giovedì, Aprile 22

Brasile, se l’Argentina incrementa la crisi Gli analisti si dividono tra ottimismo e scetticismo

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E se ci fosse lo zampino dell’Argentina? Se dietro la debolezza economica del Brasile ci fosse il default dei vicini di casa? L’argomento tiene banco tra i principali analisti economici argentini ed europei; si dividono sul grado di contaminazione del Brasile rispetto alla crisi argentina. Costretta ad affrontare e soddisfare i suoi creditori, l’Argentina oggi vive un momento di estrema fragilità economica: per evitare il collasso il governo deve compiere una serie di aggiustamenti commerciali che, secondo alcuni esperti, stanno condizionando e limitando il commercio di prodotti brasiliani.

Tutto si è verificato per problemi interni all’Argentina che sono andati intensificandosi nel tempo: il peggioramento progressivo del quadro recessivo, il calo delle importazioni e la limitazione dei dollari e del credito per finanziare gli aquisti all’estero. Mercoledì scorso il governo argentino ha fatto sapere che il tentativo di accordo con i creditori è fallito: la rinegoziazione del debito del Paese è stata rifiutata, la richiesta è di 1,3 miliardi di dollari. Si tratta del secondo default argentino in 13 anni. «Con il calo registrato negli scambi commerciali con il Brasile e le restrizioni imposte dall’Argentina sulle importazioni, l’anno era già partito male nella relazione bilaterale tra i Paesi» afferma l’economista argentino Marcelo Elizondo dell’agenzia di consulenza DNI.

Come è noto il Brasile è il principale socio commerciale dell’Argentina che, a sua volta, risulta essere il terzo partner commerciale del Brasile. In base alle analisi eseguite dell’agenzia di consulenza Abeceb di Buenos Aires, da gennaio a giugno di quest’anno le esportazioni brasiliane per l’Argentina sono calate del 20% rispetto allo stesso período del 2013. Stesso discorso per le vendite dall’Argentina per il Brasile. I dati diffusi dal Ministero dello Sviluppo, dell’Industria e del Commercio Esterno mostrano che la partecipazione argentina nel processo di vendita verso l’estero è arrivata al 6,71% (7,4 miliardi di dollari) del totale nel primo semestre dell’anno, cioè meno dell’ 8,15% (9,3 miliardi di dollari) registrato nel 2013. Per l’Abeceb si tratta di un calo significativo legato sia al momento critico che l’economia brasiliana sta vivendo attualmente, sia al quadro recessivo dell’Argentina.

Gli analisti si dividono. «Il calo del commercio bilaterale andrà avanti. Ma non ci saranno brusche riduzioni». Di questo è convinto Wilber Colmerauer, direttore dell’agenzia Brazil Funding di Londra. «L’Argentina ha già perso da tempo la sua importanza come partner commerciale del Brasile». Colmerauer ritiene che i mercati finanziari stiano assimilando il problema già da diverso tempo, pertanto il default argentino non rappresenta una grossa novità e non spaventa più di tanto.

Per Brazil Funding, quindi, le probabilità che il Brasile e gli altri Paesi dell’America Latina vengano contaminati da questa crisi sono molto basse. «L’Argentina è totalmente fuori dal mercato finanziario Internazionale – afferma il direttore dell’agenzia londinese – L’impatto del default sarà minimo. Certo, non fa bene avere accanto un vicino che rischia di precipitare, ma il Brasile ha diversi problemi e l’Argentina non è uno dei più importanti».

La pensa diversamente Raul Ochoa, professore di Commercio Estero all’Università di Buenos Aires: «Se  i rapporti bilaterali sono peggiorati è colpa dell’Argentina. Già da sei mesi alcuni settori registrano ritardi nei pagamenti delle importazioni dal Brasile. Il commercio esterno rischia di essere ulteriormente contaminato se non si inverte la rotta del default. Solo 4 anni fa eravamo il quarto paese esportatore di carne nel mondo. Oggi occupiamo il dodicesimo posto nel ranking mondiale. Abbiamo smesso di essere i principali fornitori di frutta e grano per il Brasile. Siamo passati ad essere importatori di energia. Il default non conviene a nessuno, principalmente all’Argentina».

Per l’economista Juan Carlos Rodado della Banca francese Natixis, il Brasile è il Paese che maggiormente può essere contaminato dalla crisi in termini commerciali: basti pensare che l’8% delle esportazioni brasiliane, principalmente del settore auto,  sono destinate all’Argentina.

A questo proposito Gustavo Loyola, ex Presidente del Banco do Brasil e socio della società di consulenza “Tendencias”, fa sapere che le restrizioni imposte sulle importazioni brasiliane, hanno già pregiudicato fortemente il settore automobilístico. Più ottimista Virgine Coudert, economista del Centro  di Ricerca sull’Economia Mondiale (CEPII, la sigla francese); ritiene che non ci sia alcun rischio di contagio, ma che il default possa creare una certa pressione sulla moneta brasiliana. «I mercati di cambio sono più sensibili dei mercati del debito” dice “ma questo questo non significa che il “real” precipiterà». Tuttavia c’è una cosa su cui concordano più o meno tutti gli analisti: questo default deve servire a scuotere l’economia argentina e a restituire fiducia.

L’economista Orlando Ferreres, dell’agenzia di consulenza economica OJF Associati, di Buenos Aires, afferma che questa mancanza di fiducia non fa che intensificare la recessione registrata negli ultimi mesi. Secondo l’ex segretario delle Finanze dell’Argentina, Guillermo Nieles, il default provocherà un calo peggiore del Pil, ci sarà a disposizione meno denaro pubblico e meno credito per il commercio esterno. «Non è qualcosa di cui ci accorgeremo domani, ma tra qualche mese sarà evidente. E farà male».

L’economista Marcelo Elisoto prevede un cambiamento nelle prossime ore, un’inversione del default argentino attraverso l’intervento di banche argentine disposte a comprare il debito. Se così fosse gli effetti potrebbero essere meno amari. Il sito del giornale Ambito Financeiro è ottimista: online si legge “Il default passerà in fretta”. 

E in effetti i dati delle vendite per il settore delle attrezzature e delle macchine da lavoro. I numeri dell’Associazione che riunisce le industrie del settore (Abimaq)  mostrano un calo del 23% (da 882,6 a 682,8 milioni di dollari) nelle esportazioni verso l’Argentina tra gennaio e maggio di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2013.

 

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