mercoledì, Dicembre 8

Bruxelles, covo di Salah e obiettivo di attentati field_506ffbaa4a8d4

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Il caso della violenza di gruppo, consumata l’ultimo dell’anno a Colonia ai danni di centinaia di donne, ha fatto molto discutere. E mentre l’Europa si è concentrata sul dibattito legato alla migrazione e all’accoglienza, la polizia ha condotto le indagini scoprendo che c’erano anche dei rifugiati tra gli assalitori di Colonia. Lo hanno rivelato alcuni funzionari del sindacato di polizia, confermando i sospetti di oggi, ma contraddicendo le informazioni diffuse dalla polizia nei primi giorni. «Siamo a conoscenza del fatto che c’erano dei rifugiati tra le centinaia di uomini sospettati delle molestie e dei furti a decine di donne che si trovavano nei pressi della stazione di Colonia» ha detto alla tv Ard il capo del sindacato DPolG, Ernst Walter. Ma pare non sia tutti stranieri. Al momento, trentuno persone sono state identificate e fra questi 18 sono richiedenti asilo. Sono sospettati per lo più di furti e lesioni corporali e finora nessuno dei profughi identificati è collegato a casi di molestie sessuali. Secondo la Bild, diversi uomini di origine straniera sono stati fermati e un portavoce della polizia di Colonia ha confermato a Spiegel on line che due ragazzi di 16 e 23 anni, originari della Tunisia e del Marocco, sono stati fermati nelle indagini su San Silvestro.

Intanto, sono salite a 200 le denuncie per molestie a Colonia, mentre  si moltiplicano i casi di violenza di gruppo in Europa. Almeno 15 donne hanno denunciato di essere state molestate da un gruppo di uomini la notte di Capodanno a Kalmar, in Svezia, come riferito dal portavoce della polizia svedese, Johan Bruun, e lo stesso è accaduto anche ad Amburgo, dove nella stessa notte sono state aggredite sessualmente almeno 70 donne nel quartiere della movida di St Pauli. Stesso copione a Salisburgo e a Stoccarda, dove sono stati segnalati dei casi. La notizie delle violenze hanno certamente soffiato sul fuoco della rabbia di quei Paesi che già nei giorni scorsi hanno deciso di chiudere le frontiere. A Svezia e Danimarca si aggiunge oggi la Slovacchia. Il premier Fico, infatti, ha annunciato che Bratislava non accoglierà più rifugiati musulmani. «Non vogliamo che in Slovacchia accada quello che è successo in Germania». E anche la nuova Polonia del Pis di Kaczynski ha già impugnato i fatti di Colonia per dichiarare guerra sul fronte delle politiche dei migranti. L’Unione Europea dovrà affrontare velocemente la questione, perché in pericolo non c’è solamente Schengen, ma anche la libertà di professione religiosa. Il tema dell’accoglienza è sicuramente caldo, ma è anche molto strano che queste violenze sulle donne si siano verificati la stessa sera in alcune città, quasi come fossero state premeditate e organizzate a tavolino.

L’epidemia di violenza da armi da fuoco rappresenta una crisi nazionale. A scriverlo è il presidente Barack Obama, tornando a difendere con forza la necessità di estendere il controllo sul possesso di armi da fuoco, in un contributo per il New York Times, pubblicato poco prima che il leader della Casa Bianca apparisse in un dibattito televisivo ospitato dalla Cnn e dedicato sempre allo stesso argomento. «Una crisi nazionale di questa portata richiede una risposta nazionale. Ridurre la violenza provocata dalle armi da fuoco sarà difficile». Non si nasconde Obama, che guarda ad una riforma sul possesso di armi come a qualcosa che non accadrà durante la sua presidenza. «Ma ci sono passi che possiamo compiere ora per salvare vite e tutti dobbiamo fare la nostra parte, perché abbiamo tutti una responsabilità» ha scritto. Il presidente americano, poi, ha detto chiaramente che non farà campagna elettorale, non voterà a favore, non sosterrà nessun candidato, anche nel suo stesso partito, se non appoggerà una riforma sulle armi da fuoco. «E se il 90 per cento degli americani favorevoli a questa riforma si uniranno a me, eleggeremo la leadership che meritiamo». Intervenendo da Fairfax sulla Cnn in un dibattito sulle armi, Obama ha quindi detto di rispettare il diritto a possedere un’arma da fuoco ma ha insistito sulla necessità di fare in modo che le armi non cadano nelle mani sbagliate. «Tutti concordano sulla necessità di perseguire chi ha commesso crimini, ma chi li commette» ha sottolineato Obama «non dovrebbe avere accesso così facilmente alle armi». L’inquilino della Casa Bianca ha, quindi, insistito sulla necessità di garantire l’incolumità dei bambini in un paese dove ogni anno le armi da fuoco fanno 30mila morti.

Al dibattito non hanno voluto prendere parte rappresentanti della potente lobby delle armi, la National Rifle Association (NRA) che, come Obama ha detto, ha ancora molto potere sul Congresso. Tra i circa cento ospiti c’era anche la moglie di While Kyle, il soldato che ha ispirato il film American Sniper, e Jillian Soto, la cui sorella Vittoria è morta nella sparatoria alla scuola Sandy Hook, Connecticut, nel 2012. L’offensiva mediatica di Obama sembra destinata a trasformare la violenza delle armi in uno dei dei temi più caldi della campagna elettorale: un primo sondaggio della Cnn dopo l’annuncio della sua svolta sembra incoraggiante per l’inquilino della Casa Bianca, con il 67% degli americani a favore delle sue misure e il 32% contrario. Intanto, però, il miliardario e candidato presidente Donald Trump, cavalcando l’onda, ha fatto sapere che se verrà eletto alla Casa Bianca, abolirà le gun free zone, quelle aree dove è vietato portare armi nelle scuole e nelle basi militari. Lo ha detto, tra gli applausi dei sostenitori, in un comizio in Vermont che ha tenuto la notte scorsa, proprio mentre Barack Obama era impegnato nel town hall meeting, la sessione di domande e risposte con il pubblico sul controllo delle armi, mandata in onda dalla Cnn. «Mi sbarazzerò delle gun free zone nelle scuole, bisogna farlo, e anche nelle basi militari. Lo firmerò il primo giorno di mandato, il mio primo giorno, non ci saranno più gun free zone» e ha aggiunto, «riporteremo la sanità mentale in questo Paese».

Sono passati pochi giorni da quando l’opposizione anti chavista ha assunto la maggioranza dell’assemblea nazionale del Venezuela e ora si è insediata ufficialmente durante una  cerimonia ad alta tensione. Ma la politica di Caracas è ancora nel pieno della bufera. Oggi, infatti, l’esercito ha ribadito la sua fedeltà assoluta e il suo sostegno incondizionato al presidente Nicolas Maduro. «È la massima autorità dello Stato, eletto dal voto popolare» ha dichiarato il ministro della Difesa e capo delle forze armate, generale Vladimir Padrino. «Di fronte a tutti gli ostacoli, le avversità e seguendo le tracce indelebili di Bolivar, difende gli interessi del Paese e noi ribadiamo la nostra fedeltà assoluta e il nostro sostegno incondizionato». Intervenendo a una cerimonia solenne nella caserma dove riposano le spoglie del defunto presidente Hugo Chavez, lo stesso Maduro si è scagliato contro l’iniziativa dell’opposizione di staccare dalle pareti del Parlamento le raffigurazioni di Chavez e dell’eroe dell’indipendenza latino-americana Simon Bolivar. «Vogliono cancellare la memoria storica»  ha detto «in modo che le persone non sappiano più da dove vengono e perdano la prospettiva di dove andare, con chi andare, come andare e contro chi andare». Con 112 seggi su 167, l’opposizione dispone di una maggioranza di due terzi in Parlamento, ciò che le consente di convocare un referendum e di istituire un’assemblea costituente, e quindi di cacciare il presidente Maduro grazie a una riduzione della durata del suo mandato. In questo braccio di ferro, intanto, Maduro in persona ha formato mercoledì un nuovo governo, per far fronte “a un Parlamento borghese” in quella che ha definito una nuova tappa della rivoluzione.

 

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