mercoledì, Settembre 22

Brasile: quelli del 2018 saranno di ferro field_506ffb1d3dbe2

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Brasile-sconfitto

San Paolo – «Chiedo scusa a tutti: ai tifosi, al popolo brasiliano». David Luiz piange mentre pronuncia queste parole.
Il sogno della sesta Coppa del Mondo si è infranto.
Ed è successo troppo in fretta.
Così tanto che il primo tempo della semifinale Brasile-Germania è sembrato uno scherzo: il replay dello stesso gol, la parodia di un gioco che non esiste e che non può esistere. Invece no, invece era tutto vero. E alla fine lo ha capito anche chi sperava di svegliarsi da un incubo.
Invece l’incubo il Brasile lo vive ancora.
Il gigante è caduto, adesso si fa da parte e lascia passare. E questa per il Brasile è la parte più difficile. Perchè il Brasile a questa Coppa ci teneva: giocava in casa, la sognava. Perchè il pallone da queste parti vale più dei diritti e questa volta poteva essere un valido strumento di riscatto.
Vincere il Mondiale avrebbe significato dimostrare a se stessi, prima che al mondo intero, che si può essere numeri uno. Nel calcio come nella sfide della vita. Forse è questo quello che voleva dire Luiz uscendo dal campo.

La nazionale voleva vincere per il popolo, per quella gente che era scesa in piazza tante, troppe volte, a chiedere un salario migliore, condizioni di vita decenti.
Vincere  voleva dire restituire alla gente l’ orgoglio di sentirsi brasiliani. Una volt in più. C’era tutto questo nelle lacrime dei giocatori brasiliani di questo Mondiale; un mondiale che passerà alla storia per ilmassacrodella seleção e per i suoi pianti.

La pressione è stata altíssima fino all’ultimo” mi racconta Regina Brandao, psicóloga della seleção. Non vuole parlarmi dello stato dei giocatori dopo questa sconfitta, si limita a farmi un quadro generale della squadra. Convocata da Luiz Felipe Scolari, Regina  è stata travolte da attacchi e critiche provenienti dai suoi stessi colleghi.

Regina, si è parlato molto delle lacrime della seleção. Non erano preparati a questa pressione?
Nessuno immaginava che giocare la Coppa del Mondo fosse una cosa banale, ma molti hanno percepito la reale dimensione dell’evento solo nel momento in cui si sono visti al centro dell’attenzione del mondo intero, soprattutto del proprio Paese, con la responsabilità della vittoria. Ma non solo: con la volontà di fare la storia. La maggior parte dei giocatori è giovane, ha un repertorio psicológico ridotto e non ha mai vissuto un Mondiale. La pressione si è accumulata giorno dopo giorno e così, soprattutto nella partita contro il Cile, i nervi di alcuni si sono scoperti e la tensione è venuta fuori. Quella partita contro il Cile è stata lo spartiacque vero e próprio della squadra: una cicatrice. Ma tutti sono usciti da quel match più forti e consapevoli.

L’hanno sorpresa queste lacrime?
In realtà no. Julio Cesar è molto emotivo, da 4 anni si portava addosso il peso di una sconfitta difficile da digerire. Ma non si è fermato, al contrario: si è redento con quella difesa spettacolare.

E il capitano Thiago Sylva, che contro il Cile ha chiesto di restare fuori dai rigori?
Neanche quello mi ha sorpreso. Aveva già tentennato in altre occasioni. Il fatto è che lui ha un grande ascendente sull’intero team. Ma resta sempre molto emotivo…

E l’incidente di Neymar… In che modo ha influito sul team? Come si sentono i ragazzi?
E’ un momento molto difficile. La perdita di Neymar è stata un  duro colpo per tutti. La squadra ha provato a reagire e a lottare, ma con la perdita di Neymar la pressione si è triplicata.

In molti, tra cui Scolari, hanno ripetuto dall’inizio  ‘la Coppa è nostra’. Questo potrebbe aver influito negativamente sulla squadra, già di per sè sotto pressione?
Felipao ha compreso l’eccesso di pressione e ha avuto l’umiltà di rivedere questo discorso.

Anche lui, soprattutto sopo l’incidente di Neymar, ha avuto qualche momento di down…
Nessuno è fatto di ferro. Tantomeno Felipao. Spesso è próprio lui ad essere sotto pressione, più di tutti gli altri.  Adesso si è preso la responsabilità della sconfitta. Più di così…

I ragazzi hanno dimostrato qualche resistenza rispetto al suo lavoro?
Fatta eccezione per uno o due giocatori al massimo, la maggior parte non aveva idea di quale fosse il mio ruolo. Neymar mi disse: “non mi serve alcuna psicóloga perchè non sono matto”. Poi è cambiato tutto, il ‘gioco’ gli piaceva. Lui e gli altri mi cercano spesso, mi chiamano e mi mandano messaggi. Pochi sanno che ho seguito la seleção molte volte durante questo Mondiale. Mi sono inflitrata in sordina… sono riuscita a creare un bel legame col team.

In molti hanno fatto polemica sulla sua capacità di dare stabilità alla squadra … Alla luce della sconfitta, e che sconfitta, probabilmente le critiche aumenteranno…
Il senso di protagonismo coinvolge molte persone, in tanti hanno cercato di demolire  il mio lavoro. Come ha fatto, per esempio, il Presidente dell’Associazione di psicologia dello sport, Ricardo Cozac. Non passa un giorno senza che critichi il mio lavoro, ma lui non sa veramente cosa faccio. Molti critici hanno dato a me la responsabilità del crollo emozionale della squadra. Ma Calma! Io faccio la psicóloga, non i miracoli.

Non sarebbe meglio se la  squadra avesse la freddezza dei team europei?
Aldilà delle differenze culturali, possiamo dire che una maggiore razionalità e un maggiore controllo non ci farebbe male… Ma la scienza dello sport dimostra anche che l’estremo opposto non è una buona alternativa perchè può sottrarre coinvolgimento. La miglior cosa, come sempre, sta nel mezzo. Dobbiamo trovare l’equilibrio.

E che mi dice del morso di Suarez?
Quello si, è un esempio di perdita di controllo estrema, un limite pericoloso da cui cerchiamo di tenerci molto distanti quando stiamo per esplodere. Alla fine dei conti, questa Coppa si è rivelata una lezione di autocontrolo. I brasiliani che giocheranno la Coppa del 2018 saranno di ferro.

Questi, intanto, hanno fatto da cavie.

 

 

 

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