sabato, Aprile 10

Bruno Neri, calciatore partigiano image

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Bruno Neri

Gli eroi del pallone, anche quelli del passato, sono entrati ormai a far parte del nostro firmamento ideale. Eppure, in questo cielo stellato del nostro immaginario, c’è una piccola stella  che è sfuggita ( o quasi) al battage mediatico, alla liturgia delle celebrazioni, ai cantori dello sport più diffuso se non amato. Quella stellina è un campione degli anni 30. Si chiamava Bruno Neri, e bene ha fatto il Comune di Scandicci, alle porte di Firenze, a farla brillare ancora una volta. Bruno veniva da Faenza, dove aveva studiato all’Istituto Agrario, amava l’arte, la poesia, la pittura e, naturalmente, il pallone. Quella sfera per rincorrere la quale aveva  abbandonato la cittadina natia, gli amici, la famiglia, per ricorrere il suo sogno di gloria nei campi del calcio maggiore, quello che conta e ti da la fama. E lui, di fama, in quegli anni 30, ne ha avuta, eccome! Ma soprattutto amava la Libertà. Un sentimento  forte, forgiato nel tempo e attraverso la cultura.  E per quella ha lasciato la vita. Quella maledetta  mattina del 10 luglio del ’44, presso l’eremo di Gamogna, sui monti dell’appennino Tosco emiliano, il comandante Berni, questo il suo nome di battaglia, cadde in un impari  scontro a fuoco con i nazisti, insieme al compagno Vittorio Bellenghi (“Nico”, ex ufficiale del Regio Esercito e comandante della brigata Ravenna) mentre perlustravano la zona per condurre il loro battaglione a recuperare un lancio aereo degli Alleati.

Il suo ricordo, nei più, e negli almanacchi del calcio, è legato ad una sola foto: quella in cui il 13 settembre del 1931, si inaugura il nuovo stadio comunale di Firenze, dedicato a Giovanni Berta,  eletto  martire del fascismo.  Tutti i giocatori alzano il braccio destro, facendo il saluto fascista. Uno solo si rifiuta, restando con le braccia  lungo il corpo. Lui, Bruno Neri,  centromediano di belle speranze. In quegli anni già era forte in quel bel ragazzo di 21 anni, che veniva direttamente dalla squadra del  Faenza, il sentimento antifascista. Ed il coraggio. Aveva cominciato la carriera giocando terzino, allora si chiamavano così, poi quella di mediano. Un  antenato di Oriali, di quelli che,  per dirla con Ligabue, «stanno là sempre in  mezzo»,  a rompere il gioco avversario e a costruire il proprio. Una vita dura la loro, fatta più di fatica che di gloria, più di sudore e lacrime  che di soddisfazioni personali, un ruolo al servizio della squadra, che non accende la fantasia  dei cronisti. E tuttavia, quel ruolo il giovane Bruno lo assolveva con  rara intelligenza, disciplina e modestia. Aveva una particolare ritrosia per i riflettori. Di sé, diceva: «mi chiamo Bruno Neri. Sono un metro e settanta, ma colpisco molto bene di testa. Sono agile  ma anche se non sono un corazziere i contrasti non mi spaventano…..Qualcuno mi definisce taciturno. Ma non è che non abbia cose da dire, anzi. E’ che non mi piacciono le luci della ribalta e parlo solo se devo dire qualcosa d’importante». 

Circa il suo ruolo, diceva che «il pallone va giocato prima di riceverlo». Che è come dire: si gioca  con la testa prima che con i piedi. Che è una prerogativa dei campioni. E  Bruno lo  fu. Contribuendo al successo della Fiorentina in serie B, portandola alla promozione in A nel campionato 1931. Poi guidandola negli anni successivi fino al ’36, quando dopo una  breve parentesi nella Lucchese, allenata dall’ungherese Ernest Erbestein, passò nel ’37 al Torino, in quella squadra che nel giro di pochi anni sarebbe diventata il Grande Torino. Con la maglia granata giocò per tre anni, 65 presenze e una rete.

Chiamato da Vittorio Pozzo, entrò anche nel giro della nazionale – quella che avrebbe conquistato anche il  mondiale  del ’38. Il suo esordio in maglia azzurra lo  aveva fatto il 25 ottobre del ’36,  contro la Svizzera ( 4 a 2 per gli azzurri). Poi,  disputò altre due partite. L’ultima con il Toro porta la data del 26 marzo 1940, contro l’Ambrosiana-Inter.  Quindi, se ne tornò a Faenza, ad allenare la squadra della sua città, dove aveva esordito che era ancora un ragazzo:   16 anni. Complessivamente, in serie A aveva collezionato 219 presenze. Ma, come si è detto, Bruno era un calciatore diverso, fuori dagli schemi di allora: un  giovane con una marcata sensibilità culturale ed artistica, che trascorreva le ore libere nei musei, nelle librerie, a discutere con gli amici d’arte e di cultura, a leggere i suoi poeti preferiti, tra cui Dino Campana e Montale,  agli incontri  letterari con scrittori e attori. E a parlare di politica, con il cugino Virgilio Neri,  notaio milanese e  attivo antifascista ( era in contatto con Don Sturzo e Giovanni Gronchi),  e con l’allenatore  Erbestein che,  con l’entrata in vigore delle leggi razziali, lasciò l’Italia per tornarsene in Ungheria.

Bruno, finita la carriera, pensava ad una vita tranquilla tant’è che con i proventi della professione aveva  messo su un’attività  imprenditoriale, avendo rilevato dal tenore faentino Antonio Melandri, un’officina meccanica a Milano. Ma allo scoppio della guerra  la sua coscienza lo spinse a scelte radicali, arruolandosi nella file della Resistenza partigiana. Vicecomandante del Battaglione Ravenna, si era dislocato in una zona strategicamente importante, a  ridosso della Linea Gotica. Ma la clandestinità non gli impedì  di tornare a calcare gli scarpini da calciatore partecipando a Campionato Alta Italia 1944, con la squadra del Faenza. L’ultima partita contro il  Bologna. Quella con la morte la giocò in una torrida mattina di luglio. Berni e Nico, stavano ispezionando  la zona intorno all’eremo per condurre la loro brigata al recupero dei mezzi lanciati dagli Alleati, quando furono avvistati da una pattuglia di nazisti. I due partigiani gridarono, chiamavano i compagni per   dare l’impressione di essere in tanti. Ma intorno a loro non c’era nessuno. I nazisti capirono che i due erano soli. Lo scontro a fuoco fu un lampo. Per Berni e Nico, non ci fu scampo. L’episodio fu descritto da un pastore che si era nascosto dietro un castagno.

Sull’eremo di Gamogna una lapida ricorda il loro sacrificio.  Il Comune di Faenza nel ’46, dedicò al  calciatore partigiano, morto per la Libertà, lo stadio. Uno spettacolo musicale e un libro, rispettivamente di Beppe Turletti e Lisandro Michelini,  ci hanno lasciato il ricordo di questo campione nello sport ed eroe  nella vita. A questi lavori, si è aggiunta ora una nuova pubblicazione: “Bruno neri, il coraggio di un calciatore”, di Francesco Graziani, giornalista e conduttore  di BaoBab, su Radio 1. E proprio da questo libro è stato tratto il monologo che l’attore Roberto Giuffrè ha interpretato l’altra sera al Teatro Studio di Scandicci, alle porte di Firenze, per il ciclo della memoria.  Un teatro, quello fondato da Giancarlo Cauteruccio, che ha una storia  importante, di ricerca e d’avanguardia, che negli anni  ha consolidato la sua fama: dunque, di fronte ad un pubblico foltissimo, Gioffrè ha ripercorso – in uno scenario scarno, un piccolo tappeto verde, un pallone, qualche diap – la breve esistenza  di Bruno Neri, che alla vita comoda preferì la lotta partigiana per la Libertà. «Era diretto a Lavane, per esplorare se gli americani potevano lanciare parabellum, munizioni e rifornimenti sui cinquanta partigiani di Corbari….nella vita fu un grande calciatore, nella morte fu un uomo di valore». Con queste parole del novantunenne cantastorie  di Marradi, Giuseppe Biagi,  vogliamo rendere omaggio anche noi al coraggio di  un calciatore: Bruno Neri.   

 

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