Renzi al ruolo di leader di riferimento consolidato del nostro Paese. Ruolo che sembrava indiscusso e indiscutibile fino a un paio di mesi fa, e che ora appare certamente più vulnerabile, anche se, di fatto, i risultati ci raccontano di una  vittoria del Partito Democratico alle regionali e di scivoloni, più o meno attesi, nei ballottaggi comunali, tra cui spicca la caduta di Venezia, affidata alla difesa del cavaliere senza macchia Felice Casson.
L’analisi di questo voto, difficile come poche altre, è stata già fatta da tutti i media, con risultati controversi: hanno più che mai vinto e perso tutti, a seconda dell’orientamento politico del commentatore di turno. Tentando, però, di orientarsi nel denso polverone post elettorale, stavolta particolarmente refrattario a diradarsi, qualche impressione affiora.

Il PD e il Governo risultano oggettivamente indeboliti, e ciò è attribuibile a tre fattori primari, il primo dei quali è l’evidente divisione interna del PD. Una divisione senza precedenti nella sinistra italiana, pur rinomata per la sua tendenza alla frammentazione. In passato, però, queste divisioni portavano, in un’ottica almeno coerente e politicamente corretta nel senso profondo del termine, a scissioni con relativa nascita di nuove formazioni. Invece in queste elezioni il Pd ha schierato, di fatto, due squadre diverse, impersonate di volta in volta da uomini dagli orientamenti fortemente divergenti.
Non a caso, la lettura più agevole dei risultati è quella di Genova, dove la fronda antirenziana del Pd ha costituito una lista propria, consentendo in tal modo a Giovanni Toti di piazzare l’unico colpo vincente di un partito ormai retaggio del passato come Forza Italia.
Sarebbe, però, un errore, per Renzi, addossare tutta la colpa di questo risultato ai ribelli del suo partito. E’ opportuno che il Premier-Segretario, che ha scelto da subito per il suo partito una linea da sinistra europea, di stampo blairiano con venature democristiane, affronti e risolva la questione. Il sentimento popolare un po’ irrazionale legato alle vecchie suggestioni berlingueriane, unito all’unica organizzazione territoriale ancora efficiente nel Paese, quella sindacale, è ancora radicato e Renzi ha il dovere di agire. La scelta giusta, a mio parere, è quella di trovare, con parole e fatti, il dialogo con la parte meno radicale di quest’area, depotenziandola e disinnescandone gli effetti perniciosi per il rinnovamento della sinistra e soprattutto per la futura stabilità dell’Italia.
Il secondo fattore che ha inciso sulle elezioni è certamente la marea fangosa montante, senza fine,  che emerge dalle indagini sull’Amministrazione di Roma, percepita dall’opinione pubblica per quello che è: una pietra tombale definitiva, triste, solitaria y final sull’esile canale ancora aperto tra cittadini della Capitale e politica. Un colpo mortale, riecheggiato in tutta Italia con una generale disaffezione al voto. Nel nordest il malessere si è espresso anche con netti segnali di marca leghista, nonostante la palese inadeguatezza propositiva di una formazione becera e rozza come poche altre in Europa.  Altrove, in Sicilia soprattutto, si è levata la bandiera del Movimento grillino ma senza exploit davvero significativi.
L’opposizione più credibile, a conti fatti, rimane quella interna al Pd, pervicace nella sua rappresentazione preferita, la dissoluzione della sinistra potenzialmente di Governo. Una parte tramandata di padre in figlio dai leader di quell’orientamento e dunque mandata perfettamente a memoria.
Il terzo fattore è naturalmente il problema dell’immigrazione.  Il Governo appare discretamente impotente e incerto, al di là dei proclami, nell’affrontare una patata bollente di enormi  proporzioni, a causa degli eterni traccheggi europei da un lato e dall’oggettiva, biblica dimensione della questione dall’altro, che vede l’Italia nella posizione del proverbiale vaso di coccio manzoniano. Al punto da far risaltare sulla scena politica italiana una nullità assoluta come Matteo Salvini, che sul razzismo populista ci sta costruendo addirittura una rendita di posizione solida.
Della destra liberale, nessuna traccia.

 

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