sabato, Ottobre 23

Brexit: chi è tagliato fuori dalla nebbia, l’Europa o la Gran Bretagna? In passato, gli inglesi non avrebbero trovato nulla di illogico a veder allontanarsi l’Europa se la nebbia avesse impedito la navigazione sulla Manica. Ma da una settimana è ancora così?

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Dal 1° gennaio il Regno Unito non è più soggetto alla legislazione europea, a conclusione di uno sciagurato percorso concretizzatosi con il referendum del 23 giugno 2016 e secondo le modalità previste dall’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, redatto ad hoc dal diplomatico scozzese John Kerr of Kinlochard e introdotto il 13 dicembre 2007 dal Trattato di Lisbona, guarda caso proprio su forte pressione del Regno Unito.

Dunque la Gran Bretagna è fuori dall’Europa?  Resta ancora qualche lacciuolo di buon vicinato con la ‘Perfida Albione’, ma si tratta di opportunità del tutto commerciali, quale l’esenzione all’economia britannica da dazi al mercato unico europeo e in cambio sua maestà applicherà condizioni di parità sui diritti dei lavoratori e sugli standard ambientali, ma congelati ai livelli attuali. Un vantaggio per la City, dopo la dissennata politica di Margaret Thatcher di distruggere l’area di più alta tecnologia del Paese da lei amministrato dal 1979 al 1990 in favore di un risparmio immediato che per altro non è stato nemmeno regolato: ovvero l’Inghilterra oggi non ha ingegneri di alto livello e li deve importare dall’estero. Francia, Italia. Sembra ridicolo, eh? Ma questo è un altro discorso che dovremmo ricordare ai nostri governanti, qualsiasi sia il colore con cui si dipingono o qualunque siano le ciarle con cui si riempiono la bocca di promesse di impedire le fughe di cervelli perchè nemmeno sanno minimamente come evitare l’emigrazione della fascia alta sfornata dalle nostre università!

Innegabile l’amarezza per questa decisione che avrebbe potuto essere evitata fino all’ultimo ma il 5 aprile 2017 l’Europarlamento, preso atto della volontà della consultazione, ha ineluttabilmente votato a larga maggioranza una risoluzione che definisce il perimetro entro cui comunque si è realizzato il negoziato d’uscita.

Se l’Europa avesse avuto alla sua guida statisti degni di tale nome e non apprendisti stregoni al soldo di politicanti senza cultura…

Proviamo a fare un piccolo salto a ritroso quando l’Europa era molto debole ma aveva leader di alto livello. Già negli anni Cinquanta Charles De Gaulle, Presidente della Quinta Repubblica francese, aveva chiaro il suo veto all’ingresso britannico nel Mercato Europeo. Nell’opporsi alle trattative con Londra, pur essendo grande amico di Winston Churchill, De Gaulle aveva acutamente individuato alcune caratteristiche di eccessiva vicinanza strategica agli Stati Uniti che a suo parere rendevano l’ingresso britannico impossibile. Lo statista francese aveva chiaro che se non fossero state superate limitazioni e riserve, una qualsiasi forzatura avrebbe imposto anche ad altri di minare i faticosi accordi raggiunti dal Trattato di Roma.

Ora, per la Gran Bretagna l’Unione Europea non è più un’ancora di salvataggio come lo fu in passato e l’asse con la Washington dell’ultim’ora è sembrato più esaustivo di impegni presi e concessioni ottenute con un’economia irrazionalmente chiusa; siamo convinti che se ne pagheranno presto le conseguenze. E il dolore sarà per tutti.

Cosa accadrà sul piano strategico? Quando si parla di relazioni internazionali si corre spesso il rischio che alcuni concetti rimangano astratti. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno ha parlato in sostanza di una visione costruttiva del futuro. Prendiamo spunto da questa impeccabile definizione per guardare un po’ quello che può accadere all’Arcipelago e quali conseguenze ci potranno essere per i nostri affari.

L’accordo firmato, di oltre mille pagine, è troppo complesso per non dover ricorrere al vaglio di una limatura più attenta e del resto è previsto che nel caso di insoddisfazione degli interessi di ciascuna delle parti è prevista una revisione quinquennale o un’abrogazione definitiva, chiudendo in questo modo tutte le clausole di cooperazione che sono state regolate.

Intanto sono attese facilitazioni dirette a snellire una burocrazia che permetterà al sistema produttivo britannico di continuare a competere nel Mercato Unico senza molti intoppi, sebbene su alcuni aspetti si applicheranno le regole meno favorevoli dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.  Ma sotto l’aspetto strettamente delle forniture militari, tra UE e UK c’è una condivisione critica di prodotti che merita la massima attenzione. Resta sicuramente inalterata –secondo quanto afferma recentemente Michele Nones in un’intervista- la collaborazione operativa che rientra nell’ambito della Nato e così pure l’Agenzia Europea per la Difesa, che si muove autonomamente rispetto alla burocrazia continentale.

La Brexit dunque non avrà impatti per la cooperazione in materia di armamenti perché la gestione di programmi congiunti tra Paesi partecipanti si muove su un piano governativo e su accordi a livello bilaterale ma molti rapporti subiranno significative modifiche di carattere industriale e in Italia le imprese dovranno vedersela con l’abolizione del principio di libera circolazione delle persone, di prodotti e di capitali. Ancor più complicata, secondo Nones, è la situazione qualora le forniture italiane a imprese britanniche fossero coinvolte nell’esportazione a Paesi terzi, poiché andrebbero assoggettare alla parte più rigida della nostra normativa in quanto la sovranità nazionale in materia di esportazione di prodotti bellici è ancora l’unica posizione di riferimento.

“Il problema –scrive l’illustre conoscitore di geopolitica- non è dunque né europeo né britannico. È tutto italiano e la soluzione dovrà essere italiana”. E, aggiungiamo noi, con la qualità delle teste pensanti che abbiamo alla Farnesina, l’impresa non è nemmeno titanica. Molto di più, a guardare come si è mosso fino ad ora il corpo diplomatico nazionale. Non ultimo il caso di Giulio Regeni, in cui si è lasciata sola una famiglia addolorata, in preda a squali che mirano ad acciaccare il sistema di esportazioni italiane e la sua cantieristica più alta. Così dobbiamo pensare che le speranze di un riposizionamento del sistema Italia al nuovo scenario politico sono del tutto abbandonate agli umori sconclusionati delle stelle vaganti.

Da ultimo ricordiamo che il 17 dicembre 2020 Nicola Ferguson Sturgeon, la 51enne Primo Ministro della Scozia, ha annunciato l’intenzione di una candidatura della sua regione nell’UE, forte del fatto che a metà dicembre 2020, il 52% dei sudditi scozzesi si è espresso a favore dell’indipendenza dal Regno Unito. Nelle prossime elezioni del maggio 2021 se il suo schieramento, lo Scottish National Party aumentasse i risultati da quasi il 10% al 55%, come prevedono i sondaggi, il governo di Londra sarebbe sotto forte pressione per accettare il referendum. Se lo rifiuta, il governo scozzese intende intraprendere un’azione legale. E allora vedremo quali saranno le reazioni del premier Boris Johnson, il cui padre Stanley, ex membro del Parlamento europeo per il Partito Conservatore ha appena annunciato che chiederà la cittadinanza francese per mantenere i suoi legami con l’Europa. Naturalmente c’è molta coreografia in queste dichiarazioni e le divergenze tra padre e figlio devono essere lontane da qualsiasi giudizio politico.

Fog in the Channel – Continent cut off’. Vero o falso che fu il titolo ormai famoso di qualche quotidiano anglosassone un giorno oscuro del passato, a quei tempi gli inglesi non avrebbero trovato nulla di illogico a veder allontanarsi l’Europa se la nebbia avesse impedito la navigazione sulla Manica. Ma da una settimana è ancora così?

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