domenica, Giugno 13

Brexit, la partita non è ancora chiusa L'accordo è stato raggiunto, ma ha già causato alcune defezioni al governo May. Intervista a Lucia Quaglia, Docente dell'Università di Bologna,

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Al termine di 5 ore di acceso confronto, il governo May ha licenziato ‘l’accordo migliore che si potesse raggiungere’ per una soft Brexit sulla base del testo avanzato dai negoziatori della Commissione europea. Un’intesa che deve passare adesso al vaglio del Parlamento britannico in un clima di forte scontro politico, con un governo che già dalla mattinata ha cominciato a perdere pezzi, con le pesanti dimissioni del ministro per la Brexit, Dominic Raab (alla guida delle negoziazioni con L’UE), la sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman, e i ministri per l’Irlanda del Nord, Shailesh Vara, e del Lavoro Ester McVey. Le defezioni nel governo May hanno al centro i termini dell’accordo sui principali nodi affrontati nei tavoli dei negoziati, in particolare sulle condizioni poste dall’Europa per il mantenimento del Regno Unito nell’Unione doganale e nel mercato comune nella lunga fase transitoria che si aprirà da marzo 2019 e la cui conclusione sarà legata al raggiungimento di un nuovo accordo di cooperazione economica giudicato soddisfacente dalle parti. L’Unione europea, con il suo capo negoziatore Michel Barnier, vince su tutte le questioni principali – come largamente preventivato -, mentre il Regno Unito si troverebbe così a restare in una Unione doganale e mercato comune di cui dovrebbe rispettare le regole senza poter avere voce in capitolo, dovendo inoltre pagare un ‘conto’ di circa 50 miliardi di euro per assolvere gli obblighi già presi nei confronti del budget europeo e di programmi avviati.

Dal testo dell’accordo, la partnership economica fra UE e Regno Unito sarà assicurata con il mantenimento di un’area tariffaria e doganale comune, insieme all’impegno da parte inglese di attenersi ai principali standard europei sul mercato unico. Tale soluzione allontana, almeno temporaneamente, l’ipotesi di una ‘clausola di salvaguardia’ (backstop) per prevenire la creazione di una frontiera fisica fra l’Irlanda del Nord e la Repubblica di Irlanda e il mantenimento dell’accordo ‘del Venerdì Santo’ del 1998: l’UE aveva infatti prospettato la possibilità, in caso di una Brexit senza accordo (hard Brexit) di mantenere l’Irlanda del Nord in un regime speciale interno agli accordi europei, separandone i confini commerciali e doganali dal resto del Regno Unito. Una soluzione, quest’ultima osteggiata fin dal primo momento dal governo Tory, per le sue rilevanti e imprevedibili conseguenze sul fronte politico, tali da mettere potenzialmente a rischio l’integrità della nazione inglese, avvicinando l’Irlanda del Nord all’UE. La soluzione di compromesso rinvia la soluzione della questione irlandese, senza prospettare una tempistica tale da garantire un’effettiva separazione del Regno Unito dall’UE e il recupero di una piena sovranità nazionale: ragione prima della Brexit votata dalla maggioranza dei cittadini del Regno Unito lo scorso giugno 2016.

Sul fronte dei servizi finanziari, le banche di base nella City di Londra non beneficeranno più del “passaporto comune” per operare nel Continente e sarà quindi necessario un nuovo trattato per la cooperazione finanziaria, nell’autonomia delle parti – come chiarito nella  la dichiarazione politica presentata dai negoziatori. Per Lucia Quaglia, ordinaria all’Università di Bologna, “la City ha perso tanto. La proposta di unione serviva a mantenere intatta le value chains per le aziende manifatturiere, ma le banche e i servizi finanziari – e in generale il settore dei servizi – non sono avvantaggiati da questo.  Il passaporto europeo per i servizi finanziari sarà quindi revocato per le banche e società finanziarie inglesi. In maniera abbastanza sorprendente, anche considerando il potere di lobbying della City, si è arrivati quindi a un esito svantaggioso per il settore finanziario inglese. A perderci di più, inoltre, sono le grandi banche americane, giapponesi e svizzere che avevano nella City la loro hub europea, punto di accesso al mercato unico dell’UE”.

Sul fronte della mobilità delle persone, l’Europa ottiene quanto desiderato sulla tutela dei cittadini UE in Gran Bretagna. L’articolo 14 dell’accordo prevede che cittadini europei e inglesi potranno circolare fra le due aree con il passaporto o la carta di identità, con possibilità di rivedere i criteri di riconoscimento e accesso dopo 5 anni dalla fine del periodo di transizione (quindi dopo il 2025). Più stringenti i controlli e le norme sull’immigrazione, come prospettato da Downing Street, con la creazione di un nuovo sistema basato sulle abilità e professionalità richieste dal mercato inglese. Sul versante dei trasporti, della cooperazione energetica e della sicurezza si prospettano invece futuri accordi bilaterali da avviare con l’inizio del periodo di transizione, una volta approvato l’accordo di withdrawal. Termine del periodo di transizione per la stipula dei nuovi accordi di cooperazione UE-Regno Unite è previsto per il 31 dicembre 2020: ma l’articolo 132 del testo stabilisce che, entro luglio 2020, le parti possano estendere a data da destinarsi il suddetto periodo transitorio. Un punto questo di decisiva importanza per l’UE, su cui i ministri dimissionari del governo May hanno polemizzato: una simile clausola non offrirebbe alcuna tempistica certa in merito alla separazione ‘definitiva’ fra Europa e Inghilterra, rischiando di porre questa ultima per un tempo indefinito sotto l’egida della prima. Al contrario, il testo del patto prevede la fuoriuscita del Regno Unito dalla Politica agricola comune europea. 

Chi vince e chi perde da questo accordo? Quali le sue conseguenze politiche in vista del prossimo decisivo passaggio a Westminster? Ne abbiamo parlando con Antonio Villafranca, research coordinator all’ISPI.

 

In che modo l’accordo scioglie i principali nodi sul tavolo dei negoziati per la Brexit?

L’accordo scioglie tutti i punti: la questione è capire se su questi punti ha vinto la May o l’UE. In realtà la bilancia pende decisamente a favore dell’Unione europea. Le richieste che l’Unione ha da sempre fatto e indicato come red line invalicabili sono state accettate. Erq chiaro ormai da tempo che questa negoziazione era sbilanciata da parte di quello che era il negoziatore più forte, cioè L’UE: e così in effetti è stato. Anche perché l’UE è stata sorprendentemente compatta in questi negoziati: questo ha facilitato l’assunzione di un peso negoziale molto forte nei confronti della May. Vediamo in che modo sono stati risolti i diversi punti. Sulla questione della mobilità dei lavoratori l’accordo era già arrivato, da almeno un anno, come sul contributo della Gran Bretagna all’UE  per l’uscita. Per i lavoratori, soprattutto adesso che ci sarà il periodo di transizione, tutto rimane inalterato fino al 2020, quindi vengono fatti salvi i diritti dei tre milioni di europei che stanno in Inghilterra e del milione di britannici che stanno in UE. Per quanto riguarda il debito della Gran Bretagna, si parla di una cifra intorno ai 50 miliardi. Due grandi questioni rimanevano irrisolte. La prima la questione nord-irlandese, la cui risoluzione si collegava al secondo punto: quello dello status dei rapporti fra UE e Regno Unito in futuro. Non si poteva risolvere la questione del border irlandese non affrontando anche questo tema. Si badi bene: non era di fatto necessario affrontarla adesso. L’accordi di cui stiamo parlando è infatti incentrato sul recesso: deve dire come risolviamo tutte le questioni pendenti fino ad oggi. Quello che sarà lo stato futuro delle relazioni fra Regno Unito e UE, a rigore, non dovrebbe essere dentro questo accordo. Qual è il problema? Che non si può risolvere la questione dell’Irlanda del Nord se non stabilisci già prospetticamente i rapporti futuri. Visto che non era dato saperlo, l’UE aveva imposto un suo backstop. Cioè aveva detto: guardate che se non raggiungiamo un accordo, dal momento che da entrambe le parti si voleva rispettare gli accordi del venerdì santo, non ci può essere un barriera fisica fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. Se così è e tutti volevano questo, l’UE ha detto: nel caso di hard Brexit (quindi di mancato accordo) l’Irlanda del Nord rimane nell’Unione doganale e commerciale. La May ha respinto questa ipotesi, affermando la volontà di creare un’Unione doganale con l’Europa. In questo modo non ci sarebbe bisogno di alcun controllo alle frontiere. Questo l’accordo finale.

L’accordo finale sull’Unione doganale prevede però condizioni stringenti per il Regno Unito…

Precisamente. L’unione europea non poteva ammettere che Gran Bretagna uscisse dal mercato unico, rientrando poi in un’unione doganale e commerciale ‘su misura’ per continuare a goderne dei benefici, senza più pagarne gli oneri. Le condizioni dell’unione doganale imposte dall’Europa sono fra le più stringenti abbia imposto a un Paese fuori dal mercato unico.  Ad esempio riguardano la concorrenza, gli aiuti di Stato. Su questi temi la Gran Bretagna si impegna non solo a rispettare tutta la legislazione europea vigente, ma anche quella dei prossimi anni: cioè quella decisa senza più la presenza del Regno Unito come Stato membro. Non solo. In caso di dispute, il punto di riferimento non è un arbitro internazionale super partes, ma la Corte di Giustizia europea. In questo modo il risultato è un totale allineamento della Gran Bretagna alle posizioni decise dall’UE. Inoltre l’Europa ha imposto il rispetto di un level playing field adeguato per quel che riguarda temi come l’ambiente, la tassazione e il lavoro. Qual era la paura degli europei: che il Regno Unito potesse dar vita a regolamentazioni più light in grado di danneggiare l’Unione sul piano competitivo, creando minori vincoli – e dunque maggiori vantaggi – per le imprese inglesi. Anche su questo l’Europa ha imposto un impegno molto stringente alla Gran Bretagna. Inoltre essa non potrà mettere fine unilateralmente a queste condizioni, ma dovrà negoziare con l’Unione i termini di una eventuale fuoriuscita. Questi, grosso modo, i termini importanti dell’accordo.

Non a caso le defezioni nel governo May sono significative. Quali le prospettive adesso per il governo inglese di ottenere l’approvazione definitiva dell’accordo in Parlamento?

Questa è la vera questione. Non è da dare per certo il passaggio a Westminster. I brexiteers duri potrebbero coalizzarsi nei prossimi giorni e non è totalmente da escludere un colpo di mano per far cadere la May. In tutto questo non è ancora chiara la posizione degli ‘unionisti’, decisivi sostenitori del governo May.

A suo avviso, le prospettive di un fallimento di un accordo e di una ‘hard Brexit’, o addirittura di un secondo referendum, sono possibili?

Bisogna essere realistici. C’è un problema di tempistica. Al momento l’accordo c’è. A quanto pare ci sarà un vertice europeo il 25 novembre, in cui l’UE dovrebbe far proprio questo accordo. Poi ci sono i passaggi al parlamento europeo e inglese. Ma anche se Westminster dovesse bocciare l’intesa raggiunta, non ci sarebbe tempo né per avere un’altra negoziazione (ormai l’accordo è quello); ma non ci sarebbe tempo prima di marzo 2019 per indire un secondo referendum. Quindi se si bocciasse questo accordo inevitabilmente verso l’hard Brexit a marzo. Con una sola possibile scappatoia: l’alternativa potrebbe essere un proroga dei termini. L’art. 50 del trattato UE prevede che all’unanimità gli Stati Membri possano prolungare i due anni dalla richiesta di uscita dall’Unione. Ma anche questa eventualità è complessa: per una ragione, ancora, di tempistiche. Noi abbiamo le elezioni europee il prossimo anno. Se si prolungassero i termini, vuol dire che la Gran Bretagna sarebbe ancora un Paese membro. Quindi paradossalmente un Paese che ha votato per la Brexit dovrebbe fare la campagna elettorale ed elezioni europee ed eleggere i propri parlamentari. Sarebbe obiettivamente estremamente bizzarro. Quindi o si fa questo accordo o l’alternativa è l’hard Brexit.

Nello scenario di una ‘hard Brexit’ vi sarebbe a suo avviso un rischio per l’integrità territoriale del Regno Unito?

La vedrei complicata. L’accordo del venerdì santo è arrivato dopo decenni di scontri sanguinosi. Se non si risolve la questione dell’Irlanda del Nord, la Gran Bretagna sa perfettamente che si apre di nuovo un vaso di Pandola difficile da gestire. Non credo che si potrebbe arrivare a questo punto. La ragione per cui la May ha fatto di tutto per arrivare a questo accordo è stato proprio per evitare di avviare una separazione di fatto fra Irlanda del Nord e resto della Gran Bretagna. C’è anche la questione scozzese da considerare. Se ci fosse una hard Brexit nessuno sa bene come reagirebbero gli scozzesi. Loro hanno votato al tempo del referendum sulla permanenza del Regno Unito per restare appunto in un Paese membro dell’UE. Ecco perché potrebbero esservi nuove tensioni con la Scozia. Un clima di instabilità politica enorme per i Regno Unito. Ecco perché la May infine è stata costretta ad accettare questo compromesso alle condizioni europee.

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