lunedì, Aprile 12

Brasile, Perù e Messico: la Cina ha scoperto l’America

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Si è fatto un gran parlare dell’evento che ha avuto luogo il 14 e 15 maggio a Pechino: i cinesi di Xi Jinping avevano illustrato a decine di leader di altrettanti Paesi del mondo il colossale progetto della ‘Belt and Road Initiative. Si è trattato, per molti, del più importante evento diplomatico dell’anno. Con l’arretramento economico della superpotenza americana – impegnata nel programma protezionista dell’’America First’ trumpiano – l’iniziativa cinese sembrava annunciare l’imminente sostituzione di Pechino a Washington, per decenni la nazione più impegnata nel commercio internazionale e promotrice dell’apertura di tutte i Paesi alla globalizzazione.

In sostanza, si tratta di un’enorme mole di investimenti infrastrutturali lungo un gran numero di Paesi (65 per l’esattezza, coinvolgendo una popolazione totale di 4.5 miliardi di abitanti), dalla Corea alla Francia, passando per l’Africa, finanziata in buona parte dalla cinese Asian Infrastructure Investment Bank. Non per nulla il progetto è stato anche chiamato ‘la nuova Via della Seta’ – the Silk Road.

L’Eurasia e l’Africa, tuttavia, non sono i soli continenti verso cui Pechino mira a incanalare sempre più investimenti: con l’annunciato ritiro degli Stati Uniti dalla posizione di Paese alfiere del ‘globalismo’, le dure critiche al North America Free Trade Area (NAFTA) da parte di Donald Trump, e l’uscita dal Trans-Pacific Partnership (TPP), un altro territorio si apre alle mire di Pechino: l’America Latina.

Dei 110 miliardi di dollari che la Cina ha investito nella regione a partire dal 2003, il grosso è stato speso negli ultimi 5 anni. I vantaggi degli investimenti diretti di Pechino sono stati molteplici: l’apertura dei mercati latinoamericani alle imprese cinesi, l’ottenimento di manodopera a basso costo per industrie siniche (paradossalmente, in alcuni settori, i salari in Messico sarebbero persino più competitivi di quelli cinesi), e – per quanto riguarda il commercio – la disponibilità di risorse naturali e materie prime necessarie a sostenere il boom economico dei decenni passati. Da non sottovalutare è anche il ‘soft power’ che la Cina acquisisce: nuovi rapporti diplomatici, potenza ‘contrattuale’ in caso di negoziati, migliore reputazione internazionale (basti guardare come le imprese cinesi sono considerate la vera fonte che alimenta la progressiva ‘rivoluzione industriale africana’).

I vantaggi sembrano molteplici anche per le nazioni ‘ospitanti’: le imprese e gli investimenti stranieri portano con sé lavoro, produttività, e ‘know-how’. Pechino inoltre, al contrario di ben altri Paesi e partner commerciali che hanno operato nel Sud America, non ha mai voluto esercitare alcuna ingerenza in questioni di politica interna: il partner perfetto, insomma, per un’America Latina che sembrerebbe perdere il tradizionale ‘garante’ statunitense della regione.

Stando a un rapporto dell’Atlantic Council, l’evoluzione degli investimenti esteri cinesi diretti verso l’America Centrale e Meridionale ricalca lo sviluppo che l’economia cinese stessa ha conosciuto in questi decenni di continua – anche se ultimamente deludente – crescita economica. Inizialmente erano l’industria mineraria e, in generale, le materie prime i settori prediletti dagli investitori di Pechino: il primario, dal 2003 al 2012, ha ricevuto il 60% degli investimenti. Il terziario rappresentava nello stesso periodo un mero 21% del totale. I dati del 2016 illustrano invece un ribaltamento delle proporzioni, con percentuali del 37% per le materie prime contro il 50% per l’industria dei servizi. Da petrolio, gas, ferro e rame si è dunque passati all’informatica, la finanza, i trasporti e le telecomunicazioni.

Gli imprenditori cinesi iniziarono a guardare seriamente oltre la Grande Muraglia all’inizio del millennio, sotto la spinta del Governo centrale che faceva pressione perchè le compagnie si ‘internazionalizzassero’. L’impulso vero e proprio venne però dato più tardi, con la crisi economica del 2008 e il deprezzamento di risorse e materie prime che facevano gola a Pechino. La ‘corsa’ verso i mercati esterni ha fatto sì che oggi gli investimenti cinesi verso gli altri Paesi siano superiori a quelli che invece sono diretti dall’estero verso la Cina.

La nazione sudamericana favorita dai cinesi è di gran lunga il Brasile: il gigante dei ‘BRICS’ ha ricevuto un flusso di infestimenti per un ammontare di 61 miliardi di dollari (180 contratti). Seguono Perù (con soli – si fa per dire – 18 miliardi di dollari, è il favorito dalle industrie minerarie cinesi, bisognose di rame per lo sviluppo infrastrutturale del Paese) e Messico (6 miliardi di dollari, gode di salari competitivi e della membership nel NAFTA).

Spesso – e sono in aumento – si tratta di cosiddetti ‘greenfield investment’: una compagnia cinese decide di iniziare ‘da zero’ le sue operazioni all’estero, invece che stipulare contratti con aziende del posto, o comprarle del tutto. Questa modalità aumenta ovviamente il potere contrattuale degli investitori cinesi nel Paese ‘ospitante’. Il grosso delle compagnie operanti all’estero (circa l’81% del totale) è costituito dalle ‘State Owned Enterprises’ (SOE) – le grandi imprese statali di Pechino. Non c’è da sorprendersi: la stragrande maggioranza degli stimoli e degli aiuti statali sono destinati a queste aziende. Inoltre, nell’economia cinese, l’accesso ad alcuni settori (quello delle telecomunicazioni, per esempio) è limitato a queste compagnie.

Nonostante la recente evoluzione, in ogni caso, la Cina resta, se paragonata ad altri investitori stranieri, principalmente ancorata al settore delle materie prime. Ci si domanda se questo ingombrante partner stia tutto sommato rallentando la transizione delle economie sudamericane verso l’industria e i servizi. Nonostante la realpolitik cinese – ostinatamente concentrata sull’economia – la presenza della superpotenza asiatica nella regione potrebbe, inoltre, avere comunque ripercussioni politiche e diplomatiche sia negli stessi Paesi in cui Pechino fa affari, sia nei rapporti con la superpotenza nativa del Continente, con cui i cinesi hanno già rischiato di collidere in occasione delle ultime elezioni: gli Stati Uniti.

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