lunedì, Ottobre 18

Brasile: Bolsonaro e i militari, un rapporto in esaurimento? In vista delle prossime elezioni presidenziali 2022, e in considerazione del moltiplicarsi delle richieste d'impeachment, la domanda che comincia a farsi strada è: nel caso Bolsonaro tenti una presa di potere abusiva, magari resistendo all'impeachment o rifiutando la sconfitta alle urne, i militari lo sosterranno?

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Il 30 giugno, 11 partiti di opposizione (di sinistra e centro) hanno presentato l’ennesima richiesta d’impeachment nei confronti del Presidente Jair Bolsonaro, ritenendolo responsabile di presunta corruzione nell’acquisto di vaccini Covaxin, prodotto in India, contro il Covid-19.
La richiesta -definita ‘superimpeachment’- è firmata da 46 parlamentari e condivisa anche da una serie di organizzazioni e movimenti sociali.
Domani 3 luglio, poi, si terranno una serie di manifestazioni in tutto il Paese per chiedere la destituzione di Bolsonaro -nelle scorse settimane già in altre due occasioni si erano avute manifestazioni in molte città brasiliane. Bolsonaro ha già al suo attivo 120 richieste d’impeachment.Probabilmente anche in questo caso nulla accadrà, ma la pressione esercitata dall’opposizione in Parlamento e dalla gente in strada sembra iniziare a farsi sentire sul Presidente.

Inizialmente, almeno in Europa, il fatto era quasi passato inosservato, tutta l’attenzione era attratta dalla stravaganza e dalla strabordaggine del personaggio, Presidente della Repubblica del Brasile dal 1° gennaio 2019. Con il passare dei mesi, il particolare ha cominciato mostrarsi per essere tutt’altro che un particolare, fino a svelarsi la caratteristica distintiva del personaggio e della sua Amministrazione. Il ‘particolare’ sono i militari, il ruolo dei militari nel governo e nell’agire di Bolsonaro, lui stesso ex militare, precisamente ex capitano dei paracadutisti.
Ora,
in vista delle prossime elezioni presidenziali, in programma per il 2022, e in considerazione del moltiplicarsi delle richieste d‘impeachment, la domanda che comincia a farsi strada è: nel caso Bolsonaro tenti una presa di potere abusiva, magari resistendo all’impeachment o rifiutando la sconfitta alle urne, i militari lo sosterranno?Oppure i generali manterranno in rotta il Paese? Saranno capaci i militari di rompere con il Presidente anche mettendo a rischio i loro interessi istituzionali?
Se inizialmente la domanda era confinata negli ambienti dell’opposizione politica brasiliana, ora a porsi l’interrogativo sono osservatori come quelli dell’International Crisis Group.

In quel 1° gennaio 2019, nel governo che si insediava, 7 dei 23 Ministri erano militari. Col passare dei mesi, poi, la militarizzazione del governo e dell’intera amministrazione è aumentata costantemente. Il personale militare in pensione o attivo ha costantemente occupato 10 delle 23 posizioni del gabinetto dal 2019. «All’inizio del 2020, il Governo ha integrato altri due membri delle Forze Armate nelle posizioni strategiche di capo di stato maggiore della presidenza e Ministro della Salute. Allo stesso tempo, il numero dei funzionari dell’amministrazione è aumentato vertiginosamente e la gestione delle grandi imprese pubbliche è stata affidata a generali», afferma Maud Chirio, fondatrice e copresidente di Réseau Européen pour la Démocratie au Brésil (Red.br) -rete europea per la democrazia in Brasile che riunisce intellettuali e artisti europei che denunciano gli abusi dell’estrema destra in Brasile per difendere la democrazia, come si legge nella presentazione di Red.br. Un rapporto del 2020 ha rilevato che 8.450 ufficiali militari avevano incarichi nel governo federale, un numero superiore rispetto allo stesso organico sotto il regime militare.

In questi anni il Presidente «ha conferito alle forze armate poteri aggiuntivi e ha fatto tutto il possibile per riabilitare la dittatura militare che ha governato il Paese per due decenni fino al 1985», sottolinea Crisis Group. I privilegi concessi sono enormi. «Gli ufficiali che occupano posti di governo possono guadagnare stipendi sia dalle forze armate che dallo Stato (anche il totale supera il tetto salariale costituzionale) in base ai nuovi regolamenti del Ministero delle Finanze; sono in gran parte esenti dai tagli alle pensioni; e sono l’unico ramo del settore pubblico che ha ottenuto un aumento salariale nel bilancio federale del 2021. Bolsonaro ha anche fatto in modo che i poteri istituzionali dei militari fossero significativamente rafforzati, soprattutto attraverso il loro coinvolgimento nel controllo della deforestazione in Amazzonia».
Sembra che Bolsonaro consideri il «corpo degli ufficiali come la sua base politica, come un partito militare dal quale attingere per ricoprire posizioni politiche», sottolinea Chirio, e attendendosi dal corpo militare un sostegno indiscusso e inesauribile, inclusa «la dimostrazione di ostilità pubblica nei confronti di istituzioni come la Corte Suprema e la magistratura, che ritengono agiscano contro i loro interessi».
E però, ora, l’alleanza tra il Presidente, l’interoclan bolsonaristae i militari «è tesa», rilevano Maud Chirio e Crisis Group, che afferma «il futuro di questa partnership si sta ammantando di incertezza». E così Bolsonaro appare in difficoltà. Nulla fino ad ora era riuscito metterlo alle corde, né le critiche interne e internazionali, né le richieste d’impeachment, né il rafforzamento dei suoi rivali, né il Covid-19 con il suo drammatico bilancio di mezzo milione di morti. E’ bastato un piccolo segnale di indebolimento nel suo rapporto con i militari per metterlo in difficoltà, o quanto meno farlo apparire in difficoltà.

Probabilmente si tratta di tensioni che i militari stessi hanno interesse a esibire «in segno di autonomia e della natura apolitica delle forze armate», «per preservare sia la propria popolarità presso il pubblico, sia per lasciare aperta la porta di uscita», sta di fatto che il clima è cambiato. «Fino a poco tempo fa, la stragrande maggioranza dei generali considerava Bolsonaro il miglior difensore dei propri interessi e delle politiche che vogliono perseguire. Molti di questi uomini sono ultraconservatori. Credono che la sinistra debba essere esclusa dalla politica e che l’Occidente sia in una guerra culturale contro le ideologie ostili alle loro tradizioni cristiane e all’ordine sociale e domestico. Credono che il comunismo non sia morto alla fine della Guerra Fredda e che la dittatura militare del Brasile (1964-1985) sia stata un’età dell’oro in cui i militari hanno combattuto coraggiosamente contro di essa. Questo immaginario collettivo è il motivo per cui lo staff militare ha cooptato Bolsonaro già nel 2014 e poi ha contribuito in modo decisivo alla sua ascesa al potere», afferma Maud Chirio, richiamando l’attenzione su come Bolsonaro, la sua presidenza,sia di fatto unacreaturacostruita dai vertici militari, i quali mai hanno davvero rinunciato al potere, dopo averlo perso, nel 1985. «La militarizzazione della politica brasiliana è il risultato di questo patto siglato tra l’outsider autoritario Bolsonaro e quei generali ultraconservatori desiderosi di avvicinarsi o addirittura tornare al potere». Il che, secondo la fondatrice di Red.br, è soltanto la prova di quanto sia falsa la narrativa secondo la quale il Brasile èapprodato alla democrazia dopo la dittatura militare. La transizione democratica del Brasile è incompleta e Bolsonaro né è la plastica espressione.

E qui bisogna accendere un riflettore sul mondo militare brasiliano. La cultura istituzionale dell’Esercito, afferma Chirio, «è rimasta ostile alla classe politica civile, che descrive come corrotta e incompetente. Tuttavia, fino al 2018 i comandanti sono stati attenti a non intervenire apertamente in politica, anche durante le elezioni dell’ex sindacalista Lula nel 2002 e 2006 e dell’ex guerrigliera Dilma Rousseff nel 2010 e 2014. La pressione è stata principalmente dietro le quinte e su questioni riguardanti l’Esercito stesso o le sue azioni durante la dittatura. Ma all’interno dell’Esercito era diffusa la nostalgia aperta per l’ordine autoritario».
Ufficiali militari in pensione, «molti dei quali ex membri dell’apparato repressivo, hanno creato gruppi di attivisti negli anni ’90, spinti da ideologie di destra importate dagli Stati Uniti. Questi gruppi immaginavano che i nuovi volti del comunismo fossero le lotte culturali progressiste, tra cui il femminismo, i diritti delle popolazioni indigene e delle persone LGBTQ+ e la difesa dell’ambiente. Sembra che queste teorie, a lungo percepite come anacronistiche e deliranti, si siano in realtà diffuse dalla metà degli anni 2000 all’interno dell’Esercito attivo».
Tutto ciò e
l’annessa sfiducia e ostilità nei confronti dei politici «è arrivato al culmine durante la presidenza Rousseff. I militari sono stati particolarmente sconvolti dalla Commissione nazionale per la verità, lanciata nel 2012, che ha ufficialmente raccontato e condannato i crimini commessi durante la dittatura. Alcuni membri dell’alto comando militare hanno considerato questa come una rappresaglia da parte della sinistra comunista. Gli ufficiali si sono posizionati ovunque: nella magistratura, sui social media, nell’amministrazione e si sono candidati a centinaia in tutte le assemblee del Paese alle elezioni del 2018. Alcuni membri dello staff hanno persino applicato strategie diguerra ibrida‘ acquisite dai manuali militari occidentali, progettate per destabilizzare con discrezione i sistemi politici mentre fingevano di rispettare le regole. In tal modo, le forze armate hanno svolto un ruolo centrale, anche se dietro le quinte, nel colpo di Stato istituzionale contro Rousseff nel 2016 che ha portato al suo impeachment e alla successiva elezione di Bolsonaro due anni dopo». Infatti, il sostegno a Bolsonaro da parte delle forze armate ha ricevuto una spinta decisiva nel 2016, riflettendo il forte deterioramento delle relazioni dell’Esercito con il Partito dei Lavoratori.

Bolsonaro doveva essere la rivincita dei militari sulla politica dei civili, ma ora l’ex capitano sta sempre più perdendo di credibilità e questo disturba una fetta importante di militari. Così, alcuni «stanno iniziando a lasciare la nave in pompa magna. Alla fine di marzo 2021, i tre comandanti delle forze armate», Esercito, Marina, Aeronautica, «si sono dimessi in massa dopo che Bolsonaro ha licenziato il Ministro della Difesa», Fernando Azevedo e Silva, perchè, si sostiene, non abbastanza fedele al Presidente. «Altri si stanno allontanando da Bolsonaro in modo più discreto. Bolsonaro, politicamente isolato, è protetto solo dalla popolarità che ha ancora tra un terzo della popolazione». Ma attenzione, dice Maud Chirio, «prendendo le distanze dal Presidente, però, i vertici militari non intendono abbandonare definitivamente le strutture di potere. Al contrario, desiderano darsi i mezzi politici per sopravvivere se Bolsonaro cade o non viene rieletto».
E qui si ritorna alla preoccupazione che sta avanzando strisciante in Brasile: la minaccia che Bolsonaro tenti una presa di potere, potenzialmente resistendo all’impeachment o rifiutando la sconfitta alle urne, e che i militari lo sostengano o rifiutino di fermarlo.

«All’inizio di giugno, secondo quanto riferito , l’ex Presidente brasiliano Michel Temer ha osservato che Bolsonaro potrebbe essere incline a prendere il potere illegalmente nel 2022 se le sue prospettive elettorali si indeboliscono. Alcuni alti esponenti militari hanno lasciato intendere che il Presidente sarebbe stato giustificato nel farlo: il 28 aprile, il capo del Club militare brasiliano, un gruppo di ufficiali in pensione, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha condannato senatori e giudici della Corte suprema accusati di attività corrotte, e ha insistito perché Bolsonaro faccia appello alle forze armate per ‘ristabilire la legge e l’ordine’». E però, afferma Crisis Group, «la forza delle istituzioni brasiliane fa sembrare un colpo di Stato e il ritorno alla dittatura inverosimile». Le recenti sentenze della Corte Suprema e le recenti dichiarazioni dei governatori statali hanno contraddetto Bolsonaro. Al Presidente manca anche il sostegno di attori chiave come la maggior parte dei media. Si tenga conto poi che l’Esercito stesso ha affermato il proprio impegno ad aderire al proprio ruolo costituzionale.
Esercito che non ha mai dimenticato i ‘precedenti’ di Bolsonaro. «
Agli occhi dei generali, l’attrattiva di Bolsonaro come difensore degli interessi militari non ha mai oscurato i suoi scontri con le forze armate. Capitano dell’esercito dal 1974 al 1988, Bolsonaro si è impantanato in polemiche verso la fine della sua carriera militare, in gran parte a causa delle sue lamentele pubbliche sui bassi salari alle truppe. Nel 1988, i pubblici ministeri dell’Esercito lo accusarono di aver pianificato di piazzare bombe in unità militari e in altri siti strategici per protestare contro gli stipendi bassi e i tagli di bilancio. La Corte Suprema Militare lo ha assolto dalle accuse. Dopo il processo, Bolsonaro si è dimesso dal suo incarico nell’Esercito e si è dedicato alla politica». E se anche nella sua carriera in politica si è distinto per essere un sostenitore delle cause militari, quasi ‘il sindacalista’ dei militari, è vero che nel corso di sette mandati consecutivi come deputato al Congresso è stato affiliato a otto diversi partiti politici e si è fatto conoscere dal grande pubblico più che per azioni politicamente rilevanti per battute oscene, attacchi a donne e omosessuali, difesa della tortura, ecc…

La gestione disastrosa della pandemia, nella quale proprio i militari sono stati fatti esporre in prima linea da Bolsonaro, insieme al venir meno della reputazione degli stessi presso la popolazione, causa pandemia e causa i privilegi di cui godono,potrebbe essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso nel rapporto tra Bolsonaro e i militari. In vista potrebbe esserci la rottura, o quanto meno una poderosa presa di distanze, comunque quanto basta da poter ritenere che se il Presidente tentasse di sovvertire la Costituzione non troverà al suo fianco i militari.

La possibilità di un ritiro completo dal governo,Crisis Group tende a escluderlo. L’azione «priverebbe l’esecutivo di quasi la metà dei suoi ministri e metterebbe in pericolo centinaia di posti chiave in quasi tutti i ministeri e migliaia di posizioni nell’amministrazione federale: un enorme disaccoppiamento che potrebbe far precipitare il governo in una grave crisi istituzionale. D’altra parte, sarebbe rischioso per i militari puntellare Bolsonaro, anche se a malincuore, mentre la pandemia infuria e la battaglia elettorale si infiamma: i militari potrebbero trovarsi ulteriormente coinvolti nelle questioni politiche. Il rischio sarebbe particolarmente alto se il Presidente attribuisse alle forze armate responsabilità scomode e controverse, come invitare le truppe a contenere le manifestazioni pubbliche o ampliare il loro attuale sostegno alla logistica elettorale».
Potrebbero i militari «cercare un’alternativa sia a Bolsonaro che al Partito dei Lavoratori che i vertici potrebbero sostenere nella corsa presidenziale del 2022. Ma i sondaggi d’opinione suggeriscono che nessun candidato ha alcuna possibilità contro Lula o Bolsonaro in quelle elezioni».
L’interrogativo di fondo, dunque, per ora rimane aperto, per come si muove la politica brasiliana tutto potrebbe ancora accadere.

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