martedì, Luglio 27

Bruno Pellegrino: 'Noi del Psi, eretici riformisti'

0

 

foto personali 003

Incontro una persona, ma sono due?
Il Bruno Pellegrino che sorbisce con me il the – rigorosamente verde e dal nome esotico – al Bar Canova Tadolini di via del Babuino a Roma, sarà il pittore ‘tardivo’, che dipinge ‘primi piani’ enigmatici, talvolta monocromi, con occhi in cui corruscano gli stati d’animo, raramente ridenti, molto più spesso enigmatici o dolorosi? Oppure, l’intellettuale e politico dalla fervida sensibilità che rappresentò l’immaginifico sguardo culturale di un Partito Socialista oggi per lo più rinnegato solo per l’ansia di mettere sotto il tappeto il cattivo, ma anche il buono, di una certa epoca (ora rimpianta, alla luce dei bubboni odierni)?
Dopo un po’ che parliamo, comprendo che non posso essere manichea, non devo distinguere a compartimenti stagni ciò che, invece, fu efficacemente rappresentato nell’uomo vitruviano e che, metaforicamente, può essere applicato anche all’intelletto umano.
L’animatore culturale che contribuì a rendere il milanese ‘Club Turati’ un crogiuolo intellettuale di grande autorevolezza è davanti a me, altrettanto vividamente quanto l’uomo che, come per illuminazione, scoprì la pittura come mezzo espressivo a età ben più che matura.
Nelle vene, la passione, pura, senza ammortizzatori. Forse per questo il suo amico Alberto Moravia, lo definì uno dei suoi pochi antidoti alla noia.
La nostra lunga conversazione, infatti, mi lascia insoddisfatta perché ad ogni frase scopro di volerne sapere di più, giacché stiamo parlando di dimensioni a tutto tondo e non dell’arida piattezza a cui siamo ridotti, per la crisi dei valori, oltre che per quella economica.
E, innanzitutto, scopro un punto in comune. Si chiama ‘Campania’.
Sono nato ad Amorosi, in provincia di Benevento, 68 anni fa”– si presenta, quando io lo interrogo sulle sue origini milanesi – “Appartengo ad una famiglia ampia, che, dagli iniziali interessi nel settore dei trasporti e della logistica, si è dipanata prima a Napoli, poi a Genova e a Milano“.
“Qui, un ramo familiare, originato dal fratello di mio padre, ha iniziato una dinastia di medici, fra figli di primo e secondo letto, ed ho anche un cugino omonimo, valente dottore, che ha scritto un libro in cui ha dimostrato la propria meneghinità, raccontando una Milano segreta, con la descrizione di moltissimi luoghi interessanti e sconosciuti della città”.
Il mio equivoco è giustificato. Il ‘mio’ Bruno Pellegrino non ha scritto di Milano, ma ha rappresentato a lungo ‘per’ Milano il motore immobile di una attiva vita culturale, di respiro nazionale e internazionale.
Certe damnatio memoriae buttano via l’acqua sporca con tutto il bambino, ma, in questo caso, il ‘bambino’ ha tirato fuori il pennello, la penna e lo scalpello e ha dato prova di possedere un inespresso potenziale artistico, oltre che letterario che, altrimenti, non avrebbe rotto la lava indurita del quotidiano.
Com’è andata, dal principio alla fine, me lo racconta affinché io possa cimentarmi a trasferirlo ai lettori. Si tratta di un’edizione estremamente sintetica di quanto, nel 2010, trasferì nel libro L’eresia riformista.La cultura socialista ai tempi di Craxi’ (Guerini e Associati) e nella mostra ‘Primi piani’, a cura di Duccio Trombadori, che fu ospitata al Museo del Vittoriano, per due settimane, fra settembre e ottobre 2013.

Dunque, un beneventano, ma non un emigrante, tanto per dirla alla Massimo Troisi.
Neanche del tutto beneventano, giacché l’origine remota della famiglia risale a Vietri sul Mare. Giovanissimo, ci trasferimmo a Milano, dove ho frequentato il Liceo e poi l’Università. Sin da ragazzo, ho affiancato allo studio l’impegno culturale. Lo esercitavo a Cinisello Balsamo, che un tempo era stato borgo agricolo alle porte di Milano, ma che l’industrializzazione crescente aveva trasformato in pochissimo tempo in un Comune neanche tanto piccolo, passando dagli iniziali 10/15mila abitanti ad un centro di oltre 100mila. Il che generò problemi straordinari, e non solo infrastrutturali: si riverberò anche sulla domanda di cultura, e ciò sollecitò la ripartenza di un Centro culturale praticamente fermo, di alcuni amici che vollero coinvolgermi, pur essendo ancora uno studente. La sfida era quella di esplorare linguaggi e metodi, cosa che mi assorbì e entusiasmò. Non era cultura astratta: questa comunità in movimento abbisognava di servizi, di scuole, di infrastrutture adeguate. C’era bisogno di un pensiero retrostante, ‘politico’ in senso ampio, per immaginarne l’evoluzione. Fu un importante banco di prova per me che, nel frattempo, lavoravo come bibliotecario.

Stridente questo contrasto: l’immaginazione con proiezioni concrete, nel tessuto sociale e, contemporaneamente, un lavoro quasi oscuro, fra gli scaffali e le schede di una biblioteca…
Ma quella biblioteca la creammo dal nulla, prima non c’era. Era anche quella una sfida, una fondazione.
I miei amici erano tutti socialisti e fu così che mi avvicinai al Partito. Per farlo, però, non passai la trafila di iscrivermi ai ‘Giovani socialisti’, non mi attraggono i meccanismi surrettizi.
Un giorno, era il 1971, mi si presentarono questi amici, con cui condividevo lunghi, sollecitanti confronti intellettuali, chiedendomi di diventare il Segretario del PSI a Cinisello. Io, un neoiscritto!

Come mai scelsero te?
Perché avevano apprezzato come fossi riuscito a dare impulso alla cultura attraverso le iniziative del Centro.
Il PSI, all’epoca, era piuttosto emarginato. Mentre il PCI – e gli faceva gioco il tessuto industriale e operaio di Cinisello – aveva sul territorio almeno dieci sezioni e i pochi del PSIUP gestivano la Cooperativa Matteotti (nulla di più lontano dal loro imprinting), noi eravamo ospiti di questi ultimi, in una stanzetta di pochi metri quadrati.
Volevamo dare un nuovo impulso, ricostruirci una nuova identità. Ed io giocai le carte dell’audacia. Ad esempio, quando, per la Festa dell’Unità il PCI ottenne lo stadio, io li tramortii, stupendoli con un’analoga richiesta per la ‘nostra’ Festa, dando mostra di voler proiettare il Partito verso una nuova autorevolezza.
E poi, tutto questo mi fece da volano, con un contatto sempre più serrato con l’ambiente culturale socialista milanese.

Per te, dunque, fu un passaggio dalla periferia al centro?
Nel giro di due – tre anni cumulai l’essere il segretario della sezione PSI di Cinisello col coordinare una delle cinque grandi aree territoriali in cui si declinava la Federazione socialista di Milano e del suo hinterland.
Una zona ‘tosta’, ovvero quella che abbracciava l’area industriale milanese più la Brianza. Fu un periodo interessante e faticoso, in cui mi dividevo fra questi due ruoli. A quest’epoca risale la mia profonda amicizia con una serie di leader intellettuali milanesi, fra cui, innanzitutto, Carlo Ripa di Meana, allora presidente del prestigioso circolo ‘Turati’, e con la sua compagna, l’architetta Gae Aulenti.
Fra capo e collo mi piombò anche un altro impegno. La mia passione per lo studio e l’analisi mi procurò un nuovo incarico: quello di responsabile dell’informazione per la Federazione milanese, in virtù del quale studiavo i problemi dell’informazione, con le prime radio e TV private.

Un vero tour de force: ma tutto questo condusse ad una svolta, nel 1975… non avevi neanche trent’anni…
Ero stato nella trincea proprio nel settore dell’approfondimento su radio e tv private. Per cui, prevedendo la legge 103/75, quella della riforma della RAI, la creazione di un Comitato Regionale dei Servizi Radiotelevisivi, fui chiamato a presiedere quello della Lombardia. Molti anni, sul finire degli anni ’80, sono entrato a far parte del CdA della RAI, sotto la Presidenza di Enrico Manca.
In quegli stessi mesi del 1975, però, avvenne un’altra chiamata, che mi segnò profondamente: un ulteriore banco di prova.

Quale?
Nel 1972, era di domenica, ricevetti una telefonata di Gae Aulenti, che disse di volermi parlare. Andai a trovarla e mi raccontò che Carlo, diventando il Presidente della Commissione per lo Statuto della Regione Lombardia, avrebbe dovuto lasciare la presidenza del Club Turati, il centro-motore del dibattito politico socialista, in Lombardia e non solo.
Mi chiese: me la sentivo di raccogliere il testimone? Pur ringraziandola per questa ‘investitura’, mi ritrassi perché, all’epoca, non mi sentivo abbastanza ‘corazzato’ per assumere quella responsabilità così importante.
Il mio diniego è stato un gesto di consapevolezza. Ancora non ero ‘pronto’.
Tre anni dopo, alla stessa offerta ho detto sì. Fui mosso dall’incoraggiamento di Gae, lei, così rigorosa e severa, mi vedeva bene a quel posto!
La guida del Club Turati è stata l’avventura più bella della mia vita; un’occasione di dialogo, di ricerca, di approfondimento e anche di ‘invenzione’ intellettuale, (nel senso latino dell’inventio) d’impareggiabile valore.
Eravamo baricentrici non solo sotto l’aspetto intellettuale, ma anche sotto il profilo ‘logistico’, con le finestre su Brera che rappresentavano una vetrina culturale incredibile.

Cioè, mentre ad Amsterdam si mettevano le femmes publiques in vetrina, a voi c’erano i cervelli?
Vi era un interscambio fra ambiente circostante e il Club Turati che creava un corto circuito intellettuale di grande valore.
Una sorta di triangolo delle Bermude, in positivo: l’Accademia diretta da Carlo Bertelli e le sue ‘colonne: Andrea Cascella, Alik Cavaliere e un manipolo di grandi artisti; noi; il bar Jamaica, ritrovo d’intellettuali e artisti come, negli anni, Luciano Bianciardi, Ugo Mulas, Bruno Cassinari, Enrico Baj, Lucio Fontana, Ernesto Treccani, Emilio Tadini, Bruno Manzoni, Allen Ginsberg, Dino Buzzati, Ernest Hemingway, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti e tanti altri; nei pressi, le case di Camilla Cederna, Giulia e Giovanna Borgese, Lalla Romano; lo studio di Giovanni Testori, con cui condividevamo caffè e stimolanti conversazioni.
Non va dimenticato, poi, che a due passi, in Via Solferino, vi era il Corriere della Sera e il suo crogiuolo di talenti. Insomma, eravamo immersi in un’atmosfera di grande fervore intellettuale, humus quotidiano di eventi culturali e politici.

Tu prendi in mano il ‘Club Turati’, pensatoio socialista milanese, nel ’75. All’epoca il PSI, sotto il profilo politico, non è che se la passasse benissimo…
L’anno dopo avvenne una congiuntura assai favorevole, giacché, con la svolta del MIDAS. Bettino Craxi, milanese, prese in mano il Partito.
Io, in realtà, non mi riconoscevo fra i suoi sodali. Mi sentivo, piuttosto, più vicino ai seguaci di Antonio Giolitti, come Giorgio Ruffolo, Luciano Cafagna, Giuliano Amato. Subito dopo il Midas, inaspettatamente, Craxi mi telefonò: “La situazione del PSI, in Italia, è precaria, fragile. Ti chiederò di darmi una mano”.
E gliela diedi, duettando con Claudio Martelli, io da Milano, lui installatosi a Roma come responsabile della Cultura. Claudio, invece di fare l’asso pigliatutto, divise il lavoro per aree e a me fu affidata quella dell’Informazione.
Furono anni di spola fra Milano e Roma, ove dispiegammo una grande progettualità, rivoltando da cima a fondo tutta l’impostazione culturale del Partito, tarlata dall’obsolescenza, vetero-marxista, e traghettandola verso una modernizzazione di timbro social-democratico e liberal-democratico.
Era la nostra risposta alle pretese di monopolio culturale del PCI.

Una visione audace, la vostra, viste le rivendicazioni di primazia dell’allora Partito Comunista. Vi sentivate un po’ Davide contro Golia?
Col Turati, che celebrò così il suo ventennale, organizzammo alcune iniziative che hanno davvero rappresentato una svolta culturale per il PSI, i cui riflessi si sono allungati sul Paese.
Ebbe grandissimo successo il Convegno, organizzato nell’autunno del ’77, con Norberto Bobbio – un intellettuale ‘puro’, notoriamente senza tessere in tasca -, su ‘Politica e Cultura’.
Era stato preceduto da una bellissima intervista di Bobbio a Walter Tobagi, con un titolo apertamente anti-ortodossia berlingueriana: ‘Intellettuali, vi esorto alla critica’.
Nel testo, il filosofo torinese, poi senatore a vita, esordì andando giù di piatto: ‘La tesi che io sostengo – affermò – è quella dell’autonomia della cultura’.
E la declinazione del convegno che così introdusse, rivendicava proprio tale ‘libertà’. Era la ‘nostra’ risposta al plenum di una sorta di Cominform della cultura italiana, convocato al Teatro Eliseo di Roma da Enrico Berlinguer, il 14 e 15 gennaio 1977.
Due settimane dopo, poi, alla Biennale di Venezia, presieduta da Carlo Ripa di Meana, s’inaugurò il mese dedicato alla ‘Biennale del Dissenso’: lo stesso Bobbio relazionò su ‘Libertà e socialismo’.
Fu come una virtuale bomba atomica che scardinò certi equilibri consolidati e monopolizzanti a sinistra.
Tutti tentarono di mettersi di traverso, perché, temevano ciò che, poi, avvenne, ovvero l’emersione della subalternità del PCI a Mosca sotto ogni profilo, compreso quello economico. Bisognava decidere se stare col dissidente Aleksandr Solgenitsin o con Leonida Breznev.

Un vero e proprio uno-due, stile ring. Ma metteste a frutto questo vantaggio politico e mediatico?
Sull’onda di questi successi, con Martelli, che aveva la delega alla Cultura e all’Informazione, realizzammo il convegno su ‘Informazione e Potere’.
Fu quella la prima volta che venne avanzata la proposta di un allargamento dell’offerta televisiva. Silvio Berlusconi, all’epoca, non era neanche in mente Dei, era semplicemente un grande imprenditore edile con una tv via cavo per i suoi condomini.
Sul settore, invece, premevano i grandi editori, come Rusconi, Rizzoli, Perrone, Caracciolo. Noi, in materia, proponemmo la creazione di una quarta rete, gestita dai privati.

La vostra è stata una rivoluzione mancata, al di là delle ombre giudiziarie…
Ci siamo battuti perché la cultura fosse baricentrica, ma senza ‘impadronircene’. Su un punto Craxi ha vinto davvero: ha annichilito la cultura marxista – leninista, che non faceva parte della nostra tradizione, costringendo persino il PCI a subire il traino della cultura socialdemocratica e liberalsocialista.
Abbiamo voluto spostare su un terreno di modernità una cultura che guardava a Oriente, quando invece noi stavamo a Occidente.
Se si pensa all’orrore che avevano quelli del PCI per la parola ‘riformismo’, considerata quasi foriera di tradimento ed eresia, mentre, invece, ora la condiscono in tutte le salse!

Cosa sono stati per te quegli anni?
Soprattutto anni di grande felicità, d’incontri, utili a creare uno spazio più libero rispetto alla militanza di stretta osservanza.
Il volano del pensiero era alimentato da gruppi di filosofi come Sebastiano Maffettone, Giulio Giorello, lo stesso Bobbio.
Un gruppo che ha introdotto un nuovo vocabolario, attribuendo significati nuovi a certe parole, come ‘velocità’, (lo scarto di velocità fra politica ed economia…), ‘complessità’, persino ‘globalizzazione’.
Abbiamo provocato il giro di boa per la cultura della sinistra italiana. Ma abbiamo vinto anche perché il PCI aveva preso male la mira e gli atleti sofisti dello spaccamento del capello in otto sono stati sconfitti da un gruppo che avevano considerato con sussiego e superiorità.

Poi, l’eclissi, storie note e dolorose, specie se guardiamo all’oggi e alle alleanze addirittura malavitose. Come ti sei orientato, negli anni bui?
Dopo il ‘92/93 e la fine del periodo in cui ero stato anche Senatore della Repubblica, sono andato a dirigere le Edizioni dell’ADN Kronos e, successivamente, ho fondato il ‘Gambero Rosso Channel’.
Un infarto ha connotato il cambiamento.
Ero convalescente quando una sera, guardando un libro sugli animali nei dipinti, mi sono imbattuto nella rappresentazione di un cinghiale cinquecentesco disegnato a tratto.
Non so da quale luogo sepolto del mio io sia venuto l’insopprimibile impulso a tentare di rifarlo.
Sono rimasto sbalordito dal grande piacere intellettuale che ho tratto nel gesto artistico. Avevo trovato la maniera di incanalare le mie energie; era come se le immagini mi premessero dal di dentro, chiedendo di uscire, di materializzarsi.
Certo, mano, occhio e cervello sono riusciti a sintonizzarsi, a seguirmi. Oggi sono felice nel mio bozzolo, in cui studio, scrivo e, soprattutto, leggo, dipingo e scolpisco.
E gli altri percepiscono che dal mio lavoro artistico ne traggo delizia e ne sono contagiati. La mia è passione, non volontà di voler lasciare un segno. Lo stesso avviene in politica: e, vi assicuro, l’ambizione vacua e sfrenata non animerà mai i pochi eletti che lasciano per davvero un segno.

E adesso, dove andiamo?
Sono contrario ad ogni passatismo: siamo nel bel mezzo di una guerra fra un mondo che non vuol finire e un mondo che vuol nascere ma deve ancora coagularsi.
Non facciamoci fuorviare dalla nostalgia. E’ uno spreco per l’umanità.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->