sabato, Settembre 18

Breve, medio e lungo periodo. field_506ffb1d3dbe2

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Notizia dell’altro ieri: il 2013 è stato l’anno più inquinato degli ultimi trenta, col nuovo record di presenza di CO2 e altri gas-serra nell’atmosfera e con un’acidificazione degli oceani senza precedenti.

“Le leggi della fisica non sono negoziabili, il tempo sta scadendo”, ha detto Michel Jarraud – segretario generale della World Meteorological Organization. Rischiamo 180.000.000 di profughi ambientali, tanto per cominciare”, dicono alcuni esperti.

Notizia di ieri: ventuno organizzazioni di tutto il mondo, in rappresentanza di 200.000.000 di persone, hanno sottoscritto un decalogo perché il sistema non arrivi al punto di non-ritorno (ormai vicinissimo) – dal contenimento delle emissioni serra alla rinuncia all’estrazione di nuovo carburante fossile, dalla ricerca e promozione delle fonti energetiche rinnovabili alla territorializzazione di produzioni e consumi, dall’opzione rifiuti-zero all’occupazione di massa nei settori del riassetto ambientale. E la morale semplice semplice è che questo modello industriale non è più sostenibile.

Ma sul serio.

Ora, però – questo modello industriale non è una variabile a sé stante, tra le altre, della vita attuale di sette miliardi di umani (e della vita di milioni e milioni di altre specie viventi sulla Terra), bensì è strettamente connesso ad ogni altra variabile sistemica: è ciò che parecchio dà forma a (e un poco riceve forma da) il modello socioeconomico, quello politico, quello culturale, e alla fine lo stesso modello antropologico dell’esistenza delle donne e degli uomini presenti sul pianeta.

Quindi: se quello industriale non è più sostenibile e va cambiato – e di corsa -, è inevitabile che tra gli umani si diffonda la consapevolezza che vanno cambiati anche tutti gli altri modelli. Dovremo al più presto sì produrre e consumare in modo diverso (ciò di cui parla il decalogo citato), ma altrettanto dovremo convivere in modo diverso, pensarci in modo diverso, essere in modo diverso. Radicalmente.

Sennò è perfino inutile fare esami sulla qualità dell’aria, e scriverci su articoli di giornale.

Questo dunque è necessario. Ma – sarà possibile?

Con l’attuale divisione del lavoro del macrosistema globale (cioè: con la rigida ripartizione dei ruoli tra chi possiede e quindi decide, e chi non possiede e quindi esegue), direi di no. La cecità assoluta dei grandi decisori mondiali e locali riguardo a cose tutto sommato circoscritte come l’enorme crisi economica in corso, direi che conferma purtroppo il mio pessimismo.

E ai grandi decisori non basteranno certo gli studi degli scienziati o gli appelli delle organizzazioni, e nemmeno alcune manifestazioni popolari, per cambiare l’idea che hanno del modello industriale socioeconomico politico culturale antropologico. Primo, perché in questo modello loro sono i vincenti (a scapito nostro), secondo perché quei decisori crescono fin da piccoli (li selezionano apposta, e scartano gli altri) con l’assoluta priorità interiore di preservarlo senza porsi il problema della sua valenza etica o olistica, e terzo perché ormai la complessità del sistema è tale che seppure ci fosse qualche decisore che apre gli occhi e vuole cambiar rotta, i diktat veri e propri li dànno gli elaboratori elettronici. E il resto lo fa il puro caso.

In effetti è come se fossimo in quel film di fanta-futuro in cui tutti gli umani campano stipati in un treno lunghissimo alla cui testa c’è il locomotore, col gruppetto dei potenti che vive blindato là dal resto sterminato degli schiavi e il treno corre a folle velocità non si sa dove.

Se fossimo certinoi schiaviche ci schianteremo, dopo aver provato invano a far ragionare chi guida, non dovremmo forse (perso per perso) provare a sfondare tutte le barriere da qui al locomotore, e impadronircene?

Be’, la notizia – dell’altro ieri e di ieri – è che ci schianteremo.

Ma chi sta in testa al treno vuol morire? (Noi di regola attribuiamo i nostri stessi sentimenti a – quasi – tutti gli altri umani come noi, e quindi pensiamo che chi guida la storia presente voglia, come noi, preservare la vita propria e di chi ama. Il che un po’ ci rassicura. Mah…)

Io non lo so. Al limite, non è un mio problema. Io ho il problema che non voglio morire io (se non sulla barricata della rivoluzione), né veder morire chi amo – e devo agire di conseguenza.

Dovremmo tutti – io credo.

Insomma, il mondo è in subbuglio. Forse fatalmente forse no.

Chi comanda fa le proprie mosse in base ai propri interessi e alla visione che ha di sé e del mondo.

Ma noi? Che mosse stiamo facendo – noi?

Oggi è l’11 settembre. L’anniversario di un’altra di quelle loro mosse – quelle di chi sta in testa al treno. Anzi, l’anniversario è come sempre doppio: 1973 e 2001.

Questo lo scrisse Giovanni, un tipo che l’11 settembre 2001 stava a Manhattan, che ha visto tutto e ci ha pensato un po’ su.
Tornò a casa, a Roma, e dopo qualche giorno mise sul suo blog ‘Acheropita’ una riflessione abbozzata:

“Poniamo che si sapesse, in qualche segreta stanza, che il nostro modello di sviluppo, quello euroamericano del dopo Guerra Fredda, aveva i giorni contati. Che il petrolio sta lì lì per finire, metti, o l’acqua potabile, o che i rifiuti stanno per sommergerci o le scorie radioattive per brillare. In tal caso, a lasciar correre, il mondo industrializzato collasserebbe a breve, e la convivenza umana, nella drammatica inadeguatezza di modelli sostitutivi abbastanza raffinati, morto il sogno antagonista bolscevico, tornerebbe indietro di mille anni. Tipo la caduta di Roma antica, di cui infatti si dice sia la cronologia tenuta in maggior conto dall’amministrazione attuale degli Stati Uniti.

Allora, se così fosse, qualcuno, forse addirittura nell’Europa dalla canuta chioma e dagli occhi grandi, potrebbe aver stabilito che un tentativo vada fatto, adesso. Una manovra diversiva, una perdita ossia un accumulo di altro tempo in attesa di soluzioni migliori e più stabili… Una specie di elettroshock, insomma: una lunga guerra diffusa, per esempio, per schiacciare da una parte e consolare dall’altra, riprendere il controllo, mescolare le carte, produrre e vendere, ovviamente, cooptare i barbari alle frontiere o allontanarli di nuovo e “prendo io questi faccia di più chi sa”, e meglio cattivi per qualche decennio con poche decine di milioni piuttosto che tutti e sei miliardi e mezzo quanti siamo regrediti per secoli, tanto il lavoro sporco si trova chi lo fa e gli piace pure, e vai con l’attentato spettacolare che accende la miccia e poi: bombarda, persuadi e seleziona.

La vita sul pianeta avrà avuto migliaia di queste false partenze, tranquilli, basta non retrocedere troppo e il buono presto o tardi viene a galla. Costi quel che costi: gli strateghi di razza lo sanno.”

Questo invece l’ho detto io, lì a Ground Zero, quando ci sono andato nell’agosto del 2010:

A voi pensarci ancora una volta sopra, oggi e domani e dopodomani – sopra, e intorno. E dietro.

Alla fine, credo valga ora più che mai una specie di epigrafe che misi in rete all’inizio del 2012, come sottotitolo alla mia (ennesima) proposta di programma politico strutturato per il cambio radicale di marcia nel modello socioeconomico vigente – la ‘Riconversione’ -, proposta infeconda per l’ennesima volta:

“Le ristrettissime élite globali? Nel breve vi scaricano la crisi, sul medio allestiscono il fascismo. E per il lungoci sono le astronavi.”

 

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