sabato, Ottobre 23

Brasile, l'ombra della recessione field_506ffb1d3dbe2

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Rio de Janeiro – L’equipe economica del Governo brasiliano ha lanciato l’allarme: il Paese è a rischio recessione. La previsione è quella di un nuovo calo del Pil, e sarebbe la seconda consecutiva. Nel mercato finanziario la stima degli analisti consultati dalla Banca Centrale è che il Paese cresca quest’anno solo dello 0,97% . Altri economisti prevedono una crescita più bassa, dello 0,6%. Se questi dati venissero confermati sarebbe il risultato peggiore dell’economia brasiliana dal 2009, da quando, cioè, la crisi globale ha raggiunto l’apice e il Pil ha chiuso l’anno con una contrazione dello 0,3%.

Per capirne di più abbiamo chiesto un parere all’ex Presidente del Banco Centrale del Brasile, l’economista Carlos Langoni.
Langoni, che è anche direttore del Centro di Economia Mondiale della Fondazione Getulio Vargas (FGV), parla di un Brasile in grande difficoltà economica a cui serve una serie correzioni fiscali immediate.

 

Langoni, alcuni economisti sono convinti che l’economia brasiliana sia in recessione. E’ d’accordo?
Direi che per fortuna ancora non è successo, ma non siamo lontani. I dati della produzione industriale sono negativi, si sta verificando una contrazione del settore industriale che non è un fenomeno casuale. Il problema sta nella competitività dell’economia brasiliana: di questo bisogna occuparsi, questo deve essere il grande tema dell’agenda economica attuale. Questo calo di competitività si riflette persino nello sport. Basti pensare alla nazionale brasiliana: ha perso competitività. Non siamo più competitivi nel calcio. In Brasile il calcio storicamente e culturalmente è un’alternativa alla scuola. In Germania è solo un hobby, un’estensione della scuola.  Pensavamo di poter vivere eternamente di talento, solo che il mondo oggi non vive solo di questo. C’è bisogno di talento, ma soprattutto di pianificazione e gestione. Settori che non sono competitivi possono diventarlo e settori che non sono competitivi a livello globale possono perdere questo status. Tutto dipende principalmente dal binomio investimento/innovazione. Le due cose devono essere interconnesse. Nel mondo globalizzato l’investimento deve avere una componente di innovazione tecnologica, deve possedere i requisiti delle nuove tecnologie. Faccio un paragone interessante: perché l’agro-alimentare in Brasile è così competitivo?  Perché è un settore che investe e innova in maniera costante. E’ un errore immaginare che l’agro-alimentare sia competitivo solo perché il Brasile possiede competitività ereditata dalla risorse naturali. Questo aiuta, certo. Ma è l’innovazione a fare la differenza.

Qual è il più grande problema dell’industria brasiliana oggi?
Il carico tributario. E’ lo stallo del settore privato a penalizzare l’investimento, è la formalizzazione della manodopera e della innovazione stessa. Per come funzionano qui le cose quando parte un investimento, ancora prima di vedere i risultati di questo stesso investimento, si va incontro ad una serie di tasse esageratamente alte. Per non parlare delle infrastrutture obsolete che limitano la competitività. E poi ci sono i costi altissimi del privato. Il Paese ha ancora tassi d’interesse molto alti che riflettono in parte gli errori della gestione macroeconomica, la dipendenza dalla politica monetaria per mantenere sotto controllo l’inflazione. Se esistesse un mix più equilibrato di politica monetaria e fiscale, probabilmente l’inflazione sarebbe minore e i tassi d’interesse dell’economia brasiliana non sarebbero così elevati.  

Questo quadro di recessione che si sta delineando nell’industria si applica anche all’economia in generale? Ancora no. Per me la recessione avviene quando il Paese cresce costantemente sotto la soglia del Pil potenziale. Il Paese è vicino alla recessione perché l’1% della crescita del Pil è obiettivamente molto poco per un Paese che storicamente cresce ogni anno del 4%, 5%. Gli altri Paesi del Brics stanno vivendo il processo del ‘soft landing’, di atterraggio soave. Vale a dire: la Cina non cresce più del 10%, sta crescendo del 7%, 6%. Non esiste nessun fattore economico negativo oggettivo che condanni il Brasile a crescere appena dell’1%. Stiamo vivendo un processo di stagflazione. Non di recessione. Il settore dei servizi è ancora in crescita, il consumo privato cresce del 3%, 4%, l’agro-alimentare del 3,5%, 4%, ma siamo vicini alla stagnazione che si combina con l’inflazione alta.  Adesso il settore dei servizi, l’agro-alimentare e il minerario generano posti di lavoro, non più l’industria.

Quindi il Paese sta vivendo un momento di stagflazione, non di recessione …
Sì. Stagflazione con recessione in alcuni settori, principalmente in quello industriale. Siamo in una fase di transizione. Sappiamo che la situazione attuale non può rimanere la stessa per molto tempo: o si risolve in una crisi grave, che significa recessione pesante, oppure si provvede a invertire la rotta della crescita per restaurare una certa fiducia. Tutto indica che, chiunque sia il prossimo Presidente, dovrà lavorare duro per risalire la china. Il primo anno sarà difficile, non esistono soluzioni magiche. L’importante è l’iniezione di fiducia, che è quello di cui il Paese ha più bisogno.

C’è il rischio che i posti di lavoro calino anche in altri settori oltre a quello industriale?
Certo che sì. Dobbiamo evitarlo a tutti i costi. Chiunque sia il prossimo Presidente dovrà mettere mano all’intera politica economica del Paese se vuole salvare il Brasile.  Lo scenario è preoccupante. La crescita del Pil è calata un’altra volta fino all’1%, molto al di sotto del potenziale brasiliano. L’inflazione continua rigida, sopra la fascia del 6%. L’ambiente esterno non è quello di crisi, ma è ostile e riduce i margini di manovra della politica economica. Con il recupero graduale dell’economia negli Stati Uniti e con l’aumento dei posti di lavoro è già stato annunciato dalla Fed che l’acquisto di titoli terminerà ad ottobre e probabilmente alla metà del prossimo anno cominceranno a salire i tassi di interesse americani. Questo provocherà un riallineamento dei prezzi nel mondo intero: delle commodities, delle monete, e dei tassi d’interesse. E anche il Brasile sarà costretto a fare delle correzioni. Avremo un periodo di tregua di un anno, tra questo luglio e il terzo trimestre del 2015, poi ci toccherà correggere. Non saranno correzioni facili, non esistono soluzioni magiche e avranno un prezzo. Economico, sociale e politico. Sta arrivando l’ora della verità.

Questa correzione nel 2015 porterà ad una maggiore decelerazione economica?
Se il Governo ci mette mano no. Quello che può ridurre l’impatto recessivo di questa ‘correzione di squilibri’ è un programma economico consistente e credibile, in grado di invertire le aspettative pessimiste dei consumatori e degli investitori.

Questo assestamento fiscale è necessario anche per infondere fiducia?
Esatto. E’, in maniera più ridotta, quello che i Paesi della Zona Euro hanno dovuto affrontare. Questo assestamento è necessario per ristabilire la fiducia, per continuare a credere in una politica fiscale solida. Sarà qualcosa che all’inizio implicherà certamente il taglio delle spese e anche degli investimenti pubblici. Tutti stiamo aspettando una riforma tributaria del Governo. L’obiettivo è trasformare l’investimento, principalmente privato, in un grande motore di crescita. Il Governo deve aprirsi a nuove concessioni.

L’anno che verrà sarà difficile quindi per il nuovo Presidente …
La prima parte si. Bisognerà correggere gli squilibri dell’economia brasiliana. Il Governo dovrà saper dosare la sua politica per rompere questa rigidità inflazionaria e correggere prezzi e cambio. Non sarà facile, ma, passata la prima fase, sarà più facile riconquistare fiducia e stimolare il settore privato.

Sia Lula che Dilma hanno tentato di fare la riforma tributaria e non ci sono riusciti. Le premesse non sono delle migliori …
Il Brasile è una società ogni giorno più organizzata, una democrazia che si consolida passo passo. Dobbiamo avere la capacità, non solo il Governo, ma tutta la società civile e i Sindacati di affrontare e superare questa prova. Non è possibile che il Brasile, che ha una grande esperienza di riforme economiche, non sia in grado di presentare un progetto di riforma tributaria sotto la direzione di un Presidente eletto e convincere il Congresso ad approvare una riforma innovatrice. Serve ad eliminare le distorsioni, a creare un ambiente di negoziazioni tale per cui l’economia possa crescere non dell’1%, ma del 4%, 5%.

Insomma è ottimista o no? 



Molto. Sarà un processo graduale, non credo nel fatalismo economico. La politica economica è fatta per cambiare la storia. Se c’è una situazione di stallo, di recessione e manca la competitività, tocca al Governo usare gli strumenti di politica economica per invertire la rotta e creare un ambiente di negoziazioni che stimoli la produttività, la competizione e di conseguenza gli investimenti. Gli strumenti ci sono tutti: negli ultimi anni ci siamo preoccupati solo della gestione macroeconomica a breve termine. Oggi dobbiamo sposare la visione del medio e lungo termine.

 

 

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