giovedì, Maggio 13

Brasile, verso il 2018 Rieletta la Rousseff, il Pt però pensa già al candidato per le nuove presidenziali. Lula nicchia e...

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Rousseff Brasile 2018

Anche se la cupola del Partito dei Lavoratori difende il nome del leader storico Luiz Inacio Lula da Silva per il 2018, persone molto vicine all’ex Presidente del Brasile sostengono che Lula preferisca un quadro politico nuovo all’interno del Planalto. In sostanza il militante numero 1 del Pt, così lo ha definito Dilma Roussef dopo la rielezione, si aspetta nomi nuovi, candidature fresche anche perché, come lui stesso ha affermato pubblicamente, il suo lavoro è le sue condizioni di salute non gli permettono uno slancio ulteriore.

Per il momento il partito non possiede un nome “naturale” ritenuto in grado di occupare il posto di Dilma e il nome di Lula lo si sventola anche un po’ per prendere tempo ed evitare lotte interne. Il Pt sta pensando di investire in un Ministro, proprio come l’ex Presidente aveva fatto con la Roussef, cui fu affidato il ministero della Casa Civile e, ancora prima, dell’Energia. Naturalmente, come ci tengono a sottolineare i petisti, questo quadro dipenderà molto dal modo in cui Dilma concluderà il suo secondo mandato alla Presidenza, se con l’appoggio o meno del popolo brasiliano.

Al momento circolano i nomi del Ministro Aloizio Mercadante (Casa Civile) e del governatore di Bahia, Jaques Wagner, che è dato come certo in uno dei ministeri di Dilma a partire dal prossimo anno. I petisti affermano anche che se il prefetto di San Paolo, Fernando Haddad, dovesse gestire al meglio la città al punto di farsi apprezzare dalla popolazione, anche lui potrebbe rappresentare un’alternativa valida per il Pt. In ogni caso, l’ultima parola spetta sempre e comunque a Lula. E’ stato lui a decidere per la candidatura di Dilma Roussef alla Presidenza della Repubblica nel 2010 , per quella di Haddad alla Prefettura di San Paolo e quest’anno per la candidatura di Alexandre Padilha al governo di San Paolo. «Sarebbe opportuno che Lula tornasse. E’ lui la garanzia del nostro progetto» afferma il Presidente del Pt, Rui Falcao.

L’ex Presidente è senza dubbio colui che condiziona e influenza maggiormente la cupola del partito quanto la militanza stessa ed è ritenuto il cammino più sicuro per mantenere il partito al potere. Ma non tutti sono dello stesso parere: alcuni nel partito sono convinti che se dopo 12 anni al governo è stato difficile rieleggere Dilma, da ora ai prossimi 4 anni la sfida sarà ancora più dura. In alcuni colloqui riservati l’ex Presidente ha reso dichiarazioni contraddittorie. Secondo alcuni membri del Pt, Lula adesso dice di non volere essere “Schumacher” ovvero non ha intenzione di trasformare la luce buona con cui ha lasciato il governo in una cattiva, accettando un terzo mandato potenzialmente peggiore dei precedenti. «Se dovessi averne abbastanza – avrebbe detto l’ex presidente riferendosi all’opposizione agli attacchi mediatici – parteciperò alla disputa».

Ma i dubbi di Lula sono tanti, garantiscono persone a lui molto vicine. Forse troppi. E dipendono anche dalle sue non perfette condizioni fisiche. L’ex Presidente ha avuto un cancro alla laringe nel 2012. Durante questa ultima campagna politica ha lamentato problemi alla voce e non ha mostrato il vigore fisico di sempre. Nel 2018 Lula avrà 73 anni. C’è chi dice che i suoi familiari siano contrari alla sua candidatura. «Vi siete resi conto che sento il bisogno di bere acqua molto spesso» disse l’ex Presidente durante un comizio a Brasilia alla fine di settembre.

Dall’altra parte ci sono gli “entusiasti del ritorno” che minimizzano dubbi e preoccupazioni relativi alla sua eventuale candidatura. Oggi l’unica cosa certa è che grazie a lui il PT regge. E governa. Anche se con una maggioranza risicata. «Rieletta, il Presidente Dilma Roussef ha ricevuto un messaggio dalle urne: bisogna cambiare». La pensa così il politologo Ilimar Franco. «Dovrà consolidare la sua vittoria promuovendo dialogo con i settori produttivi e con il Congresso. Nel 2010 ha vinto le elezioni con 12 punti di vantaggio. Oggi con 3. Oggi Dilma deve conversare con le banche, l’industria, l’agricoltura e la costruzione civile».

Il Paese è diviso. Il Nord-est a Dilma, il Sud ad Aecio. In sostanza ha votato per Dilma quella parte di Paese che ha ottenuto diversi sostegni economici dal governo, mentre la parte più produttiva del Paese ha scelto Aecio. La classe media è cresciuta. Quelli che stavano in piazza l’anno scorso e quest’anno sono proprio i giovani della classe media, coloro che oggi raccolgono firme per l’impeachment di Dilma. E sono tanti, molto più che negli anni passati. Il sud produttivo si è ampliato. Di questo Dilma deve tener conto. Non solo. Adesso il Presidente dovrà pensare anche ad unificare la base del Pt, i conflitti interni ci sono da tempo. Il Presidente deve riunire la sua base parlamentare che si è divisa durante le elezioni in funzione delle politiche regionali. Deve provvedere a chiudere le ferite aperte, farebbe bene ad ampliare la partecipazione degli alleati al governo. Il PT non ha la stessa forza di prima. E’ forte, ma non abbastanza. E questo si rifletterà sui ministeri. Gli alleati nel Congresso sono cresciuti molto e il principale partner del Pt, il PMDB, ne è uscito più forte.

Quale sarà adesso il primo impegno politico di cui Dilma dovrà farsi carico? Ridimensionare la sua politica economica. La crisi mondiale persiste anche se esistono segnali di recupero negli Stati Uniti. La flessibilità e l’elasticità fiscale mostrate fino ad oggi, oltre ad avere un limite, stanno condizionando la credibilità dei conti pubblici e della politica economica. In fondo Dilma non ha ricevuto il permesso dalle urne di mantenere le stesse condizioni. La scelta del futuro ministro delle Finanze avrà come obiettivo quello di calmare i mercati e mostrare una predisposizione al cambiamento.

Lo scandalo Petrobras evidentemente non ha avuto molto peso sul risultato elettorale. Per il Sud lo ha avuto eccome. Ma per gran parte della popolazione la corruzione è qualcosa che appartiene alla politica a prescindere. Che sia Dilma, Aecio o chiunque altro, sono in molti a credere che la corruzione faccia parte del gioco politico standard. Aecio ha fatto del caso Petrobras una delle sue armi di attacco, la classe media ha punta proprio sulla corruzione per combattere Dilma. Ed è proprio questa una delle sfide che il governo del Pt dovrà affrontare: mandare segnali espliciti e inequivocabili di lotta alla corruzione. Lo Scandalo Petrobras è qui, deve essere affrontato di petto. E non solo.

L’altra sfida del governo sarà quella di rinnovare il governo stesso. Dilma deve scegliere un’equipe capace di creare nuovi programmi e progetti. Ha chiesto il dialogo con l’opposizione, sa bene che metà del Paese non la vuole al potere. Che cosa farà Aecio adesso? L’opposizione e il suo partito principale, il PSDB, ha registrato il suo migliore risultato negli ultimi 12 anni. Il leader, Aecio Neves, è cresciuto, anche se ha perso in Minas Gerais. Ma deve affrontare l’ombra del PSDB di San Paolo dove il governatore rieletto Geraldo Alckmin rappresenta un probabile candidato alla Presidenza del 2018. Adesso l’opposizione deve decidere se vuole incendiare il paese e trasformare i prossimi 4 anni in un terzo turno.

Anche i tucani dovranno darsi da fare, devono costruire un progetto nuovo nel nordest, dove Dilma ha stravinto. Devono capire se questa regione è una priorità politica o elettorale. Per Ilimar Franco è probabile che, dati i risultati elettorali e la fiducia riposta in Neves, sia proprio lui il candidato delle prossime elezioni per il PSDB. La pensa così anche la professoressa di Scienze Politiche dell’Università Federale di Sao Carlos, Maria do Socorro Sousa Braga. «Il modo in cui Aecio è arrivato al secondo turno fa credere che sia lui il candidato del 2018, ma non credo sia il solo. Il PSDB esce da queste elezioni con due candidati papabili, il secondo è il governatore di San Paolo». Secondo Josè Paulo Cunha, politologo presso l’Università di Brasilia, Aecio e Alckmin non sono sullo stesso piano. «Adesso è ancora presto per fare previsioni sul 2018 ma ho l’impressione che solo il successo ottenuto dal Alckmin a San Paolo non basti a conferirgli lo status di papabile candidato per il 2018. Soprattutto dopo l’appoggio riservato ad Aecio. Il governatore di San Paolo dovrà guadagnarsi spazio se vorrà promuovere un progetto nazionale. La sconfitta subita nel 2006 fu un disastro».

 

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