venerdì, Maggio 7

Brexit, con un no-deal le due Irlande finirebbero affamate E’ quanto sostiene il report del Food Research Collaboration prodotto pochi giorni fa: scarsità di alimentari, freschi in particolare, prezzi alle stelle, aziende in fallimento, in particolare nell'Irlanda del Nord

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Una Brexit senza accordo «è una minaccia per la sicurezza alimentare di tutto il Regno Unito ma il rischio più grande lo corre l’Irlanda del Nord. Una frontieradurametterebbe a rischio seriamente i flussi delle materie prime e dei prodotti, condurrebbe a un aumento dei prezzi e a rifornimenti ridotti da entrambi i lati del confine. Metterebbe in pericolo la sostenibilità finanziaria degli agricoltori e delle aziende alimentari e porterebbe a costi più elevati e a diete più povere per i consumatori, soprattutto per le famiglie meno abbienti», parola di Erik Millstone, professore emerito di scienze politiche dell’Università di Sussex, autore, insieme ad altri  accademici del rapporto del Food Research Collaboration di Londra dal titolo ‘Food, no-deal and the Irish border’. In nessun luogo gli effetti di unnon accordosi sentiranno sopratutto  nell’Irlanda del Nord, dove il cibo e l’agricoltura costituiscono un elemento importante nell’economia, le diete sono già più povere rispetto ad altre parti del Regno Unito e l’alto grado di integrazione transfrontaliera delle catene di approvvigionamento alimentare potrebbe provocare problemi gravissimi, si legge nel rapporto. 

Il rapporto sostiene che un ‘no-dealcauserebbe interruzioni nell’approvvigionamento alimentare in tutta Irlanda, a causa di nuovi controlli alle frontiere sui prodotti alimentari che entrano in Irlanda dal Regno Unito, con l’Irlanda legalmente tenuta a imporre controlli al confine. Non solo, uscire dall’Unione senza un accordo lascerebbe molte aziende del settore alimentare in Irlanda del Nord e nella Repubblica d’Irlanda a dover combattere con spese supplementari e pratiche burocratiche improbe, con un probabile impatto negativo sui consumatori e la salute dei cittadini, avvisano gli esperti di politica alimentare.
Secondo Rosalind Sharpe del Food Research Collaboration «a partire dall’accordo del Venerdì Santo (Good Friday Agreement), i settori agroalimentari da una parte e dall’altra del confine si sono pian piano integrati. Le aziende agricole e gli operatori dell’alimentare, dai grandi del settore alle micro imprese, dipendono dall’essere in grado di spedire facilmente le merci attraverso il confine. Un’uscita senza accordo toglierebbe loro la terra da sotto i piedi».

Gary McFarlane, Direttore del Chartered Institute of Environmental Health Northern Ireland, ha osservato che:«Si tratta di un problema serio sia per le aziende alimentari che per la pubblica amministrazione in Irlanda del Nord. Non ci sono risorse sufficienti, né personale qualificato per aiutare il numero considerevole di aziende che dovranno fornire la documentazione necessaria al commercio transfrontaliero. Senza risorse, le aziende rischiano di perdere clienti. E, in seguito, di mettere a repentaglio la propria redditività, con tutte le conseguenze che questo comporta».  Sharpe arriva a dire che «alcune potrebbero persino fallire nel giro di pochi giorni».

Per esempio, per un produttore di sandwich che produce, diciamo, cinque tipi diversi di panini che contengono prodotti di origine animale -come burro, formaggio, pesce o carne- e che li spedisce a venti punti vendita oltre il confine, significherebbe cento certificati al giorno. Questo perché gli alimenti che contengono ingredienti di origine animale dovranno essere accompagnati da un certificato sanitario per l’esportazione (Export Health Certificate), compilato dall’esportatore e autorizzato e controfirmato da un veterinario o da un funzionario di salute ambientale (Environmental Health Officer), che avrà bisogno, a sua volta, d’ispezionare la merce per verificarne la conformità. Né le piccole aziende, né le pubbliche amministrazioni, hanno al momento la capacità e le risorse per farvi fronte.  

Il rapporto lancia l’allarme anche sui rincari e l’approvvigionamento limitato che riguarderà soprattutto frutta e verdura, alimenti di cui dovremmo nutrirci in abbondanza. Tim Lang del Centre for Food Policy della City University of London ha detto che: «Troppa poca attenzione è stata consacrata all’impatto che un no-deal avrebbe avuto sui flussi alimentari in tutta l’isola d’Irlanda e assolutamente attenzione zero all’impatto che un no-deal avrebbe avuto sull’importazione di frutta e verdura in Irlanda del Nord. Sono d’importanza vitale. Un’interruzione dell’approvvigionamento è un rischio per la salute pubblica che deve essere evitato».

Il report raccomanda a Governo e Parlamento alcune misure in caso di no-deal, volte a salvaguardare la salute pubblica ed evitare le minacce alla sicurezza alimentare, quali ad esempio mettere a disposizione più fondi per i piani di emergenza in materia di cibo; rendere disponibile un fondo per le famiglie a basso reddito in difficoltà in Irlanda del Nord, in previsione dell’aumento del prezzo degli alimentari (soprattutto quelli freschi); raddoppiare gli sforzi a favore delle imprese alimentari, in particolare le piccole, medie e micro le imprese, perché si preparino alle complessità delle nuove norme e procedure di esportazione, e contribuire ai costi aggiuntivi; garantire agenti sanitari a sufficienza e adeguatamente formati, in grado di occuparsi delle nuove procedure in tempi stretti in modo da ridurre al minimo l’interruzione del sistema alimentare.

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