Bruxelles – Maelbeek: un anno dopo

Se la necessaria risposta sul piano della sicurezza e della repressione c’è stata, osserva, in una dichiarazione alle agenzie, Annalisa Gadaleta, Assessore di origine italiana per le Politiche Ambientali, l’Istruzione Pubblica e la Cultura  di Molenbeek, laureata in Filosofia all’università di Bari e che vive in Belgio dal 1994, «manca una riflessione di più lunga durata su uno sviluppo culturale ed economico, sul modo di recuperare quelle parti di popolazione che possono sentirsi attirate dall’estremismo».
Le ‘periferiedelle capitali occidentali (soprattutto di ex Paesi coloniali, come Francia, Belgio, Inghilterra etc), proseguiva Tappero Merlo, sono divenutesantuaridel jihadismo: l’argomento è considerato politicamente scorretto, perché si teme di alimentare la paura, ma se non si ragiona, e in profondità, per fare interventi di de-radicalizzazione non arriveremo da nessuna parteIl tema radicalizzazione e terrorismo, secondo Gadaleta,  nel corso di questi 12 mesi, «è diventato meno tabù, nel senso che se ne parlava già prima degli attentati del novembre 2015 ma in maniera meno aperta, restava un discorso un pò sotterraneo. Con gli attentati il discorso si è fatto pubblico, se ne è parlato tantissimo, nelle organizzazioni dei giovani e nelle organizzazioni sociali: abbiamo un gruppo di donne che ha fatto una forma di teatro popolare basandosi sulla storia di una mamma che ha perso il figlio in Siria. E con questo teatro popolare gira per diverse associazioni, sono state anche in Francia. Per parlarne abbiamo organizzato anche dibattiti con persone che conoscono l’argomento».

Il terrorismo che ha, tutto d’un colpo svegliato Bruxelles dal suo torpore e dalla cornice di calma istituzionale, è una minaccia concreta e crescente, commentava il nostro opinionista e analista Claudio Bertolotti, in un lungo intervento nelle ore successive, conseguenza dell’avanzata neo-jihadista dello Stato islamico in combinazione con le dinamiche conflittuali e con il disagio sociale di una parte della comunità musulmana, anche europea  quest’ultima spesso di seconda, o terza, generazione. E il Belgio è, insieme ad altri Paesi europei, il vivaio di questo fondamentalismo latente e lasciato covare con troppa ingenua e complice incapacità, e che sta ora esplodendo, per emulazione, con un entusiasmo che deve farci rabbrividire.
Un percorso di ritorno alla normalità e di progressivo risveglio culturale ed economico, dove il tema del radicalismo è stato affrontato senza tabù e con maggiore consapevolezza dei rischi ed attenzione ai segnali. Così il quartiere di Molenbeek-Saint-Jean ha vissuto i mesi successivi ai tragici fatti terroristici che lo hanno investito, secondo Gadaleta. «L’altra conseguenza è stata che, siccome se ne sa di più e se ne parla di più, siamo diventati più attenti, stiamo più allerta, riconosciamo di più e più facilmente i sintomi della radicalizzazione, ce ne preoccupiamo in ogni caso di più».
Dopo gli attentati sono nate anche iniziative cittadine, «abbiamo un piccolo risveglio culturale ed economico», prosegue Gadaleta.  «Abbiamo avuto l’azione repressiva con il Piano Canale adottato a febbraio 2016. Si è investito molto anche finanziariamente sull’aspetto dell’apparato repressivo di Polizia, di una maggiore coordinazione tra i diversi servizi di sicurezza e la giustizia, e i servizi segreti. Trovo fosse necessario perché l’inchiesta ha mostrato comunque lacune. Ma si è investito molto meno sul legame di fondo con la miseria socioeconomica e la povertà culturale. Se la risposta repressiva non si accompagna anche a questo rischiamo di perdere persone che saranno ancora attirate dalla radicalizzazione».

Spostando l’attenzione sulla dinamica degli attentati, Valter Maria Coralluzzo, professore di Relazioni Internazionali presso l’Università di Torino, ci spiegava come l’attacco dimostrasse che il terrorismo riconducibile all’ISIS aveva esplicitato a Bruxelles un salto di qualità, era andato in scena il terrorismo come forma di guerra asimmetrica. Un terrorismo che, in Europa, non si limita più ad attacchi condotti da singoli o pochi ‘lupi solitari’ contro obiettivi dall’elevato valore simbolico  -come il museo ebraico di Bruxelles (24 maggio 2014) o la sede del giornale satirico ‘Charlie Hebdo‘ a Parigi (7 gennaio 2015)-,  ma, palesando un’innegabile capacità organizzativa, esaltata, peraltro, dall’insufficiente coordinamento delle politiche di intelligence a livello europeo, si mostra in grado di condurre offensive coordinate contro i punti sensibili delle nostre città (caffè, stazioni della metro, teatri, stadi, aeroporti), perfino quando in esse, come nel caso di Bruxelles, vige uno stato di massima allerta.