mercoledì, novembre 21

Brexit: l’eccezione sovrana e i rischi di un’integrazione ‘periferica’ Cosa significa, oggi, ‘disobbedire’ all’Europa? E uscirne? Intervista a Gianfranco Baldini, Docente di Scienza Politica dell’Università di Bologna

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Dopo il Vertice del 18 ottobre, il Consiglio UE è apparso consensuale – come rileva Paolo Magri, Direttore dell’ISPI – su pochi fronti: una Brexit senza compromessi (quantomeno, sul mercato unico e i confini con l’Irlanda) e lo scetticismo sulla manovra di bilancio italiana. Restano, invece, profonde le spaccature sulla gestione delle migrazioni.

Dopo la revisione della manovra economica (si stima che un disegno di legge giungerà alla Camera tra il 29 e il 30 novembre), mentre dalla Commissione europea arriva l’ultimatum sulla presentazione delle rettifiche entro il 13 novembre, i dati pubblicati dall’ISTAT indicano che la crescita congiunturale del PIL si è arrestata nel terzo trimestre, Con riferimento ai primi 9 mesi del 2018, la crescita acquisita si colloca un punto percentuale al di sotto delle stime ufficiali (che la fissavano all’1,2%). Diversamente dagli effetti positivi che hanno interessato gli altri componenti dell’Eurozona, compresi i Paesi destinatari del ‘salvataggio’ europeo (Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro, Irlanda), lo stato di debolezza dell’economia italiana permane e riappare l’ombra della recessione.

In questo quadro, cifre e scadenze fanno da contrappunto agli attacchi frontali rivolti alle istituzioni europee da forze politiche accomunate – in Italia come nelle varie esperienze continentali e insulari – dalla volontà dichiarata di dare più peso ai singoli Stati nazionali. Non mancano, tuttavia, i non-detti: molte intese a distanza si rivelano alleanze di cartone al profilarsi di uno ‘spostamento indebito’ di migranti (sorta di ‘merce’ indesiderata, non regolamentata e non identificata) o dei possibili effetti di un fragile assetto contabile destinato ad aggravarsi. Un caso esemplare è offerto dai rapporti tra Italia e Ungheria o, con l’‘aggravante’ del vicinato, tra Italia e Austria, se solo pensiamo alle conseguenze che avrà sul nostro debito pubblico la fine del programma di acquisto di titoli di Stato avviato nel marzo 2015 dalla BCE (il cosiddetto ‘Quantitative Easing’). Difficile sarebbe, poi, immaginare un’Italia privata del cosiddetto ‘Fondo salva-Stati’ o abile a non uscire vulnerata dall’assenza di un ‘Piano Juncker’ per un rilancio degli investimenti che non generi debito pubblico (quasi 9 miliardi garantiti dal Fondo europeo per gli investimenti strategici), del quale il Belpaese è il secondo beneficiario.

Se la vulnerabilità prelude a una logica periferizzazione, la situazione attuale sembra indicare che tale effetto toccherebbe l’Italia prima dell’Unione. Ma l’antagonismo caro a certa retorica politica non trova appoggio su un piano orizzontale: l’UE non è uno Stato ‘più potente’ in competizione con i Paesi che ne sono parte. D’altra parte, l’uscita dall’euro è un argomento esaurito: ecco un primo sostanziale indicatore di differenza tra le sfide a Bruxelles lanciate da esponenti di maggioranza del Governo Conte, e la Brexit.

Guardata dal Continente, l’uscita del Regno Unito alimenta il discorso euroscettico nelle sue varie vesti, con un effetto destrutturante sulle relazioni che esistono tra l’Unione Europea e i suoi Stati membri. Sarà utile, allora, un breve richiamo retrospettivo al contesto di oltremanica.

Nel Discorso pronunciato a Bruges il 20 settembre 1988, l’allora Primo Ministro Margaret Thatcher, un decennio dopo avere appoggiato la scelta europea espressa a maggioranza dal Partito Conservatore, sostenne il valore di un contributo nazionale specifico all’Europa, fondato sull‘intraprendenza britannica come eccezione sovrana, che si traduceva, nella visione di cui fu portatrice la ‘Iron Lady’, nel primato del libero scambio tra imprese e in una limitazione dei poteri (economico, finanziario e politico) delle istituzioni comunitarie.

La logica inscritta nel Discorso – un ‘inno’ al capitale libero -, pur non prefigurando un’uscita della Gran Bretagna dalla fu Comunità economica europea, andava nel senso di un contenimento della portata (dei poteri di intervento) dell’edificando Eurosistema. Dopo Maastricht e le successive fasi dell’Unione economica e monetaria (UEM), si sarebbero introdotti il controllo del mercato dei cambi da parte della Banca Centrale europea e, con le future Direttive (dal 2004 alla MiFID II, vigente nel territorio dell’Unione dal 3 gennaio 2018), la tutela degli investitori mediante una maggiore trasparenza ed efficienza dei servizi finanziari, ponendo argini alle banche e alle società di intermediazione mobiliare (SIM) e di gestione del risparmio (SGR).

Dopo la ‘tempesta’ del 2008, l’insicurezza e le incognite che accompagnano la percezione di un futuro politico dentro l’Europa si ritrovano, con tutte le differenze, tanto nell’esito elettorale italiano del 4 marzo che nelle fratture e nei ripensamenti che hanno coinvolto la politica britannica dopo il referendum sulla Brexit del 2016.

Allo stato attuale, mentre i negoziati si prolungano indebolendo il partito della premier Theresa May, quest’ultima esprime la propria inamovibilità rispetto alla proposta presentata in luglio dall’esecutivo (‘Chequers Plan’), che prevede un parziale mantenimento del mercato unico (per le merci agricole, alimentari e industriali, soggette a un regime commerciale e doganale differenziato secondo la loro destinazione) ed è stata ritenuta «inaccettabile» da Bruxelles. Erodendo la base di consenso di May, il leader laburista Jeremy Corbyn critica il piano del Governo e si pronuncia a favore del mantenimento della Gran Bretagna in un’Unione doganale che eviti la divisione tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda, senza contestare i limiti al commercio con i Paesi terzi previsti dall’accordo di recesso definito dai negoziatori Michel Barnier (UE) e David Davis (Regno Unito).

Nel moltiplicarsi delle zone grigie esistenti tra ‘hard Brexit’ e ‘soft Brexit’, fino alla richiesta di un nuovo referendum (appoggiata dai nazionalisti scozzesi di Nicola Sturgeon), non tutti i ‘remainers’ né i ‘brexiteers’ più temperati possono classificarsi ‘europeisti’ nel senso di una piena integrazione politico-istituzionale: la crisi interna di rappresentanza e i timori di perdere i vantaggi derivanti dal mercato unico sono, di per sé, fattori determinanti in uno scenario complesso che appare destrutturato e instabile.  

Cosa sta dietro l’euroscetticismo e le sue fluttuazioni nel Regno Unito e in Italia? Ce ne parla Gianfranco Baldini, Professore associato di Scienza Politica all’Università Alma Mater Studiorum’ di Bologna, Autore di diverse pubblicazioni in materia e Curatore dei saggi La Gran Bretagna di Cameron (Il Mulino, 2011 – con Jonathan Hopkin, della London School of Economics and Political Science) e La Gran Bretagna dopo la Brexit (Il Mulino, 2016).

E’ possibile trovare elementi di comparazione tra ladisobbedienza britannica verso le istituzioni europee e quella ostentata a parole dall’Italia?

In questo momento, Italia e Gran Bretagna rappresentano per l’Europa i due problemi maggiori, benché tra loro assai distinti. Con l’Italia resta aperta la questione della Legge di bilancio, che ha creato un precedente inedito con la bocciatura, da parte della Commissione europea, delle misure proposte dalla manovra economica del Governo Conte. Il caso britannico, anch’esso senza precedenti, è evidentemente molto diverso perché il Paese sta uscendo a fatica dall’Unione Europea. Mentre con l’Italia è da gestire un rapporto che nessuna delle due entità politiche vuole portare alla rottura, con la Gran Bretagna si sta negoziando un’uscita molto complessa. L’euroscetticismo presenta, nei due Paesi, un volto diverso. Quello britannico ha radici profonde. La Gran Bretagna è entrata nella Comunità europea (oggi UE) con il primo allargamento del 1973, ma non lo ha fatto in modo convinto, bensì a condizioni che erano contrarie ai suoi interessi, dovendo contribuire in misura eccedente a quanto avrebbe ricevuto. Con le evoluzioni successive, si è trovata paradossalmente a prendere parte all’Atto unico europeo (1986), ossia al meccanismo che metteva in discussione la sovranità del Paese. Penso, in particolare, a 30 anni fa, quando Margaret Thatcher tenne il Discorso di Bruges, che può essere considerato una sorta di manifesto dell’euroscetticismo – sebbene, riascoltato all’ora attuale, possa sembrare molto più ‘tiepido’ di tante dichiarazioni euroscettiche correnti.  Comunque sia, la Brexit non ci deve sorprendere più di tanto perché la Gran Bretagna non è mai stata convinta della propria appartenenza alle istituzioni europee. La complessità del caso Brexit è più elevata rispetto al caso italiano.

In che misura?

Dall’uscita della Gran Bretagna comprendiamo effettivamente cosa abbia significato il processo di europeizzazione in quel Paese nei precedenti 30 anni. I diritti dei lavoratori, la libertà di circolazione, l’Unione doganale, il mercato unico, il problema dell’Irlanda del Nord: sono questioni talmente complesse che se ne discute da 2 anni e ancora non si sa quale sarà l’assetto finale di questa uscita né, di fatto, se un’uscita ci sarà. Mentre avanza la campagna per un secondo referendum, non è da escludere anche un possibile ripensamento.

Come reagirebbe Bruxelles?

Pur seccata, l’Europa accoglierebbe una decisione che va contro l’esito della consultazione di 2 anni e mezzo fa. In Italia l’euroscetticismo ha un valore politico diverso dal contesto britannico: in quest’ultimo caso, esso si ricollega a una sorta di ambizione globalista. Se escludiamo lo UK Independent Party, una formazione anti-europea che ha agito in maniera decisiva (obbligando David Cameron a fare il referendum 2 anni fa)  e che potrebbe essere paragonato a tanti partiti euroscettici europei, l’euroscetticismo dei conservatori ha una precisa ambizione: riportare la Gran Bretagna ai fasti del passato, quando il Paese commerciava con il mondo ed era il leader di uno dei più vasti imperi della storia. Si guarda, in qualche modo, al passato coltivando ambizioni – qualcuno dice: illusioni – sulla possibilità che il Paese torni, se non a dominare, a essere comunque una tra le grandi potenze, in uno scenario di libero commercio a livello mondiale. In Italia, invece, in linea con quanto accade negli altri Paesi europei continentali, l’euroscetticismo è molto più protezionista e anti-globalista: sia che risulti condito in ‘versione Lega’ che in ‘versione 5Stelle’ – che ovviamente sono movimenti diversi –, ciò cambia in misura limitata. Ad accomunare le due versioni è il fatto che, per molti aspetti (anche se non per tutti: penso, ad esempio, alle specificità di una ‘flat tax’), si affermi di proteggere i cittadini dalle distorsioni, dalle sfide e dalle tensioni che seguono il processo di globalizzazione veicolato dall’Europa. Pertanto, i contesti italiano e britannico, per quanto siano entrambi complessi da gestire, rimangono distinti.

Parlando dell’attitudine, da parte delle stesse forze politiche, a rinnovarsi e rispondere alle istanze sociali con un grado di elevata ‘prossimità’ e cultura critica, quali sono i fattori che, nonostante la tempesta di Brexit (o, forse, anche per questo), hanno prodotto discorso politico incline al compromesso, oggi avallato dallo stesso Corbyn? Anche qui, perché non è ravvisabile un suo equivalente nell’arena italiana?

 Una dimostrazione delle differenze fra i due contesti è offerta proprio dal diverso livello elettorale della sinistra che, in realtà, è frutto anche di alcune contingenze: non possiamo dimenticare che Corbyn diventò Segretario del Labour Party nel 2015 in maniera quasi casuale, nel senso che, perse le elezioni il Labour si aprì un processo simile a quello oggi in corso per il Partito Democratico. In sostanza, ci si accorse che non c’era nessun candidato per la sinistra radicale e, all’ultimo, momento si chiese a Corbyn d candidarsi. Sostenuto da un numero sufficiente di parlamentari, Corbyn si presentò quasi come candidato di bandiera. Poi fu eletto, e il suo successo deve, anche qui, essere contestualizzato. L’esito conseguito alle elezioni del 2017, anche se il Partito ha recuperato moltissimi voti, non è un successo pieno: i Conservatori hanno avuto più voti e una buona parte della popolarità di Corbyn si basa sul ricorso a una campagna, se vogliamo, più radicale e ‘anti-austerity’, proprio perché la Gran Bretagna è stata destinataria di politiche di austerity molto più forti dell’Italia: nel primo caso, l’austerity esiste realmente da 8 anni, mentre nell’ultima decade l’Italia, dal punto di vista economico, ha avuto leggi finanziarie di austerity solo da un biennio.  Il successo di Corbyn deriva da questa sua ambiguità nel capitalizzare lo scontento dei cosiddetti ‘perdenti della globalizzazione’, ossia quegli elettori laburisti (circa 1/3, secondo gli analisti) che nel referendum del 23 giugno 2016 votarono per l’uscita dal’Unione.

Qual è la chiave del suo successo?

Anche grazie alla possibilità di non avere responsabilità di governo, Corbyn è riuscito a mantenersi su una posizione ambigua per quanto riguarda la Brexit, sia nelle elezioni del 2017 sia negli ultimi mesi. Con un passato di euroscettico alle spalle, nel 2016 ha sostenuto in maniera timida l’opzione di rimanere nell’UE. Peraltro, nella varietà di dinamiche euroscettiche di cui si discute ormai da anni, il ruolo del partito – cioè: essere al governo o all’opposizione – risulta decisivo. Vedere in Corbyn un nuovo orizzonte per la sinistra dipende, in realtà, dal fatto che il Labour Party rimane all’opposizione: la sfida vera si ha – come stiamo vedendo per l’Italia – solo una volta che un partito va al governo.

Ciò che vale anche sul fronte ‘domestico’.

Tanto la Lega quanto il Movimento 5 Stelle, negli ultimi 6 mesi – ossia da quando governano – hanno dovuto moderare le proprie posizioni nei confronti dell’Europa: non dimentichiamoci che Luigi Di Maio prometteva un referendum sull’euro, e che avrebbe votato contro, mentre oggi deve rassicurare quasi tutti i giorni i mercati e l’Unione Europea sul fatto che l’Italia non intende uscire dall’euro. Cambiando le responsabilità, cambiamo anche le posizioni.  Tornando al confronto tra ‘sinistre’, mi pare difficile che l’Italia possa utilizzare la posizione espressa da Corbyn in modo paritetico, inspirandosi a quelle politiche per il nostro Paese. Il contesto, ripeto, è troppo diverso: il Governo non è in mano a un partito tradizionale, come è il Partito Conservatore britannico, bensì a due forze nuove, che hanno sfidato e ‘capitalizzato’ lo scontento dell’opinione pubblica andando a governare con un accordo post-elettorale.

Cambiano troppo il contesto istituzionale e la storia…

Come diversa è anche la natura dell’euroscetticismo. Tutto questo rende paragoni diretti tra i due casi molto complessi. In conclusione, l’UE ha sicuramente oggi nell’Italia e nella GB 2 dei suoi problemi più complessi da gestire, ma sono temi, problemi e Paesi molto diversi tra di loro.

È prevedibile che Corbyn ottenga ulteriori consensi in forza della logica del compromesso in cui si sta muovendo?

È difficile dirlo: dipende da quello che succederà nei prossimi mesi. Se, con il prospettarsi di uno ‘showdown’, non si avrà un accordo tra Gran Bretagna e Unione Europea e se ci saranno nuove elezioni, non escludo affatto che Corbyn possa vincerle. Le elezioni sarebbero largamente anticipate: in Gran Bretagna si è votato 1 anno e mezzo fa, perciò dovrebbero passare ancora 3 anni e mezzo prima di tornare alle urne. Il problema sarà, in seguito, mantenere fede a tali posizioni ambigue. A ben vedere, penso che Corbyn non desideri troppo queste elezioni. Se guardiamo alle posizioni di Boris Johnson e degli altri sfidanti di Theresa May all’interno del Partito Conservatore, tutti la attaccano, ma nessuno ne vuole prendere il posto: un posto, alla fine, molto difficile e delicato. Le previsioni si fanno sempre più ardue in questa Europa sconquassata dalle crisi. La posizione di Corbyn ha rappresentato una sconfitta più che onorevole nelle elezioni del 2017, ma andrei molto cauto nel trasporre lezioni su altri Paesi da un contesto così particolare.

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