lunedì, Aprile 19

Brexit: riuscirà Theresa May a far ingoiare l’accordo al suo Governo? Il Primo Ministro GB deve far approvare al proprio scettico Governo la bozza di accordo con la UE, e al Parlamento non ha la maggioranza

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Dopo mesi e mesi di trattative infruttuose, sembra che ci sia una bozza tecnica di accordo tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea per la Brexit. La notizia è arrivata da più fonti, sia europee che inglesi, ma ancora non è dato sapere come sia strutturata questa bozza di accordo. Il Primo Ministro inglese, Theresa May, ha convocato per il pomeriggio una riunione del proprio Gabinetto di Governo per mettere ai voti l’accordo, ma l’approvazione del documento è tutt’altro che scontata.

Secondo indiscrezioni, si tratterebbe di un documento di circa cinquecento pagine che, però, i membri del Governo non saranno autorizzati a portare con sé dopo la riunione, al fine di evitare la diffusione prima del tempo di notizie a riguardo.

Da quanto è stato possibile capire al momento, l’accordo toccherebbe tutti e tre i punti nevralgici della disputa tra Londra e Bruxelles: il saldo dei debiti inglesi nei confronti della UE, i diritti dei cittadini europei e dei sudditi britannici dopo l’uscita della GB dall’Unione, il confine tra Repubblica d’Irlanda ed Irlanda del Nord.

Per quanto riguarda i conti, si parla di trentanove miliardi di sterline che Londra dovrà versare nell’arco di alcuni anni per saldare impegni presi con la UE prima del voto sulla Brexit. Nonostante possa sembrare un conto salato, la somma è stata rivista al ribasso, seppur lievemente; inoltre, la notizia del possibile accordo è stata immediatamente premiata dai mercati che hanno visto la sterlina recuperare parte delle pesanti perdite subite negli ultimi mesi, quando sembrava probabile che non si sarebbe riusciti a trovare un’intesa sulle modalità di separazione.

Per quanto riguarda il trattamento dei cittadini, dalla UE è arrivata la disponibilità ad un regime che permetta lo spostamento di europei e britannici senza bisogno di visto nei rispettivi territori, oltre al mantenimento della situazione attuale per ben ventuno mesi a partire dal 29 marzo 2019, giorno in cui la Gran Bretagna sarà definitivamente fuori dalla UE. Come è facile intuire, la disponibilità europea sui diritti dei sudditi inglesi è legata alla reciprocità di tali misure, ovvero all’approvazione dell’accordo da parte del Governo e del Parlamento di Londra.

C’è poi la questione del confine tra la Repubblica d’Irlanda, che fa parte della UE, e l’Irlanda del Nord, regione della GB. Su questo punto sembra non sia stato possibile raggiungere un accordo definitivo, tanto che la bozza attuale prevederebbe la permanenza temporanea della GB nell’unione doganale che scongiurerebbe la chiusura del confine tra Dublino e Belfast in attesa che Londra e Bruxelles trovino finalmente un accordo. Secondo la ‘RTÉ’, l’emittente televisiva pubblica dell’Irlanda repubblicana, l’accordo prevederebbe anche uno statuto speciale per l’Irlanda del Nord, in caso di mancata intesa futura: si tratta di un punto molto controverso, in quanto avversato dagli unionisti nord-irlandesi che temono il rischio di una riunificazione del Paese sotto il cotnrollo di Dublino.

Non è un caso, infatti, che il Ministro dell’Interno della Repubblica d’Irlanda, Simon Coveney, si sia mostrato molto cauto nel rilasciare dichiarazioni sul possibile accordo: secondo Coveney, infatti, restano molti punti alquanto spinosi. Il Governo di Dublino, quindi, aspetta di vedere se Londra accetterà effettivamente di firmare l’accordo in questione.

Un atteggiamento simile trapela anche da parte delle istituzioni UE. Gli europei sono ben disposti ad accettare l’accordo, ma non sono certi che da parte inglese ci sia la stessa disponibilità. Il Vice-Presidente della Commissione Europea, Frans Timmermans, ha affermato che la UE auspica che l’accordo sia accettato dai britannici ma, in caso contrario, le Autorità comunitarie prenderanno provvedimenti, in particolare nei settori di residenza e mobilità degli inglesi nell’Unione, servizi finanziari, trasporto aereo, sanità, protezione dei dati personali e politiche ambientali.

I ventisette Paesi della UE si riuniranno il 24 e 25 novembre per discutere sulle misure da prendere nel momento in cui la Gran Bretagna non farà più parte dall’Unione Europea: per quel giorno dovrebbe essere chiaro se e in che misura l’attuale bozza di accordo sarà stata accettata a Londra; le decisione che verranno prese a fine novembre dai ventisette Paesi UE, quindi, dipendono fondamentalmente da quello che deciderà il Governo inglese.

 

A questo punto, la partita sembra tutta nelle mani di Theresa May. Da una parte ci sono le opposizioni filo-europee che, contrarie alla Brexit, chiedono un nuovo referendum. I Liberal Democrats (Liberal Democratici) di Vince Cable, lo Scottish National Party (SNP: Partito Nazionale Scozzese) di Nicola Sturgeon e Ian Blackford, il Plaid Cymru (Partito del Galles) di Leanne Wood e Liz Saville Roberts e, soprattutto, il Labour Party (Partito Laburista) di Jeremy Corbyn, hanno chiesto di discutere a fondo in Parlamento prima di votare sulla bozza di accordo. In particolare, Corbyn ha dichiarato di dubitare fortemente che la bozza di accordo sia vantaggiosa: per questo, nonostante i laburisti fossero contrari all’uscita della GB dalla UE e sia favorevoli ad un nuovo referendum sulla questione, il partito potrebbe votare contro la bozza di accordo.

Favorevoli all’accordo dovrebbero essere i membri più moderati del Conservative Party (Partito Conservatore), alcuni dei quali, già contrari alla Brexit, sarebbero perfino favorevoli al nuovo referendum. Il problema, per Theresa May, è che all’interno della propria maggioranza esiste una parte molto ampia di ispirazione anti-europeista. Anche all’interno del proprio Governo, il Primo Ministro faticherà non poco a convincere figure come Jeremy Hunt, Ministro degli Esteri, Sajid Javid, Ministro dell’Interno, e Gavin Williamson, Ministro della Difesa: si tratta di Ministri di primo piano nel Governo che sono fortemente anti-europei e che potrebbero giudicare troppomorbido l’accordo proposto.

Nella maggioranza ci sono poi molte figure che, pur sostenendo il Governo May, sono nettamente più a destra dell’attuale Primo Ministro: si tratta di personaggi come Liam Fox, Andrea Leadsome, Michael Gove, Penny Mordaunt e, naturalmente, Boris Johnson, ex-Ministro degli Esteri e Sindaco di Londra, guida dell’ala più nazionalista del partito.
Secondo Johnson, impegnato in una lotta con la May per il dominio del partito, l’accordo è intollerabile e rappresenta un tradimento del voto referendario del 2016: Johnson sostiene che, tramite l’unione doganale, l’accordo renderebbe la GB unoStato vassallodella UE e obbligherebbe Londra a sottostare a leggi europee su cui gli inglesi non avranno alcun controllo; inoltre, sottoporrebbe l’Irlanda del Nord ad un regime particolare che darebbe a Dublino un’influenza troppo grande sulla parte settentrionale dell’Eire. Boris Johnson, ancor prima di aver letto la bozza di proposta, ha già confermato il proprio voto contrario all’accordo: bisognerà vedere quanti parlamentari conservatori lo seguiranno.

Preoccupazione per l’accordo è stata espressa anche dai rappresentanti del Democratic Unionist Party (DUP: Partito Democratico Unionista), il partito di estrema destra nord-irlandese, favorevole all’unione con Londra e i cui pochi parlamentari sono fondamentali per la tenuta del Governo May. Come Johnson, anche Arlene Foster, a capo del DUP, teme che lo statuto speciale per l’Irlanda del Nord potrebbe essere il preludio ad una riunificazione irlandese sotto Dublino. I nord-irlandesi filo-inglesi, infatti, sono favorevoli ad un’unione doganale, purché questa sia estesa a tutta la GB e non solo all’Irlanda del Nord.

Infine, fuori dal Governo ma favorevole ad una Brexit senza intesa, c’è lo United Kingdom Indipendence Party (UKIP: Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) di Nigel Farage. Prinicipale fautore del referendum del 2016, lo UKIP ha tuonato contro il Primo Ministro definendolo incompetente e disonesto, gridando al tradimento ed invocando i fasti di un passato imperiale che non esiste più.

Superato il Consiglio dei Ministri di oggi, lo scoglio più grande da superare sarà il voto del Parlamento britannico, che potrebbe essere inserito in agenda già la prima settimana di dicembre. A Westminster, per ora, la May non ha i numeri per far passare l’accordo.

Se al Parlamento britannico si dovesse trovare la quadra e l’accordo venisse approvato, l‘ultima tappa del percorso sarà il voto del Parlamento europeo, forse anche all’inizio del 2019.

Dalle 23 del 29 marzo 2019 Londra lascerà ufficialmente l’Unione Europea, in ogni caso anche senza accordo. A quel punto prenderà il via una fase di transizione, fino al 31 dicembre 2020, durante la quale Londra continuerà ad applicare e a beneficiare di tutte le norme dell’Ue, ma senza partecipare al processo decisionale. In attesa di aprire altri negoziati per stabilire la relazione futura e definitiva tra Londra e l’Unione europea.

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