giovedì, Maggio 13

Brasile, un Paese appeso all’impeachment

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Qualora si decidesse per l’apertura la Presidente Rousseff sarebbe obbligata ad abbandonare l’incarico per 180 giorni, mentre il procedimento passerebbe nelle mani del Senato. L’impeachment sarebbe approvato se i due terzi degli ottantuno senatori votassero a favore. In caso di assoluzione la Roussef riacquisirebbe tutti i poteri legittimi di Presidente; in caso contrario il suo posto sarebbe occupato dall’attuale vice Presidente Michel Temer. Temer che, secondo alcune voci, sarebbe il controllore occulto del porto di Santos dal quale, secondo il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, uscirebbe l’80% della cocaina che arriva ogni anno in Europa.

Certo è che la richiesta di impeachment per la Rousseff arriva in un momento davvero delicato per il Brasile. La crescita è diminuita del 4,5%, con il settore della produzione industriale che ha fatto segnare un -8% negli ultimi mesi, aumenta il debito pubblico così come disoccupazione (8%) e inflazione (9,9%). Inoltre lo scandalo Petrobras ha ridotto del 50% gli investimenti della compagnia. Secondo il capo economista dei mercati emergenti della Capital Economics, Neil Shearing, «ci sono tutti gli indizi per sostenere che il Brasile stia soffrendo la peggior recessione degli ultimi 30 anni». Fino al 2010 i risultati sono stati esaltanti: sulle ali dell’entusiasmo di una crescita accelerata, le persone hanno cominciato a credere che quello sarebbe stato l’inizio di uno sviluppo cinese. Ma poi è finito tutto alla fine dello stesso anno, quando, alla vigilia delle elezioni, il Governo si è lanciato in una nuova politica di spese eccessive: ha iniziato (e tuttora continua) a spendere costantemente più di quello che guadagna. Non è mai esistita una politica risparmio pubblico e, cosa peggiore, il bilancio pubblico accumula tuttora debiti non per aumentare gli investimenti ma per finanziare le spese correnti. Era un modello insostenibile e diversi economisti ne avevano previsto il collasso. Il Paese non ha saputo sfruttare i prezzi valorizzati dalle esportazioni, non ha saputo investire il necessario per potenziare la crescita. E così, dopo un decennio di crescita sostenuta, il Brasile si è fermato. I grandi eventi, come i Mondiali del 2014 e le prossime Olimpiadi di Rio 2016 sembravano essere le occasioni giuste per ripartire. Invece il flop è arrivato. E ora, per il Brasile, si prospettano momenti davvero cupi.

 

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