mercoledì, Ottobre 27

Buddhismo e pena di morte field_506ffb1d3dbe2

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buddhismo thailandia

Bangkok – La tragica vicenda di una ragazzina di soli 13 anni, stuprata ed uccisa su una linea ferroviaria sopraelevata esterna ha sollevato una generale chiamata ed invocazione a favore della applicazione della pena di morte per tutti coloro che si macchiano di delitti così orrendi e odiosi. Si tratta di un tema che –ovviamente- è corso veloce di bocca in bocca in tutto il Paese e che – in special modo quando si stratta di parenti, genitori e donne – ci si è quasi universalmente trovati d’accordo nella diffusa opinione che si tratti di delitti esageratamente efferati e che debbono assolutamente finire, bisogna estinguere la fiamma e la cenere di tali misfatti disumani.

In ogni caso, fanno riflettere alcuni osservatori locali, la passione che ha acceso la fiamma e l’ardore che prosegue forsennato sull’onda dell’applicazione della pena di morte, deve essere meglio circostanziata, compresa, circoscritta. Soprattutto quando ci si trova in una Nazione che si autodefinisce generalmente come “La Terra del Buddhismo”. Gli stessi critici osservano: al di là del fatto che in Thailandia il Buddhismo sia la religione di Stato, come potrebbe la applicazione della pena di morte rendere la Thailandia una società più umana e che rispetta il diritto alla vita? Si dice: due cose sbagliate non fanno una giusta e la perdita di due vite –quella dell’assassinata  quella dell’assassino- è tutto fuorché qualcosa di umano. Questa accesa chiamata a favore della applicazione della pena di morte dimostra –affermano sempre i critici- che la Thailandia è anch’essa preda di una mentalità basata sullo spirito di vendetta. Questi cosiddetti benpensanti, queste “buone persone” non hanno alcuna remora nel sostenere la obbligatorietà della applicazione della pena di morte, il che dimostra che molti thailandesi credono ancora che fino a quando sono dalla parte giusta, possono fare tutto quello che vogliono e lo possono pure giustificare.

In tal proposito –nel dibattito generale che anima la scena thailandese degli ultimi giorni- si è ricordata la circostanza relativa all’ex Premier Thaksin Shinawatra quando decise la mano durissima contro la droga, un tema che riscosse grande successo nell’opinione pubblica sebbene per via extra-giudiziale furono sottoposte a morte più di 2.500 persone. Nella così tanto apprezzata “Guerra alle Droghe”, molti ringraziarono Thaksin Shinawatra perché –appunto- pensavano che queste “persone cattive” meritavano la morte.

Più di recente -si scrive e si afferma da parte di alcuni critici in Thailandia- c’è stato il fenomeno delle “buone persone” che sostengono il colpo di stato militare, senza tener conto della Costituzione o dei principi democratici. Questo accade –si afferma- perché il colpo di stato guidato dal Generale Prayuth Chan-ocha ha la “buona intenzione” di mettere a freno i “cattivi politici”. Sembra il plot del testo della canzone dei Pink Floyd “Us and Them”.

Ma quello che contestano i critici del pensiero corrente forcaiolo, è la scarsa attinenza tra questo modo di pensare e produrre idee ed il cuore stesso del pensiero buddhista. Ed oltretutto non mancano casi per i quali –per estensione- una famosa ex regina di bellezza viene contestata perché veste trasparente e quinda attira i violentatori  e quello relativo a un ex politico nazionale per il quale se i politici fossero stati solo un minimo più flessibili, non ci sarebbe stato un colpo di stato, de-responsabilizzando i militari ed addossando le responsabilità –quasi tutte- sulle spalle della inanità della politica.

 

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