giovedì, Ottobre 28

Brexit e Maghreb: all’Ovest niente di nuovo?

0
1 2


Rabat – Certo il Maghreb è abbastanza distante da Londra, e non solo geograficamente: l’Africa nordoccidentale non ha certamente con la Corona i medesimi legami storici che intrattiene con l’Eliseo, né può contare su una numerosa diaspora oltremanica (in Gran Bretagna risiedono circa 70000 Marocchini, 10000 Algerini e 7000 Tunisini, a fronte di una presenza in Francia pari a 1,5 milioni, 670.000 e 400.000 persone per i tre Paesi rispettivamente). Ciononostante, l’annuncio della Brexit, ovvero dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea in seguito al risicato risultato del referendum del 23 giugno, ha suscitato un certo clamore. Ho potuto testare di persona lo stupore tra gli studenti miei conoscenti qui in Marocco. Dopotutto, se non il Regno Unito nello specifico, per le nuove generazioni nordafricane l’Unione Europea nel suo insieme rappresenta un simbolo di stabilità economica e democrazia, oltre a essere la casa per molti dei loro parenti emigrati. L’Unione Europea, inoltre, è il sogno di una vita migliore, la fuga dalla disoccupazione del proprio Paese d’origine, l’utopia di un mondo senza confini così diverso dalle procedure consolari e dai visti che, per molti, rendono il Nordafrica una gabbia. E così, seppure accennando un sorriso davanti alla disillusa ingenuità che traspare dal tono apocalittico, capisco quando il mio amico Yassine mi dice: ‘Questa è la fine dell’Unione Europea, l’inizio della disgregazione. Anche voi, dopotutto, avete delle belle gatte da pelare’. Eh sì, pure noi…

Le previsioni sull’eventuale impatto dell’addio britannico a Bruxelles sul Maghreb non sono mancate, e non solo sulla costa meridionale del Mediterraneo. Una decina di giorni prima del referendum, Jane Kinnimont, ricercatrice alla britannica Chatham House (l’Istituto Reale di Affari Internazionali), ha analizzato quali effetti avrebbe potuto sortire la consultazione popolare sui rapporti di Londra con l’area MENA (Middle East and North Africa). In caso di ‘remain’, Kinnimont si era augurata un coinvolgimento maggiore del Regno Unito nelle politiche europee a livello regionale, soprattutto nella gestione dei flussi migratori in provenienza dalla Siria. In caso di leave, come è poi avvenuto, la Gran Bretagna vorrà (il passaggio all’indicativo è d’obbligo) affermare il proprio ruolo sulla scena internazionale. Per questioni economiche e di sicurezza, la regione MENA rimarrà ancora un fulcro dell’azione britannica: i 18 miliardi di dollari di esportazioni verso l’area fatturati nel 2014 e la cooperazione nella lotta contro il terrorismo non perdono il loro peso da un giorno all’altro. Altrettanto immutato, prosegue Kinnimont, sarebbe il coinvolgimento militare del Regno Unito nella polveriera mediorientale, che già in precedenza si basava su coalizioni ad hoc e non sull’azione collettiva di tutti i membri dell’Unione. In questo quadro immutato, a cambiare sono le priorità. L’incertezza conseguente il distacco da Bruxelles lascerà una Gran Bretagna economicamente più debole, e sarà il Maghreb a pagarne le spese. Secondo Kinnimont, «la creazione di rapporti commerciali con i Paesi più ricchi del Medio Oriente, in primis nel Golfo, diventerebbe ancora più prioritaria di quanto non lo sia ora. Le relazioni con l’Africa settentrionale, invece, finirebbero in secondo piano». E proprio il commercio sarà un ambito fortemente influenzato dalla Brexit.

Attualmente l’Europa gode di accordi commerciali con numerosi Paesi della regione, il che la rende un attore primario in quelle zone dello spazio MENA i cui scambi dipendono soprattutto dal Vecchio Continente. Il Regno Unito, di conseguenza, dovrà sedersi nuovamente al tavolo dei negoziati, ma questa volta, senza l’UE a dargli man forte, con un peso specifico di gran lunga minore. Ciononostante, non tutto il male viene per nuocere, e Londra potrà approfittare di maggiore libertà d’azione nel settore dei dazi. Quest’aumento di flessibilità si può rivelare particolarmente fruttuoso nel settore agricolo, su cui Bruxelles deteneva il monopolio decisionale. Ad esempio, la Tunisia, secondo produttore di olio d’oliva al mondo, sta tentando già da tempo di penetrare nel mercato comunitario, scontrandosi con l’opposizione tenace dell’Europa meridionale, dove Grecia, Spagna e Italia non vogliono essere scalzate da un concorrente esterno; in questo frangente, quindi, la riduzione delle tariffe doganali, se non addirittura la loro abolizione, risulterebbe vantaggiosa sia per Londra, che avrebbe accesso a prodotti di cui non dispone in loco a un prezzo ridotto, sia al Maghreb, desideroso di incrementare le proprie esportazioni.Un ulteriore settore, infine, in cui la Gran Bretagna dovrà rivedere le proprie politiche è quella della cooperazione internazionale e degli aiuti allo sviluppo. L’esito di un nuovo corso in questo ambito, tuttavia, è meno prevedibile: se da una parte dovrà venire a patti con un’economia più fiacca, dall’altra il Regno Unito extracomunitario non potrà neppure lasciare a sé stessa una regione la cui instabilità può avere conseguenze dirette su Londra, specialmente in termini di flussi migratori.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->