sabato, Aprile 17

Brexit: ancora nessun accordo per l’Irlanda Il confine irlandese rappresenta uno dei punti negoziali cardini. Ne parliamo con Andrew Gilmore, deputy director dell'IIEA a Dublino

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Non solo questione monetaria. La Brexit potrebbe inciampare su un altro elemento fondamentale delle negoziazioni tra Londra e Ue. Il nodo sul confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, l’unico segmento di terra che unisce Europa e Regno Unito. Sebbene dopo il vertice bilaterale di ieri a Bruxelles, tra il Primo Ministro britannico Theresa May e il Presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, entrambi abbiano confermato l’intenzione di concludere l’accordo entro il prossimo 15 dicembre – data del prossimo consiglio europeo – di fatto non ci sono ancora state le condizioni pratiche per il raggiungimento completo della trattativa.

Alla base del mancato accordo bilaterale, le ragioni di Belfast di voler rimanere nel Regno Unito anche nel periodo post-Brexit senza il mantenimento dell’attuale confine. L’Irlanda del Nord vuole evitare il rischio di diventare una sorta di regione a statuto speciale all’interno dei confini britannici, e rispondere alla giurisdizione europea anche se parte integrante del Regno Unito. «Non appoggeremo alcun accordo che crei ostacoli agli scambi tra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito o qualsiasi indicazione che l’Irlanda del Nord, a differenza del resto del Regno Unito, debba rispettare le normative europee» ha più volte ribadito il leader del Dup (Partito Democratico Unionista), Arlene Foster.

Theresa May, da parte sua, aveva appunto proposto la concessione di uno statuto speciale alla regione del Nord, in modo da non ricreare un confine netto tra le due aree. Idea, questa, che aveva trovato d’accordo la stessa commissione europea, interessata al mantenimento della stabilità nella regione irlandese. Tuttavia, il partito unionista garantisce al governo May i numeri necessari per la maggioranza in Parlamento, e una decisione in loro sfavore avrebbe potuto minare la già precaria stabilità dell’attuale maggioranza. La direzione del governo, sembra essere quella del mantenimento parziale dell’attuale confine, con servizi di monitoraggio e pre registrazione per alcuni servizi e merci.

La questione del confine irlandese ha assunto una rilevanza centrale non solo per temi legati alla politica, ma soprattutto per le problematiche sociali che ne conseguono. L’attuale frontiera ‘invisibile’ infatti, garantisce l’assoluta libertà di movimento di cittadini e beni da una regione all’altra. Un eventuale ritorno ad una frontiera netta, riporterebbe la regione ai controlli doganali e minerebbe l’interdipendenza tra le due regioni, caratteristica principale dell’area. Le medio-piccole aziende locali, per la maggior parte agricole, non potrebbero più trasportare beni di prima necessità, creando un disagio socio-economico destabilizzante. Un terzo del latte, per esempio, prodotto in Irlanda del Nord viene trattato nella Repubblica d’Irlanda per formaggi e latticini,e circa il 40% del pollame allevato nel sud viene lavorato in Irlanda del Nord e trasportato nei confini britannici.

E così avviene anche per le cure mediche. I pazienti irlandesi si possono recare in Irlanda del Nord per la radioterapia ad esempio, mentre e i bambini di Belfast vengono accolti a Dublino per sottoporsi a operazioni chirurgiche. Queste possibilità sono state messe in discussione, ma non si sa ancora in che modo verranno risolte.

Di tutto questo, delle questioni politiche e delle possibili conseguenze in caso di un ‘no deal’ tra Londra e Bruxelles, ne abbiamo parlato con Andrew Gilmore, deputy director dell’Institute of International and European Affairs (IIEA) a Dublino.

 

Le negoziazioni tra Regno Unito ed Unione europea sono state molto vicine ad un possibile accordo su due delle questioni negoziali fondamentali: diritti dei cittadini Ue e il prezzo d’uscita dall’Unione Europea. Durante il meeting di ieri a Bruxelles, un altro punto centrale, quello riguardo la frontiera irlandese, stava per essere portato a termine. Che cos’è mancato alle due parti?

Gli sviluppi di ieri hanno creato una battuta d’arresto, ma è anche importante dire che ci sono molte ragioni per essere ottimisti. E’ infatti significativo che il Regno Unito sia riuscito ad offrire un accordo riguardo ‘l’allineamento normativo’ tra le due regioni, con la speranza che le nuove formulazioni soddisfino le richieste del Dup. Comunque, dal punto di vista delle negoziazioni, sono stati fatti degli importanti progressi. Il mantenimento della ‘Common Travel Area’ – area di viaggio comune – tra il Regno Unito e l’Irlanda è stata concordata sin dal principio e le due parti sono vicine nelle trattative per i diritti dei cittadini e per il prezzo d’uscita dall’Unione.

Essendo le posizioni delle due parti molto vicine, è sembrato che Theresa May sia stata politicamente forzata a non firmare l’accordo. Crede sia andata così?

Il più grave errore nel governare, è quello di ‘essere sorpresi’. Era chiaro a tutti che il Dup non avrebbe accettato nessun tipo di accordo che comprendesse una sorta di divisione tra il Nord e il Regno Unito. La stessa Arlene Foster l’ha detto in più occasioni. Quello che non è chiaro, è come abbia fatto Theresa May ad arrivare al tavolo delle trattative con una proposta che non aveva il benestare degli Unionisti.

Si può considerare una sorta di minaccia politica?

Non la classificherei così, ma come una presa di posizione in difesa dell’Irlanda del Nord e dei loro interessi; e cioè rimanere nel Regno Unito. La maggioranza governativa del partito si sta sgretolando e, da parte loro, non possono permettere un accordo che rinforzi sia l’idea di una separazione con il resto del Regno, sia una convergenza con la Repubblica a sud.

Qual’è l’obiettivo comune di Ue e Regno Unito?

La posizione dell’Europa è chiara e logicamente consistente. Infatti, spera che alla fine si trovi un accordo che non crei un eccessivo danno economico e politico. Mentre dall’altra parte, il più grande problema è il fatto che non c’è uno scopo comune nel Regno Unito per quanto riguarda la Brexit. Il partito conservatore fa fatica a trovare una linea comune sulla questione; mentre i laburisti si trovano in una forbice interna dove da una parte c’è chi è contro la Brexit, dall’altra ci sono alcune comunità della tradizionale classe operaia che hanno un sentimento fortemente pro-Leave. A questo, si aggiungono le ambigue posizioni del segretario Jeremy Corbyn sulla questione.

E, a questo punto, qual’è lo scopo del Dup?

Vogliono proteggere la posizione di Belfast nel Regno Unito. Quindi, vogliono un accordo che vada in questa direzione. Se bisogna trovare un compromesso, il trucco sarà quello di trovare il linguaggio adatto per soddisfare gli Unionisti ed evitare il rischio di un confine netto nel post-brexit. Qui, le parole chiave sono creatività e flessibilità.

Dal 1998, grazie al ‘Good Friday Agreement’ – il cosiddetto accordo del ‘Venerdì Santo – non ci sono state più violenze o scontri, dopo circa trent’anni di guerra civile. Che scenario dovremmo aspettarci in caso di un mancato accordo?

Allo stato delle cose, le questioni economiche sono quelle più pericolose che si troverà ad affrontare l’Irlanda del Nord, lo sviluppo economico della regione va a rilento. Dopo che è stato firmato l’accordo del ‘Good Friday’, ci si aspettava che grazie alla pace la regione potesse avere degli importanti benefit economici. Ma il processo è stato, ed è, ancora lento e la regione non ha rispettato le aspettative per la crescita nel settore delle privatizzazioni. Il rischio è quello di complicare ulteriormente la situazione e lasciare il mercato unico, in questo caso, può solo che danneggiare. Dal punto di vista politico, il panorama è ancora più complesso. La regione è molto polarizzata, e non solo per la Brexit. Sinn Fèin (Partito Indipendentista Irlandese) e il Dup, i due partiti maggiori, sono ancora bloccati nelle discussioni per ripristinare la divisione dei poteri nel Nord Irlanda, e questo complica le cose soprattutto quando è richiesta una leadership forte. Inoltre, così facendo, non fanno altro che sottolineare la fragilità della regione. Ma è importante evitare protagonismi per proteggere il processo di pace. Nessuno vuole rivedere un ritorno della violenza, e tutte le parti in campo si sono dedicate al mantenimento della pace e della reciproca riconciliazione. É chiaro quindi, che questi processi già avviati siano la priorità di Ue e Londra, e rimarranno una priorità per le relazioni tra Irlanda e Regno Unito anche nel futuro. É però triste notare che ambo le parti perderanno un importante elemento in comune quando alla fine Londra non farà più parte dell’Europa

Quindi, per il mantenimento della stabilità nella regione, il precedente accordo di pace verrà sostituito con un trattato simile o con accordo alternativo?

Partiamo dal fatto che conservare il ‘Good Friday’ è una priorità per tutti, indipendentemente dalla Brexit. É l’elemento fondante per la pace nella regione, e non si può pensare ad una divisione di esso. Questo accordo è stato raggiunto con il sangue, e negoziato molto duramente, e nessuno cederà in questo senso. La Brexit però è stato un colpo che sicuramente non aiuterà, e un ‘no deal’ sarebbe molto pericoloso. Io credo comunque che l’accordo sopravviverà finchè prevarrà il senso politico.

Senza un accordo sull’Irlanda, è possibile che possano saltare anche tutti gli altri accordi?

La posizione dell’Europa è molto chiara: niente è concordato, finchè tutto non viene concordato. E il Regno Unito è stato d’accordo su questo e  sul calendario delle fasi di negoziazioni sin dalla prima fase. Credo, comunque, che avverrà compromesso che ci permetterà di andare avanti. É importante ricordare anche, che la questione del confine irlandese non può essere risolta fino a quando gli accordi doganali tra Regno Unito e Ue non verranno firmati. Non abbiamo bisogno di una soluzione definitiva entro Natale e mi sento ottimista nel dire che alla fine verrà trovato un compromesso.

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