domenica, Maggio 16

Brasile: Petrobras, l’ennesimo regalo di Bolsonaro ai militari? “Petrobras è il simbolo del nazionalismo brasiliano” e “l’intervento dello Stato nella compagnia consente a Bolsonaro di fare la bella figura del discorso populista, ma anche di preparare la privatizzazione”

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In Brasile, i militari si riprendono il petrolio: è quanto è stato deciso, la scorsa settimana, dal Presidente Jair Bolsonaro, optando per la sostituzione dell’attuale ceo dell’azienza petrolifera nazionale, Petrobras (PETR3; PETR4), Roberto Castello Branco, con Joaquim Silva e Luna, un ex generale dell’esercito in pensione, che servì al fianco del leader brasiliano alcuni decenni fa, durante la dittatura militare. I mercati sono stati presi alla sprovvista: sul Bovespa, il listino di San Paolo dove è quotato il colosso petrolifero brasiliano, il titolo di Petrobras è inizialmente crollato, perdendo oltre 4,5 miliardi di capitale, e poi, nei giorni successivi, è rimbalzato fino all’8%.

«Qualcosa ora dovrà cambiare», aveva promesso, per reazione, Bolsonaro dopo aver appreso che Petrobras era sul punto di aumentare il prezzo della benzina di quasi il 10% e il prezzo del gasolio di circa il 15%. Intenzioni che avrebbero scatenato le ire dei camionisti brasiliani, una categoria molto influente in un Paese con poche reti ferroviarie come il Brasile tanto che nel 2018, contestando il prezzo troppo elevato del gasolio scioperò per 10 giorni, bloccando l’economia brasiliana e costringendo alle dimissioni l’allora amministratore delegato del colosso petrolifero nazionale, Pedro Parente.

Parlando lo scorso fine settimana in un affollato comizio, Bolsonaro ha definito la dirigenza di Petrobras «codarda» per i recenti aumenti del prezzo del carburante e ha accusato la società di assecondare gli investitori e di non «aiutare il Brasile». Il Presidente brasiliano ha comunque negato di aver interferito nelle decisioni dell’azienda: «Non interferiremo mai in questa grande azienda né nella sua politica dei prezzi, ma la popolazione non vuole essere sorpresa da aumenti di prezzo», ha affermato Bolsonaro, precisando che Petrobras può aumentare i prezzi finché c’è «prevedibilità» e «trasparenza».

La nomina di Silva e Luna è stata una doccia fredda tanto per i dirigenti quanto per gli investitori. «L’attuale Presidente di Petrobras è a casa da 11 mesi senza lavorare, beh, lavora da remoto (…) per me è inaccettabile» – ha sostenuto, scandalizzato, Bolsonaro, aggiungendo che è stato sorpreso di scoprirlo di recente – «Immagina se io, il Presidente, per paura del Covid, restassi a casa tutto il tempo, qui nel (palazzo di) La Alvorada».

Roberto Castello Branco, un economista dell’Università di Chicago, era stato nominato alla guida di Petrobras da Bolsonaro, quando è entrato in carica nel 2019, promettendo di dargli carta bianca sui prezzi del carburante, che avrebbero dovuto essere definiti sulla base dell’andamento del mercato petrolifero internazionale. Il mandato di Castello Branco sarebbe dovuto scadere il 20 marzo prossimo e il consiglio di Petrobras, a quando pare, era sul punto di rinnovarlo anche perché era riuscito a riconquistare la fiducia dei mercati dopo aver avviato un ambizioso piano per ridurre il debito del gruppo (alla fine del terzo trimestre dello scorso anno è sceso a 66,2 miliardi di dollari, dai 95,5 miliardi della fine del primo trimestre del 2019), dismettendo beni non core e aumentando la produzione di petrolio offshore. Non va dimenticato che, secondo la classifica Forbes Global 2020, Petrobras rimane la 70esima società pubblica più grande al mondo.

Eppure, ha detto Bolsonaro, «c’è molto che non va» nella compagnia statale e il «nuovo Presidente», il suo candidato alla presidenza della compagnia, il generale Joaquim Silva e Luna, «ripulirà» la compagnia petrolifera.

Certo è che il nuovo ceo designato, Silva e Luna è assolutamente privo di precedenti esperienze nel settore, ha servito brevemente come Ministro della Difesa nel 2018 ed è attualmente il direttore generale brasiliano di Itaipu Binacional, l’agenzia brasiliano-paraguaiana che gestisce la diga idroelettrica di Itaipu al confine tra i due Paesi. È il primo militare a guidare Petrobras dagli anni ‘80, ma non è il primo coinvolto nel settore energetico nazionale se si considera che tanto il Ministero dell’Energia quanto l’ente regolatore del petrolio, l’ANP, sono in mano a due ammiragli. «Un’azienda deve guardare alle questioni sociali» – ha dichiarato Silva e Luna ripreso dal giornale ‘Valor’ alla domanda sulle lamentele dei camionisti sui prezzi del diesel – «I costi del carburante, così come la valuta e l’apprezzamento del petrolio, hanno un impatto sociale, e questi fattori devono essere analizzati con il consiglio».

I militari, dunque, in piena coerenza con quanto ‘permesso’ da Bolsonaro nei due anni di presidenza, allargano i propri ‘tentacoli’, riconquistando il gigante petrolifero brasiliano, di cui lo Stato centrale controlla il 50,26% e nomina 6 su 11 membri del Cda.

In quasi settant’anni di vita, Petrobras è tornata più volte al centro del dibattito pubblico brasiliano, nel bene e nel male. La sua fondazione come Petroleo Brasileiro risale al 1953 dal Governo del Presidente Getulio Vargas, fautore della nazionalizzazione delle risorse naturali del Brasile: la centralità dell’azienda rispondeva e risponde tuttora al suo essere emblema del nazionalismo brasiliano, diretto ad emancipare il Paese dalla dipendenza esterna. Non stupisce che Bolsonaro si chieda in modo provocatorio se «il petrolio è nostro o di poche persone?»: l’obiettivo è quello di ergersi, da buon populista, ma ipocritamente, a difensore del popolo contro un’élite che è in realtà la stessa che lo sostiene. Una mossa che, nonostante l’incoerenza, gli consente di mantenere i piedi in due staffe.

Il petrolio, come si diceva, torna utile per solleticare gli istinti nazionalisti che albergano nel popolo brasiliano, ma è anche stato, soprattutto negli anni ‘50, lo strumento per conseguire un’autonomia energetica: con la sostituzione delle importazioni, Petrobras venne potenziata soprattutto nell’estrazione dello shale oil, noto anche come petrolio di scisto, della cui produzione fino ad un milione di barili al giorno divenne leader grazie allo sfruttamento dei giacimenti offshore.

Nel corso della crisi petrolifera degli anni ‘70, il Brasile non si lasciò attrarre dalle sirene delle privatizzazioni, mantenendo in capo allo Stato il controllo di Petrobras ed, anzi, esortandone l’espansione nei Paesi vicini come Perù e Argentina. Dopo anni di stagnazione, fu con il Presidente Lula, negli anni ‘00, che Petrobras trovò nuova linfa grazie anche alla scoperta di importanti giacimenti come nel Bacino di Santos e di Campos, che consentirono una crescita esponenziale della produzione.

Le prime ombre arrivarono con la nazionalizzazione di petrolio e gas in Bolivia, voluta da Evo Morales e, in seguito, con il ribasso del prezzo del petrolio, iniziò il declino che avrebbe condotto fino allo scandalo ‘Lava Jato’ (in brasiliano autolavaggi, utilizzati insieme a lavanderie per scambiarsi tangenti), per il quale, il 17 marzo 2014, vennero arrestati Paulo Roberto Costa, un dirigente della Petrobras, e Alberto Yousseff, un trafficante di denaro. Quello che emerse era un sosfisticato quanto riprovevole sistema di corruzione che vedeva coinvolti i vertici del colosso petrolifero unitamente alle dirigenze di molte altre grandi imprese brasiliane e che, tramite le ‘mazzette’, era diretto al finanziamento dei partiti politici. L’immagine e la credibilità di Petrobras vennero compromesse, ma questo scandalo non sarebbe stato l’ultimo visto che ad agosto 2015, furono emesse ben 117 incriminazioni, vennero arrestati cinque politici e vennero istruiti procedimenti penali contro 13 società. Uno scandalo di proporzioni imbarazzanti che fu un terremoto anche a livello politico, se si considera che risultarono implicati Lula e Dilma Rousseff la quale aveva congelato i prezzi del carburante diverse volte nel 2014 e 2015 nonostante il prezzo dei barili di petrolio fosse in aumento all’epoca. Ma quell’intervento statale sui prezzi di Petrobras terminò quando la Rousseff fu messa sotto accusa nel 2016 e rimossa dall’incarico.

Come sopra ricordato, lo sforzo di Castello Branco è stato titanico tanto da portare l’azienda ad attestarsi, nel 2020, al terzo posto posto nella classifica dei produttori non Opec dopo gli Stati Uniti e la Norvegia. Ma la pandemia di COVID-19, mal gestita e sottovalutata da Bolsonaro, ha avuto le sue dure conseguenze dal punto di vista sanitario, causando oltre 250mila morti, ma anche dal punto di vista economico.

Secondo i dati del FMI, il Brasile ha chiuso il 2020 con un crollo del PIL di circa il 5,8% con una previsione di rimbalzo di circa il 3,6% nell’anno in corso. Il governo brasiliano ha anche richiesto una swap facility alla Fed con una linea di credito fino a 60 miliardi di dollari, per aumentare le riserve in dollari, e il Banco Central do Brasil ha ridotto il tasso ufficiale (SELIC) facendolo passare dal 2,25%, al 2% con la conseguente riduzione dei tassi di interesse per consentire una maggiore immissione di liquidità nell’economia, mediante una Special Temporary Liquidity Line (LTEL). Confluite in un vero e proprio bilancio ‘di guerra’ a se stante, i provvedimenti monetari sono stati affiancati a quelli fiscali per il valore di 584 miliardi di Reais (90,58 miliardi di euro), pari a circa 12% del PIL e che comprendono il sostegno al reddito delle famiglie più povere, all’occupazione con reddito più basso, senza dimenticare l’aumento della spesa sanitaria.

L’impetuosa decisione di Bolsonaro di sostituire l’amministratore delegato di Petrobras con un generale dell’esercito è una bandiera rossa che indica una svolta verso politiche populiste, e’ l’opinione diffusa tra molti analisti finanziari, convinti che sia in corso un progressivo spostamento verso i generosi sussidi al prezzo del carburante che hanno segnato il governo di sinistra di Dilma Rousseff, caduto nel 2016.

Il ministro dell’Economia, l’ultraliberale Paulo Guedes, che ha accettato l’ordine di snellire il ruolo dello Stato nell’economia, da venerdì mantiene un clamoroso silenzio. I suoi piani di privatizzazione e riforma economica sono stati notevolmente raffreddati dalla pandemia – ha risposto con un flusso di denaro pubblico per attutire l’impatto della recessione, e perché Bolsonaro ha già la testa per la rielezione nel 2022.

Salim Mattar, il capo privatizzatore della squadra del ministro dell’Economia, che si è dimesso pochi mesi fa a causa della mancanza di progressi nei suoi piani, ha descritto il suo ex capo con ammirazione e asprezza questo fine settimana. “Guedes è resiliente, testardo e determinato, ma non si è reso conto di averlo battuto”, ha detto Mattar in un’intervista al quotidiano Estadão. Bolsonaro ha avvertito che il soccorso di Petrobras è il primo di altri cambiamenti che ha in programma.

Intanto l’Ufficio del pubblico ministero presso la Corte dei conti federale (TCU) ha inviato una rappresentanza alla plenaria della corte per richiedere che Petrobras non apportasse modifiche alla sua presidenza, fino a quando il tribunale non deciderà se vi è stata o meno interferenza da parte del Presidente, Jair Bolsonaro. Nella rappresentanza cautelare (provvisoria), l’avvocato Lucas Rocha Furtado richiede lo stesso blocco anche per la riduzione delle tasse federali su carburante e gas da cucina, annunciata da Bolsonaro con effetto da marzo. La rappresentanza cautelare, da confermare, dipende dalla decisione del ministro relatore o del presidente del tribunale. Al contempo, l’avvocato André de Almeida, rappresentante di alcuni fondi di investimento azionisti della compagnia energetica statale brasiliana Petrobras, ha annunciato lo studio di una class action contro il governo del Brasile.

Come si spiega la mossa di Bolsonaro su Petrobras? Cosa cambia con un militare alla guida del colosso petrolifero brasiliano? Lo abbiamo chiesto a Roberto Vecchi, Docente di Letteratura Portoghese e Brasiliana dell’Università di Bologna.

Jair Bolsonaro ha deciso di licenziare il ceo di Petrobras, Roberto Castello Branco (il cui mandato sarebbe scaduto il 20/3), e di sostituirlo con Joaquim Silva e Luna, un generale della riserva che ha servito al fianco dell’attuale Presidente durante la dittatura militare. Tale scelta sarebbe maturata in aperta polemica con il colosso petrolifero che aveva reso nota l’intenzione di aumentare il prezzo della benzina di circa il 10% e del diesel di circa il 15%, eventualità fortemente osteggiata dai camionisti brasiliani, una categoria molto influente nel Paese dove scarseggiano le ferrovie. La decisione di mettere un militare alla guida di Petrobras è dettata dall’esigenza di evitare i disordini che i camionisti scatenarono nel 2018, bloccando l’economia per settimane e portando alle dimissioni l’allora ceo di Petrobras, Pedro Parente?

Questo è uno di quegli eventi che consentono di fare un’analisi più approfondita dello stile di governo di Bolsonaro perché in qualche modo espone un’opzione che è visibile proprio in questi giorni e cioè, da una parte il Presidente reagisce alla minaccia di aumento della benzina – già da alcuni giorni era una critica da parte della presidenza per i prezzi molto elevati a cui viene tenuto il combustibile-dall’altra c’è una componente, che è quella del ministro dell’economia Paolo Guedes, che invece cavalca una prospettiva ultra liberista. Quello che emerge è una contraddizione: cioè l’interventismo dello Stato che mette, non uno qualunque, ma un generale della riserva che rappresenta il bacino dirigenziale più ricco per Bolsonaro – ci sono più di 2000 militari nei diversi livelli amministrativi dell’attuale governo – mentre proclama di voler ridurre al massimo lo Stato, perfettamente in coerenza con una logica neoliberale. Quando parliamo di Petrobras, parliamo della principale impresa dello Stato brasiliano, ma anche la stessa impresa che Getulio Vargas, nel periodo dello ‘Stato nuovo’, costruisce per rendere il Brasile pienamente Nazione autonoma dalle dipendenze di un Paese che era in ritardo, vittima del colonialismo. Questa è la contraddizione che può essere letta in due modi: la contraddizione non spaventa Bolsonaro e c’è un mosaicismo nella linea di governo bolsonarista, quindi uno sbandamento del genere potrebbe stare perfettamente in una linea di governo che non è per niente scevra da contraddizioni. Io personalmente credo però che ci sia un filo che tiene insieme questi apparenti estremi: L’uso anche simbolica di una forza come quella di un generale, di un militare messa a capo di un’impresa con questa storia e queste dimensioni non è in contraddizione, poi, come molti osservano. Penso che Bolsonaro stia creando le premesse per poi procedere ad una più rapida privatizzazione. La linea neoliberale, soprattutto nell’economia, che si rifà in particolare al Ministro Paulo Guedes – che non ha a caso di è formato in Cile, dove il colpo di Stato del 1973 venne preannunciato proprio da uno sciopero di camionisti – questa presa di possesso, che è fuori da qualsiasi codice industriale della storia brasiliana recente, credo ci proprio questo tentativo.

«Il petrolio è nostro o di poche persone?» si è chiesto, a più riprese, negli ultimi giorni, Bolsonaro, lasciando intendere che l’azienda stesse tradendo gli interessi brasiliani. Si può dire che il Presidente, in virtù del fallimento nella gestione della pandemia e della crisi socio-finanziaria conseguente, e per questo fors’anche in crisi di consenso, si stia spostando verso una deriva ‘populista’ della politica economica, ritornando ai sussidi sul carburante che lui stesso rimproverava alla sinistra?

Questa è un’interpretazione plausibile, ma ci sono delle considerazioni da fare. Si tratta dell’ambiguità del populismo e quando si parla di ‘petrolio nostro’, considerando questi due anni di presidenza, intravedo l’aggettivo ‘mio’: va sempre ribadito il carattere pubblico di Petrobras, che è stata alla base anche di campagne di corruzione e si lega a doppio filo con la storia brasiliana. Quale azienda di Stato, è estremamente condizionata dalla politica, quale che sia il governo del determinato momento. Sulla pandemia, c’è stata una completa perdita di controllo: parliamo di un Paese che va al ritmo di quasi mille morti al giorno da un mese e questo vuol dire che non si è fatto assolutamente nulla. È chiaro che è difficile stabilire delle profilassi in situazioni così gravi, però in molti altri Paesi, con livelli di sviluppo comparabili, degli argini sono stati messi. In Brasile, no. E questo fa pagare un prezzo. L’impressione che ho è che questo sia un momento difficilissimo. Tuttavia, non c’è paura per delle eventuali elezioni: Bolsonaro le vincerebbe, non per suoi meriti, ma perché non ha un’opposizione che gli si oppone. Questo gli dà la sicurezza che qualunque misura prenda, non avrà conseguenze.
Perché l’opposizione, anche in questa occasione, non riesce a farsi sentire?
Perché è molto divisa, non riesce a trovare quell’elemento unitario che potrebbe permettergli, nel 2022, di sconfiggere Bolsonaro. Credo ci sia un margine di manovra, ma i personalismi che resistono nell’opposizione non aiutano. La ‘personalizzazione’, però, come dimostra lo stesso Bolsonaro, è una caratteristica della politica brasiliana quindi i partiti brasiliani sono sempre più movimenti con un leader piuttosto che partiti strutturati su progetti e persone e dove i progetti siano più importanti delle persone. È chiaro che questo investe anche la sinistra e anche quei partiti di centro che si stanno spostando. Ecco perché il gioco politico non interessa a Bolsonaro perché sa che se l’opposizione non prende forza, lui ha la strada relativamente spianata.
Anche negli ultimi giorni, Bolsonaro nega di aver interferito «in questa grande azienda nè nella sua politica dei prezzi, ma la popolazione non vuole essere sorpresa da aumenti di prezzi» che non siano «prevedibili» e «trasparenti». Se è vero che, almeno a parole, può ergersi a difensore del popolo, non è altrettanto vero che fa le stesse cose che rimproverava a quella sinistra ‘comunista’, ‘accentratrice’ e ‘corrotta’ che lui ha più volte ribadito di combattere? Non perde credibilità oltre che un cavallo di battaglia?
Non credo, fa parte di uno stile che è quello di non temere la contraddizione. È l’effetto dirompente che non consente all’opposizione di coagularsi. Quello che succede è molto semplice: l’intervento dello Stato, in questo momento, in Petrobras gli serve e gli consente anche di fare la bella figura del discorso populista, ma questa è una decisione che è al vaglio della Corte Suprema e del Tribunale Federale. La stessa Petrobras non l’ha accolta completamente perché è in attesa di capire cosa verrà deciso dai giudici in materia. Come dire, è una decisione che non ha una sua autorevolezza specifica, ma non importa perché Bolsonaro ha già vinto, ha già creato quell’effetto ‘nuvola’ dove l’interventismo gli serve in questo momento, ma per poi creare le condizioni per la privatizzazione. Con la contraddizione, in sostanza, Bolsonaro riesce a tenere due piedi in due staffe. Certamente è molto produttivo.
Da questo punto di vista, quand’anche la Corte Suprema dovesse bocciare la sua decisione, avrebbe comunque portato a casa un risultato politico.
Esattamente, un risultato di difensore del popolo. Petrobras, ricordiamo, ha dietro di sé questa eredità simbolica di Getulio Vargas, noto come il ‘Padre del popolo’, uno dei populisti classici dagli anni ‘30 fino al suicidio nel ‘54. È una figura molto ambigua perché viene spinta dai militari – con il colpo di Stato del ‘37 – e inizia una dittatura. Nel ‘45, è dimesso perché non era più credibile che mandasse i militari a difendere le democrazie in Europa mentre il Brasile non era una democrazia, viene eletto poi democraticamente e, dopo aver subito una serie di pressioni, si suicida.
Perché, in seguito, Petrobras tornerà, a fasi alterne, cruciale nella storia politica brasiliana?
C’è una motivazione storica molto evidente: Petrobras è il simbolo del nazionalismo brasiliano. Quando il Brasile adotta il modello della sostituzione delle importazioni, negli anni ‘30, per uscire dalle secche delle dipendenze dalle altre economie, Petrobras è lo strumento che consente questo passaggio verso una sorta di autonomia e per questo è un po’ il simbolo del nazionalismo.
Quindi, l’interferenza del potere politico è qualcosa di intrinseco nel suo DNA?
Certo e non a caso Bolsonaro non lo fa per un rispetto istituzionale ad un’appendice dello Stato visto che è noto che il Presidente e i suoi hanno utilizzato dei fondi di Petrobras per finanziare soprattutto azioni di sostegno ai militari e fare quel lavoro di sostegno economico a tutto quel sottobosco su cui si regge il bolsonarismo. Gli interessi ci sono e sono evidenti. Però, in questo modo, lui riesce a mostrarsi su due piedistalli allo stesso momento. Sono manovre che distruggono un’eventuale reazione oppositiva.
Quest’ambivalenza di Bolsonaro si concretizza nella figura dell’ormai ex ceo di Petrobras, Castello Branco, economista dell’Università di Chicago, nominato proprio dal Presidente brasiliano nel 2019, con carta bianca in materia di prezzi, e oggi defenestrato, nonostante gli ottimi risultati conseguiti in tema di ripresa della fiducia degli investitori dopo i numerosi scandali e di riduzione del debito, aumentando la produzione off shore e dismettendo beni non core.
Castello Branco non è un leader di rivoltosi, è un manager perfettamente inserito nell’establishment. E questo elemento sottolinea il carattere strumentale della manovra nella quale c’è anche un tentativo molto doppio di dire, da una parte, ‘riduciamo lo Stato’, per poi passare alla sovranità energetica, e dell’energia elettrica.
Come si spiega la contemporanea decisione di Bolsonaro, con i ministri dell’Economia, Paulo Guedes, delle Miniere e dell’Energia, Bento Albuquerque, e il Segretario del governo, Luiz Eduardo Ramos, di depositare in Parlamento una proposta di privatizzazione del colosso brasiliano dell’energia elettrica, Eletrobras?
Da una parte fa in un modo, dall’altra fa il contrario, nel tentativo di ottenere il massimo vantaggio da entrambe le azioni. Se la contraddizione viene naturalizzata, consente di ottenere un doppio profitto e credo che l’obiettivo del Ministro dell’Economia di ridurre lo Stato il più possibile in un Paese che non ha completato lo sviluppo e, quindi, dove lo Stato è il grande promotore dello sviluppo con effetti sociali indescrivibili, consenta ad una larga fetta dell’economia di sostenere ancora Bolsonaro, nonostante sia dubbiosa la sua tenuta democratica.
Il Ministro dell’economia Guedes, di cui, peraltro, l’ex ceo Castello Branco è fedele alleato, è, come Lei ricordava, fortemente impegnato nella riduzione dello Stato nell’economia. Eppure deve fare i conti con le ‘esigenze’ elettorali di Bolsonaro. Visto che il Presidente ha annunciato che «nuovi cambiamenti sono in arrivo», Castello Branco può ‘stare sereno’?
Non credo che sia assolutamente a rischio. Bolsonaro non ha dimesso neanche il Ministro degli Esteri che è stato visibilmente incapace di creare alleanze che andassero oltre cicli storici più o meno prevedibili, penso agli Stati Uniti. Tra l’altro, non credo neanche sia lui a decidere la compagine di governo. Credo ci sia un blocco considerevole, costituito da militari, imprese e molto altro, che fa la cabina di regia di questa Presidenza. E in questa cabina di regia, Guedes è dentro.
Tuttavia, come si fa a gestire un momento delicato come questo, se lo stesso Presidente un mese prima afferma che “le casse dello Stato sono vuote’ ed un mese dopo trova per magia le casse piene per impedire l’aumento del carburante?
Questo perché la politica contemporanea non ha più bisogno di credibilità. È solo simulacro, anche perché la memoria delle persone è molto fragile, quindi non c’è un credito da salvaguardare. Soprattutto in un Paese come il Brasile, dove la questione della rappresentazione della classe politica è un problema che esiste da sempre, visto che i politici che conquistano il potere, arrivano già ampiamente screditati. E questo Bolsonaro lo sa così come conosce bene il Brasile e le antropologie brasiliane. Questa è la sua qualità insieme al sostegno di gruppi di pressione molto potenti che, in questo momento, stanno guadagnando da quando Bolsonaro è Presidente. L’economia brasiliana è, da questo punto di vista, a doppio scartamento: c’è chi guadagna addirittura dalla pandemia, nonostante la gente continui a morire in grandi quantità.
Dal punto di vista internazionale e della reazione dei mercati, il cambio di ceo deciso da Bolsonaro ha subito provocato un crollo del titolo di Petrobras, seguito, nei giorni seguenti, da un rimbalzo. Cosa indica questa sequenza?
Indica che ci sono dei settori economici che, attraverso dei meccanismi che sono ‘socialmente riprovevoli’, riescono a trarre grandissimi profitti tramite queste leve. Quello che, secondo me, bisognerà vedere non è tanto la reattività economica, che è sempre molto congiunturale, nè la situazione interna, ormai cristallizzata sull’esito delle elezioni di due anni fa, quanto piuttosto il cambio dello scenario internazionale. È chiaro, però, che per determinare delle relazioni geopolitiche diverse, occorrerà molto tempo perché abbiano un effetto interno al Brasile. Però, l’apertura o lo scontro con la Cina così come l’appiattimento dell’alleanza con gli Stati Uniti che ora deve essere superato, avranno un peso, ma Bolsonaro sa che questi conti non arriveranno domani, ma forse tra un’anno e mezzo, due anni o addirittura dopo la sua rielezione. Quindi gli interessano anche poco.
Lei prima ricordava la preponderanza di militari nei vari livelli governativi. L’ amministratore delegato designato di Petrobras, Silva e Luna, è il primo militare a prendere il timone del colosso petrolifero brasiliano dalla dittatura degli anni ‘80. Posto che sia il Ministero dell’Energia sia l’ente nazionale regolatore del petrolio, l’ANP, sono già in mano a due ammiragli, affidare anche la Petrobras ad un militare è per Bolsonaro un’assicurazione sulla vita o, alla lunga, un rischio?
I militari sono un problema. È inspiegabile, dal punto di vista logico, il grado di coinvolgimento che hanno avuto con un governo discutibile come questo. È stato pubblicato, di recente, un libro-intervista ad uno dei generali che è stato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito che ebbe quel pronunciamento prima della sentenza che avrebbe consentito ai giudici di condannare l’ex Presidente Lula e lì si comprende bene che i militari sono dietro Bolsonaro perché hanno capito che un Paese come il Brasile si può controllare semplicemente attivando una retorica nazionalistica, retorica che si fissa soprattutto sull’idea del bene comune e dell’unità nazionale, del cui conseguimento gli stessi militari sono i primi disinteressati, isto che c’è uno scollamento tra la rappresentazione e la realtà. I militari sono interessati alla realtà, ma sono in una fase in cui stanno traendo moltissimi benefici da questa situazione: sostenendo Bolsonaro, l’esercito sostiene i suoi interessi inconfessabili. Quindi, nel caso vada male, la colpa è di Bolsonaro mentre l’esercito farà la bella figura del protettore della nazione. Si tratta di un’ipocrisia opportunistica.
Avendo però nelle mani le principali leve economiche, il destino di Bolsonaro è nelle mani dei militari che, qualora lo ritenessero necessario, potrebbero smettere di sostenerlo.
È sicuramente vero, ma non troverebbero un politico con lo stile di Bolsonaro. Quindi, l’esercito decide su se stesso, sulle carriere militari, ha addirittura evitato la riforma delle pensioni dei militari, è in una condizione di massimo privilegio soprattutto perché non deve mettere la faccia su un pronunciamento militare. Si trova, perciò, dentro la democrazia, ma decide.
Se guardiamo a quello che è stato il principale faro, in ottica internazionale, per Bolsonaro, ossia Donald Trump, e se consideriamo il tentativo dell’ex Presidente americano di non riconoscere l’esito delle elezioni, mettendo alla prova il sistema istituzionale, si può escludere che un il ‘populista dei tropici’, forte di un ampio sostegno da parte dei militari, non faccia altrettanto, tra due anni?
Questo è il problema della lotta democratica. Ricordiamo che la democrazia brasiliana è appena maggiorenne e quindi presenta ancora degli elementi discutibili legati a questa fase. Ricordiamo, inoltre, che Bolsonaro vincerebbe, ad oggi, al secondo turno contro chiunque. Ma ci sono due problemi: la mobilitazione popolare, che è poi quello che è avvenuto negli Stati Uniti di fronte all’invasione del Campidoglio, che costituirebbe un grande argine a qualsiasi deriva anti democratica; le opposizioni che devono fare il loro lavoro: ad oggi la stampella di Bolsonaro è il centro del Parlamento, quello che è stato fisiologicamente la stampella di tutti i governi del passato tranne qualche eccezione, e che è adesso è in vendita al miglior offerente. Se ci sono questi due elementi, ecco che i valori della democrazia si salvano, altrimenti si sfaldano con la rielezione di Bolsonaro.
Si complicheranno le relazioni tra Stati Uniti e Brasile con Joe Biden?
Non credo, anche perché quando ci fu la deposizione – che oggi appare molto arbitraria – la presidenza era quella di Barack Obama. Questo vuol dire che c’è una politica di Stato nei confronti dell’America Latina che un po’ prescinde dal timoniere e Joe Biden è un uomo del sistema. Non credo, quindi, che si apri un nuovo fronte di combattimento. Penso che il tema della Cina sia quello che lo interessi di più e su questo ha bisogno di alleati. Farà certamente una politica molto meno personalizzata e molto meno vicina, ma non di ostilità.
E la campagna ‘Adotta un parco’ che Bolsonaro, nonostante i suoi trascorsi per niente sensibili alle tematiche ambientali, ha lanciato per l’Amazzonia è un tentativo di strizzare l’occhio alla nuova Amministrazione americana che ha posto il dossier ecologico tra le priorità?
Bolsonaro è molto bravo ad accendere le cortine fumogene. In questo momento l’Amazzonia, dopo due anni di presidenza Bolsonaro, non è mai stata così distrutta e questo in quanto c’è un senso di protezione che non è neanche esplicito perché quando sai di non essere perseguito perché non è più reato quello che prima lo era, è logico che la distruzione sia conseguente. Il reato di Bolsonaro è l’omissione, che è un giochetto che il Presidente brasiliano sa fare bene. Un detto risalente all’epoca coloniale recita: ‘Per i nemici la legge, per gli amici tutto’. È la regola del colonialismo secondo cui non esiste la cosa pubblica, che viene, invece, privatizzata e condivisa con chi sta con te. Quello che sta succedendo adesso in Brasile, dove, come osservano molti studiosi di colonialismo, c’è un ritorno di ‘colonialità’. Questo perché Bolsonaro conosce benissimo il senso comune brasiliano e riesce a dipingersi come massimo interprete della brasilianità.
E il petrolio, nel suo essere simbolo del nazionalismo brasiliano, risponde perfettamente alla logica del Presidente brasiliano.
È lo strumento perfetto.
La mancanza di esperienza del nuovo ceo in tema petrolifero getta ombre sul futuro di Petrobras?
Le competenze ci sono, ma sono dietro Bolsonaro e adesso potranno eterodirigere anche Petrobras. Prima c’era un tecnico che guardava, pur essendo uomo di establishment puro, di più al profitto dell’azienda, ora c’è un uomo che deve rispondere ad un comando che è esterno a Petrobras, al gruppo di potere che ha fatto eleggere e mantiene in sella Bolsonaro. In qualche modo, quello che cambia è che ora l’eterodirezione è molto più semplice. Gli interessi, in fondo, non sono quelli nazionali brasiliani, ma esterni ed anche stranieri. Si tratta di interessi economici. A favore della de-statizzazione dei ricchissimi giacimenti del Pressal a largo di Rio de Janeiro e Spirito Santo sono grandi gruppi economici interessati al petrolio, ma non brasiliani. E questi gruppi sono stati dietro l’elezione di Bolsonaro tra i cui obiettivi c’era anche questo, ossia la de-statizzazione delle risorse brasiliane del Pressal. Cosa che sarebbe stata impossibile, per esempio, con Dilma Rousseff durante il cui governo il Pressal poteva essere dato in appalto, ma con un protocollo di regole molto rigido e poi c’era la clausola per cui una percentuale dei profitti del Pressal doveva andare a finanziare il sistema educativo, che è un interesse nazionale.
La decisione di Bolsonaro è ora al vaglio della Corte Suprema e del Tribunale federale, mentre è allo studio una class action per quegli azionisti privati che, insieme allo Stato, detengono i titoli di Petrobras. Cosa rischia il Presidente brasiliano nel caso in cui gli venisse dato torto?
Non credo che accada. La giustizia brasiliana ha una posizione fortemente conservatrice. Nella Corte Suprema ci sono posizioni molto differenziate, ma non c’è alcun tipo di golpismo e quando serviva di eliminare dalla scena politica Lula, la Corte Suprema si è prestata al gioco. Se la Corte Suprema diventa un attore politico, lo diventa nel senso della conservazione. Bolsonaro sa di non correre rischi.

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