lunedì, Settembre 20

Brasile: grandi eventi e grandi problemi

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Nel 2010 il Brasile sembrava sul punto di inaugurare una sorta di età dell’oro: un tasso di crescita del 7,5% annuo con la previsione di diventare la quinta economia al mondo nel 2050, il prestigio internazionale guadagnato negli otto anni di presidenza Lula e il ritorno d’immagine per l’assegnazione della Coppa del mondo di calcio del 2014 e delle Olimpiadi del 2016 a Rio fungevano da premesse verso un futuro apparentemente senza ostacoli.

A distanza di cinque anni, di quel gioioso entusiasmo è rimasto ben poco. Oggi la musica è cambiata. Dopo un aumento del PIL a ritmi da sogno per oltre un decennio, come un fulmine a ciel sereno è giunta la recessione. L’economia non cresce più, molte aspettative sono state deluse, la corruzione impera, e anche il ‘lulismo’ sembra ormai destinato al tramonto. Per questi motivi il 2015 per il colosso verdeoro non rappresenta solo l’anno di transizione fra uno Mondiale dagli esiti infausti – dentro e fuori dal campo – e un’Olimpiade quasi alle porte. È tempo di bilanci per capire lo stato di salute del Paese e provare a indagare su cosa, in questi anni, non ha funzionato. E ieri circa un milione di persone sono scese in strada in tutto il Paese per chiedere le dimissioni della Presidente Dilma Rousseff  – che secondo un recente sondaggio il 66% della popolazione non vorrebbe più alla guida del Paese.

I due grandi eventi sono stati inframmezzati dalla rielezione, nel novembre 2014, della Presidente Dilma Rousseff, leader del Partido dos Trabalhadores (PT, centrosinistra) ed erede di Lula. Se nel suo primo mandato ha sostanzialmente proseguito l’opera del suo predecessore, ora la Presidente è impegnata nel difficile compito di rilanciare una crescita stagnante, restituire credibilità a una classe politica ormai squalificata e placare gli animi di una popolazione sempre più scontenta.

 

Perché il Brasile ha smesso di crescere?

Per comprendere i mali dell’economia brasiliana dobbiamo partire da lontano. Con la fine della dittatura nel 1985, il Brasile ha cercato di ridurre le disuguaglianze e incentivare la crescita attraverso l’aumento delle spese pubbliche, con la creazione di programmi sociali e la concessione di sussidi. Una delle conseguenze è stata l’aumento dell’inflazione. Più avanti il fenomeno è stato arginato, soprattutto grazie a una riduzione degli investimenti pubblici e all’aumento delle imposte. Il lato positivo di questa situazione è che l’inflazione è stata messa sotto controllo, alcune riforme sono state realizzare e il Paese ha ripreso la sua marcia.

Il Paese ha toccato l’apice negli anni Duemila, sotto la presidenza di Luiz Inácio da Silva, detto Lula. Egli è stato diverso dai suoi predecessori: di provenienza popolare, conosceva bene la gente e i suoi problemi. Il suo programma di Governo era scandito dallo slogan ‘Para um Brasil decente‘, a riprova della volontà di mettere al centro della proprio azione l’aiuto verso chi ne aveva più bisogno. Grazie al poderoso sistema sociale che ne è scaturito, e con la doppia congiuntura favorevole di sviluppo economico e industriale, il Brasile, che nel 2000 era al settimo posto al mondo per la peggiore distribuzione del reddito, aveva iniziato lentamente ad appianare le disparità.

Fino al 2010 i risultati sono stati esaltanti: sulle ali dell’entusiasmo di una crescita accelerata, le persone hanno cominciato a credere che quello sarebbe stato l’inizio di uno sviluppo cinese. Ma poi è finito tutto alla fine dello stesso anno, quando, alla vigilia delle elezioni, il Governo si è lanciato in una nuova politica di spese eccessive: ha iniziato (e tuttora continua) a spendere costantemente più di quello che guadagna. Non è mai esistita una politica risparmio pubblico e, cosa peggiore, il bilancio pubblico accumula tuttora debiti non per aumentare gli investimenti ma per finanziare le spese correnti. Era un modello insostenibile e diversi economisti ne avevano previsto il collasso.

Secondo Ricardo Hausmann, direttore del centro per lo sviluppo internazionale della Kennedy School of Government dell’Università di Harvard, il problema di fondo è che il sistema pubblico ha soffocato quello privato. Lo studioso afferma che l’iniziativa basata sulla sostituzione delle importazioni e sull’esigenza di contenuto nazionale ha contribuito molto poco a incentivare la produttività delle imprese brasiliane. Il Paese non ha saputo sfruttare i prezzi valorizzati dalle esportazioni, non ha saputo investire il necessario per potenziare la crescita. E così, dopo un decennio di crescita sostenuta, il Brasile si è fermato.

Al momento la situazione tende a peggiorare a causa di ulteriori elementi di pressione, come la crisi energetica. Quando si considerano tutti questi fattori insieme, ci si rende conto come mai gli investitori guardino al Brasile con molta preoccupazione: parliamo di una situazione molto complessa per la quale si fatica a intravedere soluzioni a breve termine.

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