mercoledì, Ottobre 27

Brexit? alla fine gli inglesi diranno no I big schierati a fianco di Bruxelles

0

Lo storico ed economista dell’università di Yale, Francis Fukuyama, osò parlare, nel 1992, di ‘fine della storia‘. Il Muro di Berlino era caduto da poco e il mondo usciva dalla contrapposizione in blocchi. La profezia si è avverata. Le ideologie si sono dissolte e oggi, viviamo nel disordine. Dal 2001, il terrorismo di matrice islamica ha condizionato la politica estera americana e ora rischia di minare anche le fondamenta dell’Unione Europea.

Se diamo un colpo d’occhio, molte cose sono cambiate da allora.
L’indipendenza energetica conquistata dagli Stati Uniti in questi ultimi anni, con lo shale gas e lo shale oil, ha modificato gli interessi dell’Amministrazione Usa in tutto il Medio Oriente. Il cartello dei produttori di petrolio, in risposta, ha mantenuto invariata la produzione per estromettere gli Stati Uniti dal mercato. Il risultato è che oggi il prezzo del petrolio è crollato, e con esso, tutto il suo vasto indotto. La Cina, un Paese che cresce al ritmo del 6-7% all’anno, sta convertendo la sua economia dall’industria ai servizi e grazie all’aumento dei salari, sta aumentando anche le sue importazioni. Ma un suo starnuto, è in grado di mettere in subbuglio l’intera economia mondiale. Così, ultimamente, la sua bolla finanziaria, ha diffuso il panico nei mercati internazionali e il calo della sua domanda ha compromesso anche le esportazioni di Europa e Stati Uniti.

In questo mondo senza più certezze, l’Unione Europea è nel centro del ciclone. La guerra civile siriana sta spingendo enormi ondate di profughi verso i suoi confini e la sua economia, guidata dalla Germania, stenta a decollare, a causa della congiuntura economica sfavorevole e della debolezza politica delle istituzioni europee. Tutte queste variabili, aumentano i nazionalismi e la xenofobia. I partiti populisti europei avanzano nei consensi e il secessiomismo si espande a macchia d’olio.

In questo quadro a tinte fosche, anche il Regno Unito, con il referendum sulla Brexit, fa la sua parte.
Quinta economia del mondo, l’Inghilterra, anche per via del suo passato splendore imperiale, si è sempre considerata superiore a quel continente aldilà della Manica. Secondo le parole scritte in un recente articolo sullo ‘Spectator‘, dal suo attuale lord Cancelliere, Michael Gove, sulle ragioni del no all’Europa; il Regno Unito, che ha consegnato al mondo la democrazia, il primo Parlamento libero, la ‘Magna Charta‘, il ‘Bill of Rights‘ e il ‘Trial by Jury‘, non ha nessuna intenzione di sottomettersi alle decisioni giuridiche e fiscali dell’Unione Europea.
Nello stesso pezzo, egli elenca le défaillances dell’Unione Europea: il problema immigratorio irrisolto, l’eccesiva giurisdizione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, l’eccessiva regolamentazione agro-sanitaria. I timori che esprime, è che delle istituzioni non elette dal popolo inglese, abbiano facoltà di regolamentare ogni aspetto della vita dei suoi concittadini, oltre alle tasse, all’Iva e ai movimenti di capitale di cui vive la City londinese. Oltre a ciò, gli inglesi temono per il loro sistema di welfare, non elargibile a tutti quelli (e sono molti), che vorrebbero venire a vivere e a lavorare in Inghilterra.

Per questo, il premier inglese, David Cameron, ha voluto assicurarsi un’appartenenza a ‘statuto speciale’ del Regno Unito nell’Unione Europea. Ad appoggiarlo, la stragrande maggioranza degli ambienti finanziari della City e le aziende inglesi, che proprio ieri, hanno scritto una lettera aperta al ‘Times, sulle ragioni del no alla brexit. Lo stesso ‘Financial Times‘, si è espressamente sbilanciato contro la Brexit, ad opera del suo storico capo redattore esteri, Gideon Rachman.

L’ultimo segnale lo hanno dato i mercati. I timori, hanno fatto scendere la sterlina al suo minimo storico contro il dollaro.

Insomma, nei prossimi mesi, non mancheranno dibattiti e palpitazioni di cuore. Ma tutto fa pensare che, alla fine, gli inglesi voteranno per rimanere in Europa, un nano politico e un gigante economico da 500 milioni di consumatori.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->