giovedì, Dicembre 2

Brasile: manca la fiducia dei mercati

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Invertire la rotta della crisi di fiducia che i mercati nutrono nei confronti del Brasile dipende da un cambiamento completo delle attitudini e delle priorità della politica economica del Brasile.

Si tratta di un prezzo piuttosto alto da pagare per un governo poco preparato come quello di Dilma Roussef.
Così la pensa l’economista ed ex Presidente della Banca Centrale brasiliana Arminio Fraga.
Secondo Fraga nemmeno il Ministro delle Finanze, Joaquim Levy, riuscirà a risolvere il problema.
«E’ troppo isolato» ritiene Fraga.

Quante sono le probabilità che il Brasile recuperi la fiducia degli investitori sui mercati?

La grande difficoltà di questa situazione è data próprio da coloro che l’hanno creata, il gruppo che oggi è al potere.
Queste persone stanno trattando gli argomenti economici in maniera equivoca. Già da tempo ripeto che il modello economico che abbiamo oggi è destinato a fallire. I risultati si vedono tutti i giorni. E’ un modello che non stimola investimenti, crescita e nemmeno aumento di produttività.

Sta dicendo che il governo Roussef deve cambiarei l suo modo di pensare l’economia?

Sto dicendo che deve cambiare almeno le sue attitudini. La questione è la seguente: quando non si ha certezza, ne convinzione di cosa si sta facendo, come in questo momento, non si può avere fiducia. Ma aspettarsi che questo governo cambi significa chiedere troppo, forse.

Il Ministro Levy potrebbe promuovere questo cambiamento o no?

Il fatto che sia diventato Ministro è un buon segno, è un uomo intelligente e capace. Però è isolato, il suo lavoro si concentra sulle questioni fiscali. Questo è solo un palliativo, c’è bisogno di molto di più.

Di cosa esattamente?

Dobbiamo cambiare il nostro modo di fare praticamente in tutti i settori più importanti. E’ un’agenda estesa che va dalla riforma tributaria, allo sblocco degli investimenti nelle infrastrutture, fino alla modifica del funzionamento del mercato del credito attraverso l’attacco alla presenza massiccia delle banche pubbliche. Le banche sono ovunque oggi e hanno un potere eccessivo. Dobbiamo anche rivedere il modello di inserimento del Brasile nell’economia mondiale e questa rappresenta una sfida tremenda, molto difficile. Persino la modifica che lo stesso Levy sta promuovendo in questo momento è difficile da realizzarsi. L’anno scorso le cose sono andate totalmente in fumo, perciò anche se oggi queste modifiche funzionassero, sarebbero insufficienti. Solo palliativi.

Sta dicendo che la soluzione proposta da Levy non serve a nulla? Il paese non uscirà dalla recessione?

La situazione tende a peggiorare, sì. L’economia è minacciata di diversi eventi esterni come la crisi energetica. Non si risolve la notte per il giorno. Il governo, poi, sta vivendo un periodo di serie difficoltà politiche: la stessa inchiesta sul petrolio rappresenta un problema importante perchè ha un grandissimo impatto sull’economia brasiliana. Quando si considerano tutti questi fattori insieme, ci si rende conto chiaramente che non è stato per nulla che la Petrobras ha perso il suo grado di investimento. Gli investitori guardano al Brasile con molta preoccupazione. Il tasso di interesse effettivo sul debito, quella che si calcola quando si tiene conto dei sussidi che il governo da, arriva quasi al 20%. E’ una cosa incredibile. Parliamo di una situazione molto complessa per la quale non vedo una soluzione a breve termine.

In questo scenario è inevitabile, quindi, che il Brasile perda il grado di investimento?

E’ presto per arrivare a certe conclusioni, ma certamente il rischio esiste.

La rivista ‘The Economist‘ afferma che paesi con le caratteristiche del Brasile sono in condizioni migliori.

E’ la verità. Ma bisogna anche ricordare che nella stessa fascia ci sono paesi con molti problemi, come la Russia. La situazione lì non fa invidia a nessuno. Il fatto è che il Brasile ha perso quello charme di paese emergente che aveva acquisito proprio grazie al cammino che aveva percorso in direzione della crescita.

Crede che le istituzioni stiano fallendo?

In maniera generale no. Le nostre istituzioni principali hanno già passato prove molto dure sono riuscite ad uscirne illese. Nel caso dell’inchiesta ‘mensalão’, per esempio, il Ministero Pubblico, la polizia e la Giustizia hanno fatto il loro dovere. Il petrolio è ancora in gioco ma gli investigatori stanno agendo correttamente. Ciò che mi preoccupa veramente è vedere l’ex presidente Lula parlare in maniera rabbiosa e aggressiva a proposito della Petrobras.
Grazie al modo in cui lui stesso ha posto le cose, le istituzioni si sono sentite minacciate. Il suo è stato un discorso, antidemocratico, ha dimostrato di non apprezzare un ambiente aperto al dibattito.

Quali sono gli effetti che la crisi della Petrobras avrà sull’economia?

La Petrobras è un gigante responsabile per una parte importante degli investimenti in Brasile. La sua crisi, quindi, ha un impatto diretto sulla fiducia generale. E’ difficile da calcolare, ma certamente questo impatto ha dei chiari effetti sulle scelte dei fornitori. Stiamo parlando di una questione molto seria e delicata.

Il possibile calo della produttività delle imprese peggiorerebbe il quadro economico…

E’ inevitabile che, durante le indagini, alcune imprese affrontino difficoltà e per questo decidano di uscire dal mercato. Alcune persone pensano che questo non sarà un problema perchè la manodopera disponibile verrà assorbita facilmente da altre imprese che sostituiranno quelle fuori dai giochi.
Però questa transizione non succede dalla notte al giorno, io prevedo momenti molto difficili. L’economia soffrirà molto. Di certo, però, il paese non crollerà per colpa delle imprese. Aldilà degli sviluppi dell’inchiesta sul petrolio, si tratta di una sfida importante per il Brasile, potrebbe rappresentare una chance per il suo rilancio.

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