martedì, Agosto 3

Brexit, un’umiliazione per la Svizzera? La Svizzera deve ancora ratificare con l’Unione Europea un accordo quadro per l’aggiornamento degli accordi bilaterali e per l’introduzione di un tribunale delle controversie

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Brexit: pesante umiliazione per la Svizzera’,  titolava il 28 dicembre scorso, il quotidiano ginevrino ‘Le Temps’. Certo, in tutto il trambusto per la fine delle trattative Brexit, con un risultato al cardiopalmo strappato alla vigilia di Natale,  nessuno si aspettava che la Svizzera battesse un colpo. Ma il dibattito in terra elvetica, si è riacceso, perché la Svizzera deve ancora ratificare con l’Unione Europea un accordo quadro per l’aggiornamento degli accordi bilaterali e per l’introduzione di un tribunale delle controversie. Nell’accordo firmato nel 2018, la UE sarebbe riuscita ad imporre alla Svizzera il primato della Corte di Giustizia europea, e quindi, del diritto europeo su quello elvetico. Cosa che invece non è accaduta al Regno Unito.

Ma è una delle poche concessioni che la Gran Bretagna abbia ottenuto. Gli inglesi chiedevano sempre di più, volevano il meglio dei due mondi, (tradotto: la botte piena e la moglie ubriaca), avrebbe dichiarato Michel Barnier in un intervista a ‘Le Figaro. Ma non poteva essere altrimenti, si chiede 100 per ottenere 50. Dal canto suo, Michel Barnier, avrebbe già dichiarato di pensare alle presidenziali 2022 e di voler riformare la famiglia della destra francese. La Francia è stato il Paese che ha messo più di altri, i bastoni tra le ruote, in questi lunghi anni di trattative. Fino all’eclatantante sbarramento della Manica dei giorni scorsi, che è stato decisivo per far crollare Boris Johnson e fargli accettare il compromesso. Molta politica e tanti interessi, come quelli di Parigi, che aspira ad ottenere lo scettro di capitale economica europea. Per ora, è riuscita ad ottenere che Goldman Sachs, apra il proprio ufficio europeo, all’Avenue Marceau 83, entro il terzo quadrimestre del 2021.

Per il resto, sono state più le concessioni fatte dal Regno Unito che non quelle fatte dall’Europa. Vedasi la pesca, che ha già fatto borbottare la leader di UK Fisheries, Jane Sandell. I pescherecci europei avranno pieno accesso alle acque britanniche, e Londra otterrà solo il 25% del valore del pescato (650 milioni di euro l’anno) dall’Unione Europea, contro l’80% richiesto, e per un periodo di cinque anni e mezzo, dopo il quale, dovrà essere rinegoziato un nuovo accordo. Insomma, tanto rumore per nulla, direbbe Shakespeare. La sovranità in un mondo di grande interdipendenza è qualche cosa di puramente nominale, soprattutto se il 50% di quello che l’Inghilterra produce in beni e servizi, va verso l’Unione Europea. Se per sovranità, si intende il potere di imporre le proprie condizioni, allora è proprio quello che non è accaduto. Ora Boris Johnson avrà l’arduo compito di vendere quest’accordo ai suoi concittadini, come un successo. In realtà, l’accordo è l’inizio di un faticoso processo, regolamentato, ma pieno di ostacoli, che durerà più di dieci anni. Gli svizzeri ne sanno qualcosa.

E sui servizi finanziari, il vero valore aggiunto dell’economia britannica? Peggio ancora. Ed ad ammetterlo è lo stesso Boris Johnson in un intervista al ‘Sunday Telegraph. “Probabilmente, l’accordo di 1200 pagine, non va nella direzione che avremmo voluto, sui servizi finanziari”, avrebbe detto il Premier al tabloid britannico. A Londra, non è stato concesso il passaporto finanziario per l’Unione Europea, ma una semplice proroga, extra trattative Brexit, di diciotto mesi e senza alcuna promessa.

Questa proroga vale per esempio per le banche e per le compagnie assicurative britanniche. Ma per il trading, cioè il motore della finanza londinese, il cambiamento è stato brusco, a partire dall’apertura dei mercati azionari, il 4 gennaio. Fino al 31 dicembre, quasi tutte le operazioni transnazionali di azioni europee venivano scambiate sulle piattaforme londinesi, per un volume di circa 8,6 milardi di euro al giorno (1/4 di tutte le negozazioni europee). Nel giro di una notte, buona parte del trading transnazionale è stato trasferito alle piattaforme sul continente. Un colpo non certo mortale per la City, ma comunque importante. E il fatto che Bruxelles non abbia concesso un passaporto definitivo a Londra, come è invece avvenuto per altre piazze borsistiche, da New York a Hong Kong, fa presumere, che possa usare, in caso di dispute economico commercali (concorrenza, dumping fiscale), l’arma della non equivalenza, per far valere le proprie ragioni. Non sarebbe la prima volta.    

Era infatti il  21 giugno del 2019, quando l’Unione Europea decise a sopresa di non concedere l’estensione dell’equivalenza borsistica alla Svizzera, per la mancata ratifica dell’accordo quadro da parte del parlamento di Berna. In pratica, non veniva concessa la possibilità di trattare i titoli europei sulla Borsa di Zurigo e viceversa. Grazie all’intermediazione bancaria svizzera e ad alcuni sovraccosti, l’ostacolo fu aggirato e l’equivalenza fu ristabilita. Ma l’avvertimento fu chiaro, Svizzera docet.

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