martedì, Settembre 28

Breve storia dei referendum sulla secessione La secessione non è nuova in Europa. Ecco un certo numero di casi in cui le regioni hanno condotto con successo le proprie richieste d’indipendenza

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La Scozia non ha ancora rinunciato all’idea di tenere, nei prossimi anni, un altro referendum sull’indipendenza. Anche se Londra si oppone, è da rilevare che il dibattito sulla secessione scozzese non riguarda se un voto su tale questione sia morale oppure se sia legale. Piuttosto, la questione è se tale voto sia prudente o quanto meno in questo momento.

Tutto ciò è abbastanza diverso da quanto avviene nella politica americana, dove qualsiasi ipotesi di indipendenza per qualsiasi area degli Stati Uniti -un Paese che non è nemmeno vecchio come l’unione tra Inghilterra e Scozia, la quale dura da trecento anni- è ovviamente considerato illegale ed estraneo a una seria discussione politica.

Inoltre, benché gli Stati Uniti godano di una reputazione (piuttosto ingiustificata) a favore dell’autonomia locale, è possibile trovare molti casi in cui i sistemi politici europei si sono mostrati meglio disposti a scendere a compromessi sulle rivendicazioni locali di autonomia e indipendenza rispetto a quanto non avvenga negli Stati Uniti.

Anche se i processi secessionisti, totalmente o parzialmente riusciti, non sono eventi frequenti in Europa, possiamo comunque trovare un certo numero di casi in cui le regioni hanno condotto con successo le proprie richieste d’indipendenza, almeno fino al punto in cui si è tenuto un referendum. E in alcuni di questi casi, l’indipendenza ha ottenuto l’approvazione degli elettori ed è stata promulgata.

Prendiamo in esame alcuni di questi episodi per saperne di più.

Autonomia locale e plebisciti come componente del liberalismo classico

Nel suo libro del 1919, ‘Nation, State, and Economy‘, Ludwig von Mises giunge alla conclusione chel’indipendenza locale è un tratto essenziale di una politica liberale (nel senso di ‘liberale classica’ o ‘libertaria’). Egli scrive: «Quando una parte del popolo dello Stato vuole uscire dall’unione, il liberalismo non le impedisce di farlo. Le colonie che vogliono diventare indipendenti devono poterlo fare…. nessun popolo e nessuna parte di un popolo deve essere mantenuta contro la propria volontà in un’associazione politica che non vuole».

Nel suo libro del 1927, ‘Liberalism: In the Classical Tradition‘, Mises incoraggia, inoltre, il ricorso ai plebisciti per realizzare questo obiettivo. Egli scrive: «Ogni volta che gli abitanti di un particolare territorio, sia esso un singolo villaggio, un intero distretto o una serie di distretti adiacenti, fanno sapere, con un plebiscito liberamente condotto, che non vogliono più rimanere uniti allo Stato a cui appartengono in quel momento, ma desiderano o formare uno Stato indipendente o unirsi a qualche altro Stato, la loro volontà deve essere rispettata e soddisfatta».

Ad alcuni Lettori, quella di Mises potrebbe sembrare una posizione molto radicale. Ma, scrivendo tra la fine degli anni Dieci e gli anni Venti del secolo scorso, Mises stava lavorando a partire da quella che stava diventando una strategia consolidata, anche se poco utilizzata, per mantenere o aumentare l’autonomia locale all’interno degli Stati europei.

I plebisciti per l’indipendenza europea: un rapido excursus storico

Forse il primo utilizzo dei plebisciti per ottenere il sostegno locale a favore dei movimenti secessionisti si è verificato alla fine del XVIII secolo, durante la Rivoluzione francese. Nel tentativo di allargare lo Stato francese, i plebisciti furono usati nelle enclave dello Stato Pontificio di Avignone e del Contado Venassino nel 1791, in Savoia nel 1792, e nei comuni belgi, a Nizza e nella valle del Reno nel 1793. (1)

In nessuno di questi casi era contemplata la possibilità di una piena indipendenza, e questi plebisciti davano agli elettori solo una scelta tra lo status quo e l’adesione alla Repubblica francese. Ciononostante, il sentimento pro-francese era alto in molte di queste aree e gli elettori effettivamente in vari casi scelsero di secedere dalle realtà in cui si trovavano (cioè, gli Stati Papali, il Belgio, la Sardegna) e unirsi allo Stato francese.

Dal XIX secolo, i plebisciti saranno sempre più utilizzati come parte del processo politico volto a cambiare il regime che controllava determinati distretti e regioni: «I plebisciti si tennero nel trasferimento del controllo di Roma dallo Stato Pontificio all’Italia nel 1870, nella vendita da parte della Danimarca di San Tommaso e San Giovanni agli Stati Uniti nel 1868, e nella cessione di San Bartolomeo alla Francia da parte della Svezia nel 1877». (2)

Le isole Ionie furono trasferite alla Grecia dalla Gran Bretagna dopo che il trasferimento fu approvato dagli elettori grazie a un plebiscito del 1863.

I plebisciti vennero anche usati -a partire dalle conseguenze del Trattato di Praga del 1866- nel tentativo di risolvere la cosiddetta questione dello Schleswig sulle terre di confine tra la Danimarca e la Confederazione Tedesca.

La secessione nel ventesimo secolo

All’inizio del ventesimo secolo, l’idea di tenere elezioni locali per risolvere le dispute di confine o l’inclusione di una regione all’interno di un certo Stato era tutt’altro che nuova.

In un plebiscito del 1905, quasi il 100% degli elettori norvegesi approvò lo scioglimento dell’unione tra Norvegia e Svezia. La Norvegia divenne uno Stato completamente indipendente tre mesi dopo.

In un plebiscito del 1918, gli elettori islandesi approvarono l’indipendenza del Paese entro un’unione personale con la Danimarca sotto il re danese. (Il re sarebbe rimasto il capo dello Stato; l’Islanda divenne una repubblica dopo un altro plebiscito nel 1944).

Nel 1919, la regione austriaca del Vorarlberg tenne un plebiscito per determinare se la regione dovesse secedere dall’Austria e unirsi alla Svizzera come nuovo cantone. L’81% dei votanti del Vorarlberg approvò la proposta, ma l’operazione fallì a causa dell’opposizione dei governi svizzero e austriaco, tra gli altri.

Un plebiscito fu tenuto in Carinzia nell’ottobre 1920 per risolvere una disputa di confine in corso tra la Jugoslavia e la nuova repubblica austriaca. Il 59% votò per annettere la Carinzia all’Austria. Nonostante l’opposizione delle forze jugoslave, la regione alla fine divenne austriaca.

Dopo la Prima guerra mondiale, diversi plebisciti furono tenuti per implementare il Trattato di Versailles. Questi plebisciti, a differenza dei plebisciti locali (per esempio nel Vorarlberg e in Islanda), furono condotti sotto la pressione significativa di grandi potenze esterne, vale a dire le potenze vittoriose dell’Intesa. Dove i plebisciti furono effettivamente tenuti in territorio tedesco -come nella Prussia orientale – i risultati favorirono i tedeschi, ma le potenze dell’Intesa trasferirono semplicemente alcune aree della Germania alla Polonia e alla Cecoslovacchia. (Il Terzo Reich avrebbe poi impiegato plebisciti in Austria e nei Sudeti per punire quei trasferimenti territoriali).

Nel 1946 si tenne un plebiscito per determinare se le isole Faroe dovessero secedere dalla Danimarca. È fallito per pochissimo. Nel 1955 gli elettori della Saar, un protettorato francese, votarono per unirsi alla Germania. Nel 1964 gli elettori maltesi approvarono l’indipendenza dal Regno Unito utilizzando un plebiscito. Nel 1990 la Slovenia dichiarò l’indipendenza dalla Jugoslavia con un plebiscito. La nuova repubblica slovena ottenne infine l’indipendenza dopo la quasi incruenta guerra dei dieci giorni. Sulla scia del crollo dell’Unione Sovietica, sono stati tenuti plebisciti in diverse repubbliche sovietiche, tra cui l’Ucraina e gli stati baltici. (Fuori dall’Europa, naturalmente, molti altri plebisciti di secessione si tennero nel corso del ventesimo secolo come parte del processo di decolonizzazione in Africa e Asia).

Plebisciti in prospettiva

Come possiamo vedere da questi esempi, la posizione di Mises a favore dei plebisciti al fine di attuare piani di autodeterminazione attraverso la secessione non era particolarmente radicale nel contesto della fine degli anni Venti. Dopo tutto, all’inizio del ventesimo secolo essi erano diventati uno strumento per risolvere le dispute di confine e come mezzo per consentire veti locali su accordi internazionali che implicavano tentativi di cambiare lo Stato che controllava certe regioni. In molti casi, i plebisciti non offrivano l’opzione dell’indipendenza totale, ma fornivano un’opzione per annettere la regione in questione a un diverso Stato sovrano. Ma in alcuni casi, i plebisciti furono usati per stabilire la creazione di nuovi Stati sovrani come la Slovenia, l’Estonia, l’Islanda e la Norvegia. In molti casi, i risultati dei plebisciti non furono rispettati o ebbero vita breve anche quando furono attuati. Per esempio, le isole Ionie passarono di mano più di una volta dopo il voto del 1863.

Ma in tutti i casi, i plebisciti sono stati impiegati per determinare una questione di secessione, che l’obiettivo finale fosse o meno la piena indipendenza. In questo, hanno funzionato relativamente bene. In molti casi, questi plebisciti hanno aiutato a risolvere pacificamente le dispute e a mandare un messaggio ai regimi centrali sull’opportunità di concedere l’indipendenza a regioni separatiste che votano in modo schiacciante per l’indipendenza.

In ragione di tutto questo, sarebbe strano considerare un voto sull’indipendenza in Scoziao altrovecome una sorta di strategia politica stravagante o radicale.

[Il testo di Ryan McMaken è apparso originariamente sul sito del Mises Institute, mises.org, ed è stato curato nella versione italiana da Nuova Costituente]

NOTE

1. Per un’ampia descrizione dei plebisciti del diciannovesimo secolo, vedi Sarah Wambaugh, A Monograph on Plebiscites: With a Collection of Official Documents (New York: Carnegie Endowment for International Peace, 1920).

2. Michael Hechter e Elizabeth Borland, “Autodeterminazione nazionale: The Emergence of an International Norm”, in Social Norms, ed. Michael Hechter e Karl-Dieter Opp (New York: Russell Sage Foundation, 2001), p. 193.

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