lunedì, ottobre 22

Brasile: tutto quel che c’è da sapere sul voto Chiunque approdi finalmente a Planalto si troverà davanti una situazione tutt'altro che facile

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Domenica 7 ottobre oltre 147 milioni di brasiliani – 3% in più dell’ultimo appuntamento elettorale del 2014- eleggeranno il loro Presidente, ma anche i deputati e i senatori -si rinnova l’intera Camera dei deputati per un totale di 513, e due terzi dei senatori, 53-, i governatori dei 26 Stati e del Distretto di Brasilia, votando con urne elettroniche.

Il voto è obbligatorio dai 18 ai 70 anni, anche se l’ammontare delle sanzioni è irrisorio (3,51 reais, meno di un euro). Il voto è invece facoltativo per i 16-17enni, le persone di oltre 70 anni e gli analfabeti.
Il Presidente della Repubblica, i governatori di ciascuno dei 27 Stati (compreso il Distretto Federale di Brasilia), l’intera Camera dei Deputati e i deputati delle assemblee di ciascuno degli Stati sono tutti eletti per quattro anni. I due terzi degli 81 seggi di senatore sono eletti per otto anni.
Solo il 31,7% dei candidati è donna, mentre le donne rappresentano il 52,5% dell’elettorato. Per le presidenziali e i governatori ci sarà un secondo turno il 28 ottobre nel caso nessun candidato abbia la maggioranza assoluta al primo turno.
La grande novità delle elezioni 2018 è la proibizione dei finanziamenti delle campagna da parte delle imprese, un tentativo di arginare la corruzione su larga scala, anche se la maggior parte della tangenti è versata in nero nelle casse dei partiti.
Il voto elettronico prevede che l’elettore inserisca il codice del candidato, a due cifre per presidente e governatori, a tre per i senatori, a quattro per i deputati federali e cinque per i deputati delle assemblee statali. Le due prime cifre sono sempre quelle del partito. Il sistema permette di avere i risultati del voto in tempi brevi, ma ha alimentato timori di hackeraggio, anche se la magistratura elettorale garantisce la sicurezza.

In secondo piano nell’attenzione rispetto alle presidenziali, l’elezione dei 513 deputati e di 53 senatori è comunque importante in quanto i due candidati Presidenti che sono in testa ai sondaggi –Jair Bolsonaro favorito al primo turno con il 35% delle preferenze accordategli dall’ultimo sondaggio, contro il 22% del principale rivale del partito dei lavoratori, Fernando Haddadquasi certamente non potranno contare su di una maggioranza parlamentare, dovranno lavorare per tutto il mandato con maggioranze variabili.

Alla vigilia del voto il panorama politico brasiliano appare sempre più polarizzato.
Una polarizzazione favorita in primo luogo dagli stessi partiti e dall’establishment economico, che non vuole tornare alle polemiche politiche finanziarie del Pt e intende insistere invece su una strategia di privatizzazioni e liberalizzazioni: ai mercati Bolsonaro appare il minore dei mali rispetto alla vittoria di Haddad. La borsa infatti da un paio di giorni festeggia, convinta che l’ex capitano dell’Esercito, nostalgico della dittatura militare, possa farcela al secondo turno. Secondo il sondaggio pubblicato stanotte da Datafolha Bolsonaro al ballottaggio del 28 ottobre avrà il 44%, contro il 43% di Haddad, un distacco comunque inferiore al margine d’errore del due per cento, per tanto, come da ore si afferma, Bolsonaro potrebbe l’8 ottobre ritrovarsi Presidente.

Il voto presidenziale, dunque,  rischia di far cadere il Brasile in un territorio sconosciuto, con un Capo di Stato appartenente all’ultradestra, le concomitanti elezioni politiche ed amministrative non dovrebbero invece rappresentare un cambiamento radicale (il sostegno a Bolsonaro non si estende al suo partito, un movimento minoritario che non arriva al 10% delle intenzioni di voto).
Chiunque approdi finalmente a Planalto si troverà davanti una situazione tutt’altro che facile: una violenza urbana e criminale che in sette anni ha causato più vittime della guerra in Siria, un’economia in crisi con 13 milioni di disoccupati e un aumento sia del deficit che delle diseguaglianze sociali, la corruzione della politica. Tutto ciò dovrà provare a governarlo con un Parlamento per nulla ‘amico’.

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