giovedì, Maggio 6

Brexit: storia di un divorzio annunciato

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venerdì 20/01/2017, ore 18.30

Lo scenario apertosi il 23 giugno del 2016 con la Brexit, ovvero con l’uscita del Regno Unito di Gran Bretagna dall’Unione Europea, ha aperto scenari nuovi ed impensabili fino a poco tempo fa.
L’Unione Europea, di fronte alle difficoltà legate alla crisi economica e alla crisi migratoria, oltre che all’inquietante crescita di movimenti populisti, si trova di fronte ad un precedente potenzialmente molto pericoloso per la sua stessa sopravvivenza.

Come si è arrivati a questo punto? Quali scenari si aprono ora?
Ne abbiamo discusso con il Professore Fulco Lanchester, di origine inglese e titolare della cattedra di Diritto Costituzionale Italiano e Comparato della facoltà di Scienze Politiche dell’Università La Sapienza di Roma, e con la Dottoressa Giulia Bentivoglio, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali dell’Università di Padova, studiosa di storia britannica del ventesimo secolo ed autrice di ‘La relazione necessaria. La Gran Bretagna del governo Heath e gli Stati Uniti (1970-74)’ e ‘The Tentative Alliance? Britain, Italy and Participation in the European Monetary System’.

Per comprendere a fondo come si è giunti a questa situazione è necessario ripercorrere i passaggi che hanno portato all’adesione della Gran Bretagna al progetto europeo.
Il processo di integrazione europea è proseguito senza la Gran Bretagna per oltre vent’anni, fino al gennaio del 1972 quando il Regno Unito è diventato membro della Comunità Europea” afferma la Dottoressa Bentivoglio e il Professor Lanchester aggiunge “la Gran Bretagna nel ’57 non è d’accordo con l’operazione Comunità Economica Europea. Successivamente si adegua: l’ingresso della Gran Bretagna nell’Unione Europea si inserisce, tra il 1972 e il 1975, nell’ambito della fine dei cosiddetti trenta gloriosi: ovvero di un periodo, tra il 1945 e il 1975, in cui l’Occidente si espande. Questo periodo fu preceduto dalla Conferenza di Bretton Woods che sanciva il passaggio di testimone dall’egemonia dell’Impero Britannico all’egemonia statunitense”.
Le ragioni della scelta britannica di non aderire al progetto europeo si può ritrovare nelle condizioni del Paese alla fine della Seconda Guerra Mondiale e nella cosiddetta teoria dei tre cerchi. La Dottoressa Bentivoglio ci spiega che “nel 1948 Winston Churchill aveva descritto tre aree di influenza della politica estera britannica rappresentandole come tre cerchi: il primo era l’Impero (il Commonwealth), il secondo il mondo anglosassone (in particolare l’asse con gli Stati Uniti) e il terzo cerchio era l’Europa. Nel secondo dopoguerra, i primi due cerchi sono stati preponderanti per la politica britannica: entrare in un progetto di Europa unita avrebbe voluto dire rinunciare agli scambi commerciali favorevoli con i paesi del Commonwealth e avrebbe anche voluto dire, secondo il Governo di Londra, perdere il carattere speciale della relazione con gli USA” anche se “in realtà, gli USA avevano appoggiato fin da subito il progetto per un’Europa unita e, nell’idea di Washington, questa Europa unita avrebbe dovuto avere una guida britannica”.
La Dottoressa Bentivoglio spiega che le cose cominciano a cambiare nella seconda metà degli anni ’50, quando “in particolare dopo i fatti di Suez nel 1956, con una vera e propria sconfitta che aveva assestato un colpo duro e duraturo all’autostima nazionale e al prestigio internazionale del Regno Unito, a Londra si comincia a prendere in considerazione un ruolo attivo nell’integrazione europea”. Con un Impero che perdeva sempre più pezzi a causa dei movimenti di decolonizzazione, il primo dei cerchi d’influenza britannica si stava rapidamente restringendo. Nel frattempo, “proprio negli anni ’60, con l’arrivo alla Casa Bianca di John Fitzgerald Kennedy, la relazione speciale tra Gran Bretagna e Stati Uniti si fa sempre più forte e proprio per questo, considerando l’appoggio di Kennedy all’integrazione europea, anche il secondo cerchio non diventa più un ostacolo all’ingresso nella Comunità Europea: nell’estate del 1971 la Gran Bretagna presenterà formalmente la prima candidatura all’ingresso nella Comunità Europea”.

Il processo di integrazione, fin dall’inizio, non fu certamente facile: se da un lato ci furono delle resistenze da parte britannica, soprattutto sotto i Governi di Margaret Thatcher, da parte europea ci furono delle ferme opposizioni, prima fra tutte quella del Presidente della Repubblica Francese Charles de Gaulle.
Con le parole del Professor Lanchester: “Charles de Gaulle aveva un’idea della Francia molto rilevante: la sua Europa andava dall’Atlantico agli Urali e nella sua prospettiva la Gran Bretagna veniva vista tradizionalmente come un rivale ma, soprattutto, come un elemento esterno. La posizione di de Gaulle certificava un’idea della Gran Bretagna ancora imperiale e non totalmente integrata”.

La Dottoressa Bentivoglio ci spiega nei dettagli che “nel ’63 e nel ’67 de Gaulle pone il Veto all’adesione britannica: in entrambi i casi, ma soprattutto nel primo, il No a Londra è anche un No a Washington poiché de Gaulle temeva la formazione di un’asse anglosassone che potesse avere delle conseguenze all’interno dell’Europa integrata. In questo senso, secondo de Gaulle, la Gran Bretagna avrebbe avuto il ruolo di Cavallo di Troia degli Stati Uniti”.
In occasione del Veto del ’67, invece, sembrerebbero prevalere le motivazioni economiche dato che “a partire dal 1966, il Regno Unito stava attraversando una forte crisi che stava portando anche ad una svalutazione importante della Sterlina e, secondo il Generale de Gaulle, questo sarebbe stato deleterio per l’economia del mercato comune”. Anche in questo caso, però, erano presenti altre considerazioni di carattere più politico poiché “si erano creati dei rapporti tesi tra Londra e Mosca e quindi l’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità avrebbe potuto minare le relazioni di apertura verso i Paesi del Blocco Sovietico che la Francia gaullista aveva intrapreso negli anni ’60”.
In ogni caso non bisogna dimenticare che “il primo Veto di de Gaulle venne posto dal Generale il 14 gennaio del 1963, lo stesso giorno in cui la Francia e la Repubblica Federale Tedesca firmarono il Trattato dell’Eliseo: quindi de Gaulle diceva no al Regno Unito e agli Stati Uniti e, nel contempo, mirava a rafforzare il proprio rapporto con l’alleato tedesco”.

Da parte inglese, si possono individuare tre soggetti politici principali: la Monarchia, il mondo politico e la popolazione. Questi soggetti hanno tenuto atteggiamenti molto differenti nei confronti della questione europea.
La Dottoressa Bentivoglio sostiene che “per quel che riguarda la Monarchia, questa ha sempre avuto un atteggiamento super partes”.
“Per quel che riguarda i Partiti inglesi, fino agli anni ’80 le posizioni dei due principali Partiti, Conservatori e Laburisti, erano molto particolari: il Partito Conservatore era il Partito dell’Europa e il Partito Laburista, viceversa, era arroccato su posizioni più propriamente anti-europee”. Le cose cominciano a cambiare “a partire dagli anni ’80, in particolare tra il 1982 e il 1989, con un lento processo di ripensamento interno alla politica laburista nei confronti dell’Europa e, nello stesso tempo, con il rafforzarsi del thatcherismo, si giunge ad un ribaltamento dei ruoli e si arriva alla situazione attuale per cui i conservatori si propongono come il partito anti-Europa mentre i laburisti si propongono come il partito più filo-europeo”.
Per quanto riguarda invece la popolazione, “se pensiamo agli anni ’70, il problema europeo non era particolarmente sentito: la maggioranza del popolo britannico aveva un atteggiamento che andava dall’indifferenza alla contrarietà nei confronti del progetto di integrazione”.

Negli anni la convivenza tra Unione Europea e Regno Unito non è stata sempre facile: se da un lato, come sostiene il Professor Lanchester, “l’Europa non ha facilitato l’integrazione della Gran Bretagna che, fin dall’origine, era già un’adesione peculiare derivante dalla sua storia”, dall’altro la politica di alcuni Governi, tra cui quelli succedutisi a Londra, ha portato alla caduta di uno dei punti fermi del progetto originale, quello della moneta unica. “La Gran Bretagna, per tutta una serie di ragioni che sono implicite nella sua storia e nella sua evoluzione socio-economica, non ha voluto aderire all’Euro”.

A causa dei difficili rapporti tra Londra e Bruxelles si è venuta a creare, in alcuni ambienti europei, la sensazione che la Gran Bretagna fosse deliberatamente un freno per lo sviluppo del progetto europeo e che perseguisse una vera e propria strategia politica di sabotaggio. La posizione appare da subito esagerata a entrambi gli studiosi interpellati.

Il Professor Lanchester esordisce dicendo: “non appena sono usciti i risultati del referendum, in Europa si sono avute delle reazioni tipo Mario Appelius, il cronista radiofonico che durante il regime fascista iniziava le sue trasmissioni di propaganda con il motto ‘Dio stramaledica l’Inghilterra’. Non è con questo tipo di prospettiva che si risolve il problema europeo. La tesi che io sosterrei è che ci sono elementi strutturali che hanno cambiato la dinamica di una prospettiva che doveva essere implementata attraverso scelte razionali e efficienti delle classi dirigenti e dei ceti politici nazionali ed europei”.

Per la Dottoressa Giulia Bentivoglio, invece, si è trattato soprattutto di dinamiche politiche contingenti e “di forti incomprensioni da entrambe le parti: in fin dei conti il processo di integrazione è proseguito per vent’anni senza Londra; quando poi, a partire dal 1° gennaio ’73, i lavori hanno cominciato a coinvolgere anche il Regno Unito, da una parte la Gran Bretagna avrebbe dovuto imparare ad essere europea, dall’altra gli Stati membri avrebbero dovuto imparare a conoscere questo nuovo arrivato”.

Secondo la Dottoressa, in ogni caso, non si può dire che la Gran Bretagna sia sempre e solamente stata un freno per lo sviluppo del progetto europeo. Nella prima parte degli anni ’80, infatti, la politica comunitaria stava vivendo un momento di stasi: “a partire dalla seconda metà degli anni ’80, il processo di integrazione vide una nuova fase di impeto che poi avrebbe portato alla creazione dell’Atto Unico Europeo e il ruolo britannico nei lavori fu di fondamentale importante” nonostante si fosse in piena era thatcheriana.

Con lo scoppio della crisi economica, l’acuirsi dell’instabilità nell’area medio-orientale e la conseguente crisi migratoria, l’Europa entra nella fase di fibrillazione che stia ancora vivendo. In questo contesto si affermano spinte indipendentiste sempre più forti: la Brexit è stata una diretta conseguenza di queste condizioni.
Il Professor Lanchester ci fa notare come “il tema più ampio, che sembra non collegarsi con la Brexit ma in realtà è strettamente connesso, è che dal 1989-90 l’interesse statunitense per l’asse dell’Atlantico è molto diminuito. Trump lo certifica nei suoi ultimi interventi: l’asse di interesse americano si è spostato verso l’Asia e si è avuta la formazione di un’asse del Pacifico, prima nippo-americana, ora sino-americana. questo ha reso marginale l’Europa”.

Inoltre non bisogna ingannarsi: “negli anni ’90, sembra che Maastricht sia stato lo sviluppo dell’UE, ma in realtà la mancanza della copertura dell’interesse statunitense ha sviluppato una espansione puramente economica dell’Unione. La mancanza di un’espansione politica dell’Unione, soprattutto dal 2008, di fronte alle difficoltà economiche che hanno portato ad una crisi dello stato sociale e della democrazia rappresentativa in Europa, ha convinto una fetta considerevole della classe dirigente, e non solo della classe media, a non investire più su di un progetto europeo”.

Si sa che “gli interessi nazionali, nei periodi di crisi, sono più forti che nei periodi di espansione”. Sono fenomeni che pervadono tutta l’Europa: “in Catalogna c’è il Partito Indipendentista che chiedeva di fare un referendum simile ma la Costituzione Spagnola impedisce una soluzione di questo genere che frantumi l’unità del Paese e quindi non si è fatto il referendum”. La natura non documentale della legislazione britannica ha permesso all’allora Primo Ministro britannico David Cameron di fare una follia e di accettare la sfida dello Scottish National Party: in quel caso gli andò bene”. Quando per ragioni politiche interne Cameron ha tentato di nuovo la strada del referendum, questa volta sull’Europa.

La Dottoressa Bentivoglio ci offre un punto di vista lievemente differente: “a mio avviso, l’esito del referendum per la famosa Brexit ha principalmente delle motivazioni di politica interna ed è frutto di una campagna elettorale estremamente acuta dello UK Indipendence Party di Nigel Farage che ha saputo sfruttare le paure dell’elettorato britannico di fronte alla crisi: era necessario un capro espiatorio e lo UKIP lo ha individuato nell’Unione Europea e nel contributo britannico al budget europeo, ovvero di quanto la Gran Bretagna spende effettivamente per rimanere in Europa. Sembrava che tutti i mali del Paese derivassero da questi contributi: in realtà si sta vedendo che non è così e gli scenari futuri saranno alquanto interessanti. Non è un caso che la City abbia votato nettamente per il Remain”.

Di fronte all’esito inaspettato del referendum, Cameron, che si era espresso palesemente contro l’uscita dall’Unione Europea, non ha potuto fare altro che rassegnare le proprie dimissioni: “gli è andata male e ha fatto Seppuku”, con le parole del Professor Lanchester.

Al suo posto si è insediata Theresa May, anche lei proveniente dalle fila del Partito Conservatore. Dopo un inizio incerto, la May ha rotto gli indugi e si è pronunciata pochi giorni fa a favore di una uscita ‘dura’ dall’Unione e dal Mercato Comune per ricreare un grande Regno Unito. L’intervento ha sollevato reazioni e dubbi sul fatto che si tratti di una effettiva strategia isolazionista, di una minaccia per guadagnare condizioni di uscita più favorevoli oppure se non si stia solo cavalcando l’onda del voto popolare.

Lanchester sostiene che si tratti soprattutto della “trattativa tra mercati”. Si deve riflette sull’introduzione stessa dell’Articolo 50 del regolamento comunitario, quello che regola la possibilità per un Paese di uscire dall’UE: questo Articolo, in principio non era previsto e “nasce dall’indebolimento del progetto europeo derivante dal fallimento nel 2004-05 della Convenzione per una Costituzione Europea. Allora furono Francia e Olanda a bocciare il progetto”: fu allora che “la Gran Bretagna, assieme ad altri Paesi, volle quell’Articolo 50 che non esisteva in precedenza e che prevedeva la possibilità di uscita dall’Unione”.
A questo punto, “la May sa che la trattativa con la Commissione e con il Consiglio sarà molto dura e allora alza le difese. Deve essere molto decisa perché poi ne scatti un meccanismo di identificazione con l’interesse nazionale tipico britannico: right or wrong, my country, ovvero la paura che, se dimostriamo di non essere decisi e uniti, il nemico possa entrare nelle nostre linee e ci possa distruggere”.

Sempre secondo il Professor Lanchester, “questo tipo di discorso evidenzia come la May stia cavalcando la prospettiva del perno dell’Atlantico”: con Trump alla Presidenza, gli USA si stanno spostando su posizioni isolazioniste come negli anni ’20 e cominciano a vedere la NATO come un costo conveniente più per gli europei che per loro stessi. L’interesse della nuova dirigenza statunitense sembra essere rivolto maggiormente verso la normalizzazione dei rapporti con la Russia e con la Cina: “in questo ambito non si tiene conto dell’interesse europeo: per adesso siamo ancora una potenza economica, anzi la zona produttrice maggiore, ma gli statistici ci dicono che verremo superati negli anni ’20-’30. Dal punto di vista politico, però, non siamo niente quindi l’ipotesi europea è di superare il nanismo politico per sviluppare la nostra posizione economica: per gli altri, ovviamente, l’interesse è contrario”.

Theresa May ha anche sottolineato come, tra i Paesi dell’Unione Europea, Francia e Regno Unito siano le due sole potenze nucleari: “ha voluto evidenziare che Francia e Gran Bretagna sono nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e hanno il Diritto di Veto ma, soprattutto, sono ancora due potenze nucleari; ha voluto quindi ribadire, non soltanto il suo ruolo economico, ma anche il suo ruolo di politica estera”. Insomma sembra aver voluto dire: “noi possiamo anche permetterci di andare verso la globalizzazione essendo uno dei nodi mondiali: trattiamo perché potrebbe essere peggio”.

Per la Dottoressa Bentivoglio le cosa vanno viste in un’ottica lievemente differente: “sicuramente si sta cavalcando l’onda del voto popolare: non posso ancora valutare quanta chiarezza e lungimiranza strategica ci sia e se si sappia effettivamente dove si voglia andare a parare. Sicuramente una dichiarazione di Hard Brexit non sarebbe stata possibile l’elezione di Donald Trump e non è un caso che a novembre il primo leader europeo che Trump ha incontrato come Presidente Eletto è stato Nigel Farage e, subito dopo, Theresa May”.
D’altro canto, “il monito della May, dal punto di vista britannico, andava fatto ma, paradossalmente, la cosa potrebbe ritorcersi contro il Regno Unito”. È infatti improbabile che, allo stato attuale, altri Paesi decidano di seguire l’esempio britannico, almeno “finché non si capirà quali saranno effettivamente le ripercussioni politiche ma soprattutto economiche. È indubbio che si sia creato un precedente, ma bisogna capire quanto sia un precedente positivo e da imitare”.

Nonostante i prossimi appuntamenti elettorali, soprattutto in Francia, vedano i partiti populisti ed anti-europeisti in forte ascesa, è facile pensare che si sceglierà di attendere di “capire come si svolgerà il processo di uscita e quali saranno le effettive ripercussioni”.

Un altro aspetto interessante della vicenda Brexit sta nel fatto che, oltre a Londra, Scozia ed Irlanda del Nord hanno nettamente votato a favore dell’Unione Europea creando, di fatto, una sorta di frattura interna al Regno Unito.

Per il Professor Lanchester “non c’è soltanto il problema della Scozia e del suo Presidente donna, non c’è soltanto il problema del Galles, ma c’è anche quello dell’Irlanda (intesa non come Irlanda del Nord, ma come Repubblica d’Irlanda): le due economie, quella inglese e quella irlandese, sono strettamente integrate”.
La frattura venutasi a creare fa sì che “la Gran Bretagna si potrà trovare di fronte ad una crisi costituzionale devastante… potrebbe, ma in realtà la teoria della Sovranità del Parlamento fa sì che il referendum che vorrebbe indire, o che minaccia di indire la Scozia non può essere indetto se non dal Parlamento Britannico e quindi è evidente che la Scozia per tutta una serie di ragioni dica di non voler perdere il proprio collegamento con l’Europa, tuttavia il sentimento dell’unione delle isole britanniche può essere, alla fine dei conti, più rilevante di quanto non si creda”.

Per la Dottoressa Giulia Bentivoglio, invece, “le ultime dichiarazioni della leader del Partito Indipendentista Scozzese sono chiare: se il Governo Britannico non considererà il caso scozzese in maniera peculiare dandogli la possibilità di rimanere ancorato al mercato unico e all’Unione Europea, verrà richiesto un secondo referendum indipendentista e, questa volta, il risultato potrebbe essere ben diverso”.
Se, infatti, nel caso del primo referendum (2014), l’UE non aveva appoggiato le rivendicazioni scozzesi in nome di un principio di unione, lo scenario nel caso di una nuova consultazione sarebbe certamente molto differente: “si pensi alla dichiarazione di un Euro-Deputato scozzese al Parlamento Europeo nei giorni subito successivi al 23 giugno che aveva dichiarato la totale lealtà della Scozia al progetto integrazionista concludendo con un appello alquanto accorato: non lasciateci soli.
Inoltre esiste la questione irlandese, ovvero quella di un Paese diviso dal 1922 che potrebbe guardare con interesse alla possibilità di una riunificazione. “Bisognerà capire, da qui ai prossimi anni, quanto effettivamente il Regno riuscirà a restare unito e quanto, ad esempio, l’Irlanda del Nord potrà sfruttare a fini indipendentisti lo scenario della Brexit”.

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