domenica, Aprile 11

Brexit: resto o vado? field_506ffbaa4a8d4

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Londra – Risuona quella celebre canzone del vecchio gruppo The clash con ‘Should I stay or should I go?‘ . Sarà questo, non in versione musicale, il quesito referendario che in Inghilterra campeggerà nelle schede elettorali nel futuro referendum. Certo, non alla lettera come recita l’immortale canzone di Joe Strummer e company, ma il senso sarà quello. L’oramai popolarissimo dilemma chiamato Brexit, alias la fuoriuscita britannica dall’Unione europea.

Quando sabato pomeriggio David Cameron, rispettato Premier inglese, è venuto fuori a dichiarare al mondo che il 23 Giugno 2016 si andrà alle urne, la storia britannica si è fermata un attimo per prendere fiato. Davanti a se, i sudditi di Sua Maestà, dovranno decidere se il matrimonio con Bruxelles dovrà continuare. Ma facciamo un salto indietro.

La famosa clausola è parte integrante del Trattato di Lisbona, più dettagliatamente all’art. 50. Prevede che si presenti la richiesta al Consiglio Europeo, dopodiché i trattati cessano di essere effettivi dalla data stabilita dalla due parti. Inizieranno quindi i negoziati per stabilire tempi e modalità. In mancanza di ciò, saranno sufficienti due anni dalla avvenuta notifica della comunicazione.

Ma facciamo dei passi indietro. Il dietro-front, dai sudditi di Sua Maestà, ha un lontano precedente. Siamo nel 1975 ancora l’Unione Europea non era quell’istituzione che (non) conosciamo oggi, tantomeno il trattato sopracitato. Si chiamava Comunità europea, la Gran Bretagna ne aveva preso parte solamente tre anni prima, in compagnia della Danimarca, della rivale Irlanda e della freddissima Norvegia. Gli inglesi già avevano fatto parte di un’unione commerciale ancora oggi esistente, nota come European Free Trade Association, nella quale tutt’ora sono dentro Islanda, Svizzera, Norvegia e Liechtenstein. Da quest’ultima Londra se ne tirò fuori, confluendo nella maggiore Comunità europea.

Si arriva così al 1975. Al numero 10 di Downing Street alloggia il laburista Harold Wilson, noto alle cronache anche per la richiesta a Sua Maestà di concedere ai Beatles il titolo di baronetti.

Mister Wilson era tutt’altro che un europeista, vedeva con diffidenza quell’embrione politico che stava prendendo corpo nel ventre europeo, ma con lungimiranza ne riconosceva il bene dal quale se ne poteva trarre beneficio. Visitò le principali capitali europee, intavolò negoziati, dove ottenne, tra le altre cose, la concessione da parte di Bruxelles del European Regional Development, ossia la creazione del Fondo per lo sviluppo regionale in tutte le sue sfaccettature, tenendo presente appunto le diversità che la grande famiglia Europea avrebbe dovuto affrontare. Il Fondo ha ancora oggi lo scopo, di finanziare imprese, occupazione e lavoro su scala regionale. Ovviamente per chi ha la fortuna di avere amministratori competenti al riguardo, tutt’altro che un dettaglio.

Fu così che nel referendum del ’75, il cui quesito consisteva nella scelta fra il rimanere dentro o abbandonare la nascente Comunità europea, Harold Wilson fece fronte comune con i conservatori di Margaret Thatcher, la ‘lady di ferro’ che anni dopo lo sostituì nella carica lasciando un tatuaggio indelebile nella storia britannica. Vinse il “si” con il 67,2 %, a fronte del no con 32,8%.

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