martedì, Settembre 21

Brexit: non sparate su Theresa Le responsabilità che oggi cadono sulla testa della May in realtà sono in gran parte di altri. ‘Politico’ ricostruisce i 3 anni di trattativa: Westminster lotte intestine e indecisione e instabilità; Cameron e i suoi troppi errori; il legalismo di Bruxelles; le pressioni di alcuni Stati

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In questi quasi 3 anni di storia Brexit, «un processo in cui l’UE si è mossa inesorabilmente in avanti, mentre Westminster è crollato in lotte intestine politiche, indecisione e instabilità», come scrive oggi Tom Mctague su ‘Politico’ , non tutte le colpe sono da attribuire a Theresa May.
Così come la decisione della premier di offrire le sue dimissioni appena Westminster approvi  l’accordo, non solo non sembrano convincere gli osservatori inglesi sul fatto che il Parlamento effettivamente voti a favore dell’accordo, e se anche lo facesse «la Brexit è lungi dall’essere conclusa», così la testarda, orgogliosa May non ha tutte le responsabilità che sembrano ora piombarle addosso. Perchè? Basta guardare quel che sta accadendo.

Domani forse si voterà, ma non si sa ancora per cosa.  
L’accordo sulla Brexit raggiunto con l’Ue dalla premier May -definito  dall’ex Ministro degli Esteri britannico Boris Johnson come ‘già morto’-, tornerà domani all’esame della Camera del Comuni, per la terza volta, dopo due precedenti bocciature. Lo ha annunciato il Governo. Ma il Governo potrebbe proporre di votare solo l’accordo di uscita, scorporandolo dalla dichiarazione politica sulle relazioni future. I due documento sono parte dello stesso pacchetto, e nelle due precedenti occasioni sono stati votati insieme e bocciati dal Parlamento. In questo modo sarebbe più facile approvare il solo accordo di uscita, sui cui contenuti il Labour ha poche obiezioni.

Ieri la Camera dei Comuni, che aveva dichiarato di voler prendere in mano la vicenda Brexit in prima persona, chiamata a unvoto indicativo’ su 8 proposte  alternative al piano May ha bocciato tutte e otto le alternative. Politicamente questo significa che non c’è una maggioranza alternativa nel Parlamento britannico per trovare una Brexit diversa, né per promuovere un secondo referendum. L’opzione che ha ricevuto più voti è stata quella che chiede un referendum per ratificare un eventuale accordo -soluzione sulla quale ancora si sta insistendo-, con 268 si, ma 295 no; e quella favorevole all’unione doganale, con 264 si e 272 no.

May ha così deciso di giocarsi tutto pur di salvare la sua Brexit,  ha offerto la sua testa: ha promesso le sue dimissioni pur di incassare il via libera all’accordo, lei che nel referendum del 2016  si era schierata per il Remain, ma che poi ha difeso a spada tratta l’uscita. Ostinata e pervicace viene definita, capace di esporsi pur di mantenere fede al suo impegno.
Ed è proprio dall’inizio della sua dichiarazione di impegno, ‘Brexit significa Brexit’, che le sue responsabilità iniziano non essere totalmente sue, come ricostruisce dettagliatamente ‘Politico.

Mentre oggi appare chiaramente la responsabilità di un Parlamento incapace di decidere, avviluppato su se stesso e sull’idea di una sovranità degna dell’800, oltre a una buona dose di arroganza, le prime responsabilità sono firmate David Cameron.

«I semi della crisi affrontata oggi dalla Gran Bretagna sono stati piantati da Cameron, ha dichiarato il Ministro degli Esteri, Alan Duncan. “Ha organizzato il referendum troppo presto, ha fatto una campagna schifosa e poi è uscito lasciando un vuoto”», scrive ‘Politico’. «È una crisi causata da decisioni sbagliate in cima a decisioni sbagliate, trasformando un gioco a breve termine in una catastrofe a lungo termine“,» [ …..]  «La mattina dopo il referendum, Cameron ha annunciato che avrebbe lasciato il posto per consentire a un nuovo primo ministro di prepararsi per i negoziati con l’UE. “Soprattutto“, disse, “ciò richiederà una leadership forte, determinata e impegnata“».

L’11 luglio 2016, il partito conservatore ha scelto Theresa May per sostituirlo.

«May ha iniziato la sua premiership con una semplice, seppur enigmatica, definizione di lasciare l’UE: “Brexit significa Brexit” Con la sua prima conferenza del Tory Party come primo ministro nell’ottobre 2016, aveva chiarito la sua posizione. Brexit significava controllare l’immigrazione, scrollando di dosso la giurisdizione dei tribunali europei e riguadagnando la capacità di concludere accordi commerciali indipendenti. [ …..]  “Stiamo per diventare, ancora una volta, un paese completamente sovrano e indipendente”».

Una scelta, quella della May, in aperto scontro con Bruxelles, e qui scattano le responsabilità dell’Unione, ancora secondo ‘Politico’. Responsabilità che si possono riassumere in un approccio legalistico di Bruxelles, in un piano  le cui «forze inarrestabili che hanno portato a questo momento sono state messe in moto molto prima che il primo ministro entrasse in carica».
E a rafforzare la linea che di mano in mano è divenuta sempre più dura di Bruxelles alcuni singoli Stati, -per esempio fin dall’inizio la Germania di Angela Merkel ha preteso di fissare fin da subito l’indivisibilità delle quattro libertà, ovvero, libertà movimento di beni, servizi, capitali e persone- e la grande capacità di pressione dell’Irlanda.
«Le ‘linee da prendere’ del Consiglio europeo erano il prodotto di mesi di pianificazione. In vista del referendum sulla Brexit, Tusk aveva parlato a tutti i leader dell’Unione europea invitando a un fronte unito indipendentemente dal risultato. Sono state elaborate bozze di risposta politica, pronte a partire, per entrambe le eventualità».

Politico’ cita Ivan Rogers, ex ambasciatore britannico presso l’UE: «”L’UE, sebbene strategicamente miope, è formidabilmente brava in fase di processo nei confronti degli oppositori negoziali”, ha affermato Rogers. “Nessuno stava prestando molta attenzione a come l’UE stava pazientemente costruendo il processo progettato per massimizzare la propria influenza”».

Se l’accordo domani in qualche modo -ed è tutto da vedere il ‘modo’- dovesse essere approvato e Theresa lasciasse  Downing Street subito o poco dopo, comunque lascerà senza un vero piano per il futuro, e di Brexit, come ampiamente previsto da tutti gli osservatori più attenti si parlerà ancora per molto molto tempo.

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