lunedì, Maggio 17

Brasile, Argentina, Messico: reprimere in nome della sicurezza Le cosiddette leggi antiterrorismo rischiano di violare i diritti umani nel Continente

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Dilma Rousseff  sicurezza

La via verso lo sviluppo, inteso come miglioramento complessivo delle condizioni di vita degli individui, passa soprattutto dal delicato tema dei diritti umani fondamentali. Il primo di questi, da cui derivano necessariamente tutti gli altri, è quello all’incolumità e alla sicurezza personale. In una regione come l’America Latina, funestata da stravolgimenti politici, sociali ed economici, ma che nella faticosa e controversa ricerca del buen vivir ha il suo principale obiettivo, lo sviluppo passa necessariamente dalla capacità delle istituzioni di garantire questi diritti.

Si parla frequentemente di guerriglia, narcotraffico, criminalità organizzata come i principali attori responsabili del clima di insicurezza che vivono molte nazioni latino-americane. Eppure anche lo Stato, che dovrebbe occuparsi della protezione dei suoi cittadini, si trasformarma spesso e volentieri nel loro aguzzino. Un paradosso dovuto all’approvazione di legislazioni estremamente severe, che concepite (fosse anche in buona fede) per tutelare la seguridad ciudadana, finiscono per ledere i diritti umani e diventare un comodo strumento di repressione da parte delle autorità.

Questo paradosso della sicurezza emerge chiaramente da alcuni contestati episodi che hanno caratterizzato le cronache recenti del Continente. L’ultimo caso risale a una settimana fa, quando lo Stato messicano di Puebla ha pubblicato il testo di una legge che consente l’uso di armi da fuoco letali nel corso di proteste pubbliche. Un evento che, hanno fatto notare diverse ONG, rientra in una tendenza a restringere, a livello sia statale che federale, la libertà di espressione e manifestazione.

La nuova legge, denominata prontamente Ley Bala (Legge Proiettile) sulle reti sociali, ha causato un tale putiferio che i deputati di Puebla hanno fatto rapidamente marcia indietro, tanto che, al momento dell’uscita sulla Gazzetta Ufficiale, la legge è stata modificata, e il passaggio contestato sull’uso delle armi da fuoco, prontamente rimosso.

In Brasile, l’avvicinarsi del Mondiale, insieme all’entusiasmo suscitato dalla prestigiosa competizione, porta con sé anche la preoccupazione di nuove manifestazioni sulla falsariga di quanto accaduto un anno fa nel corso della Confederations Cup. I brasiliani sono stanchi di servizi pubblici inadeguati, e la Coppa, con i suoi ritardi, le spese crescenti per il bilancio nazionale, rappresenta lo specchio della situazione che vive il Paese. Dallo scorso novembre il Senato brasiliano sta lavorando su una legge anti-terrorismo che, sulla carta, dovrebbe fornire uno strumento per tutelarsi da attentati e atti violenti.

In realtà, da quanto emerge dal testo del provvedimento, la definizione di terrorismo che viene presentata è piuttosto generica, e si presta facilmente a punire crimini che hanno poco a che vedere con esso. I difensori dei diritti umani hanno espresso preoccupazione per l’uso che le autorità potrebbero fare del provvedimento in occasione di nuove proteste. Se nel corso dei disordini si applicassero le nuove norme a chi dovesse compiere atti vandalici, i colpevoli potrebbero rischiare fino a 40 anni di reclusione. La pena minima, di 12 anni, è superiore addirittura a quella prevista per omicidio.

C’è chi sostiene che si tratti di uno stratagemma ordito dal Governo di Dilma Rousseff per dissuadere gli oppositori dallo scendere in piazza. Alcuni hanno persino paragonato il provvedimento al famigerato AI-5, l’ordine esecutivo approvato nel 1968 dalla dittatura militare che sopprimeva alcune garanzie costituzionali. Senza esagerare, si può benissimo pensare, come ha fatto Helio Schwartsman in un editoriale per Folha de São Paulo, che si tratti di un tentativo, un po’ maldestro, di persuadere gli elettori che il PT (Partido dos Trabalhadores) di Rousseff è preparato per ogni evenienza e ha la situazione sotto controllo.

Se in Brasile la legge anti-terrorismo è ancora in fieri, e viste le perplessità che sta suscitando potrebbe rimanere lettera morta, in Argentina una legislazione apposita c’è già. Ed è stata applicata, per la prima volta, per accusare un giornalista, Juan Pablo Suárez, di sedizione e incitamento alla violenza collettiva contro le istituzioni. Il caso risale alle proteste organizzate a fine 2013 dai sindacati delle forze di polizia, che chiedevano un aumento salariale.

A Santiago, Suarez aveva filmato l’arresto, avvenuto in modo piuttosto drammatico e immotivato di fronte alla moglie e alle figlie, di un poliziotto scioperante da parte dei suoi colleghi. Il giorno dopo si è trovato in prigione come primo giornalista accusato di terrorismo. Dopo dieci giorni è stato rilasciato, ma affronta ora un processo che potrebbe chiudersi con una condanna a 12 anni di reclusione. Anche in questo caso non si è fatta attendere la reazione di chi vede nella legge, e nella sua applicazione, un pericolo per la libertà di stampa e di protesta. Il costituzionalista Daniel Sabsay ha commentato che ‘la legge anti-terrorismo serve per limitare la libertà di espressione e manifestazione, ed è molto pericolosa’.

Chi invece sembra aver fatto qualche passo avanti in fatto di norme repressive è il Cile del Presidente Michelle Bachelet, recentemente rieletta per il suo secondo mandato dopo quello del 2006-2010. La legge anti-terrorismo, redatta nel 1984 durante il regime di Augusto Pinochet, è da tempo sotto accusa in relazione alla sua applicazione nel punire le proteste organizzate nelle regioni di Araucania e Biobio dagli indigeni mapuche. Nonostante Bachelet stessa avesse applicato la legge dell’84 nel corso del suo primo mandato, già in campagna elettorale per la corsa alla rielezione aveva ammesso che il suo utilizzo nella gestione del conflitto coi Mapuche fosse rivelato un errore.

Del resto, già l’estate scorsa l’ONU, per bocca dell’esperto indipendente Ben Emmerson, aveva criticato l’uso della legge contro gli indigeni. ‘La Legge Anti-Terrorismo è stata utilizzata in modo discriminante nei confronti dei Mapuche’, aveva dichiarato Emmerson al termine di un viaggio in Araucanía. Secondo l’ONU, la legge ordinaria è più che sufficiente per perseguire eventuali crimini nella regione.

Ora sembra che la Bachelet sia intenzionata a cambiare rotta. A marzo, il Ministro degli Interni, Rodrigo Peñailillo, durante un incontro con l’intendente dell’Araucanía Francisco Huenchumilla, ha rinnovato il proposito di abbandonare la legge antiterrorismo nel giudicare i ribelli. Malgrado la situazione nel nord rimanga caratterizzata dall’instabilità, una maggiore moderazione da parte dello Stato nella sua gestione potrebbe facilitare una soluzione e, nel breve periodo, regalare agli abitanti delle zone interessate un po’ di serenità.

In numerosi studi (qui riportiamo uno dell’ONU) è stata sottolineata la necessità da parte dell’America Latina di dare priorità alle politiche di sicurezza. Come si diceva in apertura, puntare sulla sicurezza è la premessa fondamentale per lo sviluppo. Gli stessi studi hanno calcolato gli impressionanti costi economici derivati da alti tassi di criminalità. Ciò nonostante, va sottolineato che lo stesso sviluppo ha contribuito a creare alcune delle condizioni che oggi facilitano la violenza. Basti pensare alle migrazioni interne verso le città delle masse negli anni 80 e 90, origine delle favelas e dei loro equivalenti.

Il ruolo dello Stato, in questo senso, è ambiguo. Per controllare la violenza, si è spesso trasformato a sua volta in attore violento. Le repressioni in Venezuela sono l’esempio più palse di quanto le forze dell’ordine, in un contesto in cui la separazione tra potere esecutivo e giudiziario, possano diventare da protettori, persecutori, contribuendo all’insicurezza.

I casi di Messico, Brasile e Argentina mostrano quanto la richiesta di beni pubblici e di un migliore tenore di vita da parte di società in via di sviluppo si scontrino con i propri Governi, che piuttosto che inoltrarsi sulla via del riformismo, gestiscono il malcontento con la forza.

 

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