venerdì, Aprile 23

Bruxelles: attaccata l'Europa che non protegge i suoi cittadini field_506ffbaa4a8d4

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Il 22 marzo 2016 segue il 7 gennaio e il 13 novembre del 2015 non solamente sul calendario gregoriano. È la successione degli attacchi all’Occidente, o più esattamente all’Europa. Non sono attacchi alla Francia, al Belgio e ai loro popoli, bensì attacchi all’Europa degli europei; l’Europa dei 28 che ancora incredula, stordita, dimostra quell’inconsistenza politica e strategica che ognuno di questi episodi (accaduti e che accadranno nel futuro assai prossimo) mette sempre più in evidenza con grande imbarazzo per chi, come il sottoscritto, europeo è e si sente, e da anni fa appello all’identità politica europea, qualunque cosa ciò possa significare.

Ancora una volta, e non illudiamoci che sia l’ultima, il terrore ha investito casa nostra, la nostra quotidianità e i nostri simboli attraverso una serie di azioni spettacolari. E proprio gli attacchi a Bruxelles, quello all’aeroporto e il quello alla metropolitana cittadina, del 22 marzo confermano nell’evoluzione di un fenomeno che non possiamo più chiamare terrorismo, e la cui natura è di tipo insurrezionale e transnazionale.

L’Europa è sotto assedio? Sì, ed è guerra senza quartiere. Combattere per difendersi, per difendere la propria identità e i propri valori. Questo gli europei devono ben comprenderlo poiché il fondamentalismo jihadista, che si diffonde dal Medioriente e attraversa il Nord Africa, è giunto al cuore dell’Europa per colpirne i valori fondanti: la libertà, l’emancipazione, il progresso sociale e quello culturale.

È una minaccia concreta e crescente, conseguenza dell’avanzata neo-jihadista dello Stato islamico in combinazione con le dinamiche conflittuali e con il disagio sociale di una parte della comunità musulmana, anche europea – quest’ultima spesso di seconda, o terza, generazione. E il Belgio è, insieme ad altri Paesi europei, il vivaio di questo fondamentalismo latente e lasciato covare con troppa ingenua e complice incapacità, e che sta ora esplodendo, per emulazione, con un entusiasmo che deve farci rabbrividire.

Un’imposizione di violenza che, con i suoi 34 morti, 250 feriti, e i due attaccanti suicidi (basta chiamarli kamikaze; solamente noi italiani utilizziamo impropriamente questo termine), ha portato a compimento con successo una serie di operazioni coordinate e simultanee, prontamente rivendicate dallo Stato islamico. Ma ciò che è accaduto, dobbiamo esserne consapevoli, è un classico esempio di trasferimento di capacità tattica da un teatro operativo a un altro. Ma a differenza del passato, quando le tecniche erano trasferite dall’Iraq all’Afghanistan, alla Siria, o alla Libia, oggi l’evoluzione di una tecnica di combattimento collaudata in guerra si è imposta, ancora una volta, in uno Stato europeo, dimostrandone una natura espansiva che non esclude anche l’Italia come potenziale obiettivo significativo, e questo a causa dei molti target di alto valore materiale e simbolico presenti sul territorio.

Anche oggi lo Stato islamico ha dimostrato di disporre di ‘combattenti’ determinati, addestrati e con buona capacità di coordinamento operativo in un contesto urbano; e con un adeguato, per quanto minimale, livello di capacità logistica e intelligence. È così necessario prendere atto che le azioni portate a termine sono vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi dei combattenti-suicidi si aggiungono quelli allestiti per l’attacco alla fermata Maelbeek della metropolitana, vicino alle sedi delle istituzioni europee; lo stesso esplosivo utilizzato nel precedente attacchi a Parigi, ma migliorato con l’aggiunta di pezzi metallici e vetri che hanno amplificato gli effetti devastanti dell’esplosione.

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