domenica, Ottobre 17

Bruna Sibille: basta con una legislazione schizofrenica Il sindaco di Bra: “I Comuni hanno bisogno di regole e di risorse certe”

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 Presidente Aipo Bruna Sibille

Governa una città slow ma Bruna Sibille, sindaco di Bra, non sembra aspettare tempo e in vista delle amministrative di maggio promette spazio a donne e giovani all’insegna dello slogan AbBRAcciamo il futuro. La sostengono cinque liste tra le quali il Partito Democratico. Bra è una cittadella di circa 30mila abitanti, la terza per popolazione in provincia di Cuneo, a 50 chilometri da Torino. E uno dei maggiori centri enogastronomici del Piemonte che ha abbracciato la filosofia Slow Food di Carlo Pedrini forte di due prodotti tipici d’eccellenza come la salsiccia di Bra e il formaggio Bra dop. Un tessuto urbano a misura d’uomo dove splende il barocco piemontese. Donna e sindaco con un curriculum di rispetto. Tra gli incarichi ricoperti dal sindaco Sibille quella di assessore alla Regione Piemonte dal 2005 al 2009 con deleghe alla montagna, alle opere pubbliche e alla difesa del suolo.

 

Sindaco Bruna Sibille, oggi i sindaci sembrano essere diventati improvvisamente di ‘moda’, è un ruolo che sta assumendo una connotazione particolarmente positiva nell’opinione pubblica nazionale. Nella sua realtà è così? E cosa significa fare il Sindaco per lei?

Non credo si tratti di una moda, quanto piuttosto della consapevolezza di come gli enti locali siano riusciti, più di altre nostre istituzioni, a dialogare e guardare in faccia i propri concittadini per comprenderne le esigenze. Se un’accusa può essere mossa alle istituzioni superiori, credo la principale possa essere proprio uno scollamento tra le esigenze sentite nella quotidianità dai cittadini rispetto alle risposte che la classe politica è riuscita a dare. Fare il sindaco, e più in generale impegnarsi e partecipare alle vicende della propria comunità, credo sia la più alta forma di impegno civico.

Un Presidente del Consiglio può essere un sindaco d’Italia? E quali, a suo avviso, le condizioni perché questo accada per davvero? Per esempio: il presidenzialismo o il semipresidenzialismo?

Innanzi tutto mi lasci dire che sono contenta che chi ha fatto un’esperienza umana, prima che politica, quale quella di sindaco di una città sieda ora nella stanza dei bottoni. E’ un tipo di esperienza piuttosto comune in centri a noi vicini, ad esempio la Francia, ma inedita per il nostro Paese. Non so se ciò potrà essere favorito da formule elettorali che privilegiano l’elezione diretta del capo di stato o del governo. Sono questioni di cui non mi occupo e che lascio alle alchimie dei costituzionalisti. E’ certo però che le responsabilità e i livelli di interessi in gioco, dall’ambito comunale a quello nazionale, sono profondamente diversi. Se abbiamo bisogno di riforme, e sappiamo tutti averne, quel che è certo è che dobbiamo superare gli slogan per creare le condizioni di un ammodernamento e una qualificazione degli apparati dello Stato. Per far ciò abbiamo bisogno di un buon autista, sicuramente, ma anche di ottimi meccanici.

Nei Comuni spesso la battaglia amministrativa vede scendere in campo liste civiche. Quale resta il ruolo dei partiti tradizionali per il governo dei Comuni?

L’esperienza delle liste civiche, che anche nella mia città sono numerose, ha permesso di avvicinare molte nuove persone alla politica locale, intercettando anche quelle figure che, per sensibilità o idee, non accettavano di lasciarsi incasellare nei partiti più tradizionali. Credo poi che le logiche della politica nazionale abbiano poco a che vedere con l’amministrazione dei Comuni. A Bra l’attuale schieramento che mi sostiene ha coinvolto nel governo della città dall’Udc sino alle diverse anime della sinistra, in controtendenza rispetto a quanto nel 2009 accadeva a livello nazionale e regionale, senza che ciò potesse incidere sulla coesione dell’amministrazione.

Il civismo. Prima che sulla scena nazionale irrompesse la figura di Matteo Renzi, che sembra aver catalizzato, almeno nell’immaginario politico comune, l’antipartitismo (prima che cadesse nell’antipolitica), il civismo ha vissuto una stagione di ottimo protagonismo. Tanto che prima dell’esplosione mediatica e elettorale del 2013 del M5S si era ipotizzata una lista civica nazionale. Le chiedo: il civismo quali i limiti e quali le potenzialità nell’amministrazione locale.

Nell’amministrazione locale, come detto, può permettere di avvicinare i cittadini, specie i più giovani, alla politica. A livello nazionale credo possa svolgere la stessa funzione, anche se ciò deve avvenire in ragione di una maggiore identificazione degli elettori con la figura di un leader che possa aggregare attorno a se anche personalità e sensibilità molto diverse dalle consuete logiche di schieramento. Se ciò sarà testimone di maggiore partecipazione, ben venga. Al contrario se lascerà spazio a improvvisazione, dilettantismo e foglie di fico, credo che si possa tranquillamente passare.

Destra, Sinistra. Sono categorie che hanno ancora senso? E quanto senso hanno nell’amministrazione locale?

Credo di sì, forse mai come in questo preciso momento storico in cui si assiste ad un progressivo allargamento delle disuguaglianze, a tutti i livelli, e soprattutto tra noi e le giovani generazioni. A livello locale, ma credo anche su altri piani di governo, destra e sinistra rappresentano le diverse sensibilità attraverso le quali la democrazia svolge il suo ruolo di utile mediazione.

Abolizione delle Province. Quale la Sua opinione in materia?

Detto in maniera così tranchant, un “non sense”. Se maggiormente articolato, discutiamone. Questo perché le province hanno competenze, che dovranno essere distribuite tra altri livelli di governo. Credo che questo ente abbia svolta e potrebbe svolgere ancora un utile ruolo di mediazione e amministrazione su di un livello sovracomunale che le Regioni, specie in quelle di dimensioni vaste come la nostra, non riescono ancora ad esercitare. Il rischio è però che quelle funzioni vadano distribuite tra enti sovracomunali che, come accaduto ad esempio per le autorità d’ambito, non hanno dimostrato di aver saputo funzionare a dovere.

Dovrebbero essere al momento 15 le Città Metropolitane previste dal disegno di legge in discussione al Senato. Come vede questo nuovo ente territoriale?

Mi sembrano davvero tante, con l’intenzione di far rientrare dalla finestra ciò (le Province) che è uscito dalla porta. Stabiliremmo però un altro record: in Italia ci sarebbero più città metropolitane che in tutto il resto d’Europa! Scherzi a parte, si tratta di un problema importante che passa in primo luogo attraverso un razionale governo degli hinterland che, come dimostrato anche in altre realtà mondiali, può rappresentare davvero un reale fattore destabilizzante nel governo del territorio.

In discussione c’è anche la riforma del titolo V della Costituzione una diversa redistribuzione delle competenze Stato-Regioni. Le chiedo: quale la sua proposta in materia?

La legislazione concorrente ha prodotto inutili sovrapposizioni e mille conflitti: giusto superarla con una cesura netta. La toppa però non deve essere peggio del buco. Sarà opportuno che alle Regioni siano date competenze e funzioni chiare, con risorse certe. Diversamente, lo dico anche alla luce di una mia precedente esperienza come assessore regionale, ci troveremmo in una situazione dove l’autonomia sarà limitata da strettissimi vincoli di bilancio. Si decida cosa ognuno deve fare, anche tenendo presente dei risultati conseguiti ma anche delle opportunità insite in questi trentacinque anni di storia del regionalismo.

Quali dovrebbe essere dal suo punto di vista il rapporto tra Comuni e Stato centrale?

Come per la riforma del titolo V, deve esserci certezza delle competenze, delle risorse e delle regole. Non possiamo più assistere, come accaduto in questi anni, ad un continuo balletto a livello centrale di norme, codici e codicilli che hanno lasciato l’ente locale in balia di una legislazione schizofrenica che ci ha costretto a cambiare più volte l’impostazione ai nostri bilanci e, di conseguenza, alle nostre politiche. Spero che obbrobri giuridici quali la Tares, tanto per fare nomi e cognomi, non accadano più.

I Comuni e l’Europa. Questa istituzione, vista da un sindaco, quale futuro è destinata ad avere e di quali riforme necessita?

Solo due anni fa l’Unione europea è stata insignita del premio Nobel per la pace, per il ruolo che ha esercitato all’interno del nostro continente per promuovere una reale comunità d’intenti tra popoli che, sino a qualche anno prima, erano usi ammassare le truppe ai confini. Credo però che la sovrastruttura governativa di vertice dell’Unione sia davvero inadeguata e la recente crisi ucraina è stata la più evidente dimostrazione. Quando il Consiglio e la Commissione si riunivano per cercare punti d’intesa per presentare una posizione comune su di un evento che tocca tutti gli europei da vicino, la storia ha preso irrimediabilmente una sua piega. Se l’Europa deve interrogarsi sulla propria identità, anche politica, credo non possa prescindere dal ripercorrere la storia dei Comuni e delle diverse comunità che la compongono. Credo sia un tassello fondamentale per capire che cosa ci fa stare insieme.

Quali sono le difficoltà dei Comuni a redigere progetti in grado di attrarre fondi europei sul territorio?

La complessità degli aspetti formali è sicuramente un elemento importante, così come la necessità di creare partnership adeguate all’entità dei progetti stessi. E’ un mondo nel quale dobbiamo però sempre più addentrarci, anche senza la mediazione delle Regioni, per cercare nuove fonti di finanziamento per le nostre iniziative. Quello che è fondamentale è però far crescere le professionalità all’interno delle amministrazioni per poter lavorare su questi ambiti.

Si parlava un tempo di autonomia impositiva dei Comuni. Ma dall’Ici all’Imu o alla Tasi odierna il passaggio non è stato indolore. I Comuni sono oggi costretti a fare cassa vessando i propri cittadini per garantire i servizi essenziali. Perché, a suo avviso, è fallito il federalismo fiscale e cosa propone per una fiscalità più a misura dei Comuni?

Non è fallito il federalismo fiscale, è fallito il disegno del centro di lasciare ai Comuni il ruolo di esattori conto terzi, con lo scopo di tappare falle al bilancio statale. E’ proprio quanto è accaduto con le imposte che sono andate a succedersi nel corso degli anni, dove a fronte di maggiori introiti locali si prevedeva un corrispondente, se non maggiore taglio nei trasferimenti, piuttosto che richiedere ai Comuni, come nelle vicende Imu e Tares, di riscuotere sovra tasse statali, nell’illusione di vendere all’elettorato una riduzione del peso fiscale che non era possibile finanziare. I Comuni hanno bisogno di regole e di risorse certe. Al Governo questo chiediamo, con la massima linearità e trasparenza. Saremo poi noi a dover spiegare le nostre scelte ai nostri concittadini, ma è un ruolo che non temiamo.

Il Federalismo demaniale sta portando alcuni risultati. Alcuni beni immobili statali oggi inutilizzato stanno per essere trasferiti ai patrimoni dei Comuni che ne hanno fatto richiesta. Cosa accade nel suo Comune?

A Bra da diversi anni utilizziamo beni un tempo demaniali, che sono stati riconvertiti per i più diversi usi. Questo anche perché la nostra città è stata tradizionalmente una realtà di caserme, con la presenza di imponenti manufatti nel proprio centro urbano. Oggi queste aree sono diventate centri culturali, scuole, edifici a servizio del volontariato o dello sport, sede di pubbliche assistenze oppure marcano ancora la presenza dello Stato in città, come nel caso dei presidi di Polizia di Stato e Guardia di Finanza.

Tra le novità anche le Unione dei Comuni. E’ favorevole o contrario? E perché?

I casi di unione, così come quelli delle comunità montane, debbono essere valutate rispetto ai servizi forniti alle comunità. Sotto questo profilo le potenzialità di questo strumento sono molte, soprattutto nella considerazione di quanto sia frammentata, specie nel nord e in Piemonte in particolare, la realtà dei Comuni. Importante è però che a guidare la costituzione di questi organismi sia unicamente la volontà di dare coesione territoriale ai progetti o ricercare economie di scala.

L’Italia si fa sempre più povera, i sindaci sono in prima linea. Come agire per tamponare i problemi dell’emergenza sociale in atto?

In questo contesto di crisi economica, credo che pochi come i Comuni abbiano fatto uno sforzo importante per garantire la coesione sociale all’interno delle comunità. Ognuno lo ha fatto a suo modo, ma tutti siamo riusciti a calare gli strumenti sulle necessità dei nostri concittadini. A Bra abbiamo scelto, ad esempio, di accompagnare le prestazioni sociali con dei servizi resi alla comunità. Noto con piacere che i nuovi orientamenti del Governo vanno in questa direzione. Allo stesso modo abbiamo cercato, anche grazie alla fondamentale risorsa rappresentata dai volontari del terzo settore, di far crescere reti di solidarietà all’interno della comunità. Ad esempio istituendo fondi con destinazione specifica che tutti potevano contribuire ad alimentare. Da cene di solidarietà e contributi di privati cittadini, siamo riusciti a creare le condizioni per dare un contributo nell’affrontare alcune emergenze, come casa e lavoro, che diversamente sarebbe stato difficile approcciare con gli strumenti a nostra disposizione.

Cosa può fare un Comune per favorire la crescita e l’occupazione? Quale capacità politica e quale forza operativa ha un Comune per intervenire sull’economia del proprio territorio?

Semplificare le procedure, dare massima celerità alle pratiche di coloro che vogliono investire, pianificare correttamente gli spazi del territorio. I Comuni avrebbero potuto anche dare un contributo in termini di spesa pubblica ma il rispetto del patto di stabilità interno ci ha spesso frenato nello spendere anche i denari che avevamo in cassa. Sotto questo profilo, l’aver bloccato cantieri per oltre un decennio, con tutte le conseguenze in termini di adeguatezza infrastrutturale e sicurezza statica che ciò comporta, credo sia il pegno più pesante che l’introduzione della moneta unica, sull’utilità della quale però io continuo a credere, ha dovuto pagare il nostro Paese.

Non c’è bilancio comunale che non preveda fondi per la riqualificazione e la messa in sicurezza delle scuole. Cosa è che richiede questo continuo stanziamento di risorse?

Le scuole italiane sono spesso realizzate in edifici che erano nati per tutt’altro scopo. Per questo, ogni giorno, devono adeguarsi e adattarsi alle nuove funzioni. Oggi poi la didattica ha sempre maggiori e nuove necessità, si pensi ad esempio alle novità tecnologiche o di laboratorio che un tempo non esistevano. Pensiamo poi ai problemi di efficientamento energetico, che costituiscono un prioritario problema che grava anche sulle casse comunali, visto che rimangono a nostro carico le spese vive di funzionamento per le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie inferiori. Si tenga presente poi che spesso non si chiedono più risorse ma di spendere quelle di cui già si dispone.

 

Il Premier Renzi ha fatto dell’edilizia scolastica il suo primo punto forte programmatico. I Comuni sono stati invitati a presentare progetti e definire le richieste economiche. Visto dai Comuni questa operazione che cos’è? E cosa vi aspettate dopo la grande operazione mediatica del governo Renzi su questa materia?

Non credo che le intenzioni del Governo siano finalizzate al consenso. Matteo Renzi, come sindaco di Firenze, penso abbia toccato con mano qual è il reale stato di conservazione delle nostre scuole. Non dimentichiamoci che da queste aule passano e si formano i cittadini che domani avranno la responsabilità di essere classe dirigente nel nostro paese. La scuola e l’istruzione, in una nazione civile, non può che essere una delle priorità assolute della funzione pubblica.

 

I Comuni sono spesso anche dei centri di cultura, sostengono l’associazionismo locale, organizzano manifestazione ed eventi. Cosa significa continuare a fare cultura in presenza di continui tagli da parte degli enti sovraordinati? Ma, soprattutto, di cosa avrebbero bisogno i Comuni su queste voci di spesa? Sia in termini economici sia in termini normativi.

Nello specifico, i Comuni hanno bisogno di più fondi, perché se si vuole che il nostro Paese continui ad assicurare un volano culturale e turistico al suo prodotto interno lordo, non può non investire in questo settore. I tagli non sono negativi in se, specie in un contesto di crisi economica e in presenza di un’esposizione debitoria pubblica così rilevante come in Italia. Sono deleteri quando vengono fatti in maniera lineare e senza discernere buone pratiche dalla cattiva amministrazione. Nello specifico dei settori che afferiscono alla cultura, ciò è invece avvenuto in maniera brutale, mettendo sullo stesso piano chi aveva saputo amministrare in maniera accorta e chi ha dilapidato.

 

Sindaco, quanti cittadini di origine straniera ci sono nel suo comune? Cosa pensa del dibattito attorno alla questione dello ius soli? E oltre la cittadinanza, quali le politiche funzionali a far sì che i ‘nuovi italiani’ crescano sentendosi effettivamente come nuovi italiani?

La comunità braidese ha oramai stabilmente una presenza di stranieri a doppia cifra, per la maggior parte molto ben integrati e inseriti all’interno della comunità. E’ vero però che la crisi economica di questi anni ha decretato una cesura netta tra i cittadini più garantiti e questi nuovi braidesi che godevano di minori protezioni. Nell’ambito dei fondi ricevuti per alimentare il fondo destinato a creare nuove borse lavoro per i disoccupati, lo scorso anno abbiamo ricevuto un contributo da parte della comunità dei senegalesi. Credo sia un gesto capace di andare oltre il valore venale dell’operazione.

 

L’articolo 32 della Costituzione che garantisce il diritto alla salute ai cittadini in molte realtà territoriali è svilito dalla carenza di servizi. Quale dovrebbe essere secondo lei il modello di sanità da mettere in atto?

Per la prima volta a livello nazionale, qualche anno fa, la mia città e quella vicina di Alba decisero di chiudere i rispettivi ospedali civici per realizzarne uno più funzionale, attrezzato e moderno a metà strada. Si tratta di una scelta che ha dovuto e deve continuamente confrontarsi con difficoltà e cambi di traiettoria, ma credo che possa essere considerato un modello utile e da prendere come esempio di buona pratica. In Italia abbiamo eccellenti professionalità nel settore medico e nelle strutture pubbliche a suo servizio. Occorre però che queste sappiano fare rete, si organizzino in un sistema che contemperi le esigenze dei pazienti con quelle dei famigliari, riescano a ridurre il peso di un costo complessivo sempre più difficilmente sostenibile.

 

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