lunedì, ottobre 22

Brasile alle urne: finirà l’egemonia del PT? Tutti i candidati alle elezioni presidenziali 2018 e i loro programmi. La partecipazione di Lula farà la differenza per il PT

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Il 7 ottobre prossimo, in Brasile, si terranno le elezioni per il nuovo Presidente della Repubblica Federale Brasiliana.

La Costituzione, sancita il 5 ottobre 1988 dal Congresso Nazionale Costituente eletto nel 1984, definisce il Brasile una Repubblica Federativa formata dall’unione indissolubile degli Stati, dei Municipi e del Distretto federale.

La forma di governo è, appunto, quella presidenziale ed il Presidente eletto, a cui fa capo l’Esecutivo, rimane in carica per 4 anni. Contestualmente alle elezioni presidenziali, si svolgono quelle per il Congresso Nazionale, l’organo legislativo composto da due camere: la Câmara dos Deputados, nella quale risiedono 513 deputati, e il Senado Federal, con i suoi 81 senatori.  

L’elezione del Presidente avviene tramite suffragio universale diretto con un sistema a doppio turno. Nelle elezioni presidenziali di quest’anno il primo turno si terrà il 7 ottobre e vedrà contrapporsi ben 13 candidati – il maggior numero dalle elezioni del 1989 – i quali hanno dovuto presentare la propria candidatura presso il TSE (Tribunal Superior Eleitoral – Corte Elettorale Suprema) entro il 15 agosto scorso. Nel caso – molto probabile – che nessuno riesca a raggiungere la maggioranza assoluta, i due candidati più votati si scontreranno al ballottaggio previsto domenica 28 ottobre.

Il Presidente uscente è Michel Temer, avvocato originario di Tietê. Temer nel 2014 –mentre era vicepresidente- è subentrato alla Presidente Dilma Rousseff, la quale, nel 2016, è stata destituita dall’incarico dopo la messa in stato d’accusa per aver truccato i bilanci annuali statali per garantirsi la rielezione. Lo stesso Temer, però, lo scorso 22 maggio, ha annunciato che non si sarebbe presentato alle elezioni e così è stato. La scelta dell’attuale Presidente brasiliano è stata, in un certo senso, obbligata, dato che è coinvolto in uno scandalo tangentizio, e, come se non bastasse, il 14 settembre dello scorso anno, è stato accusato dal procuratore generale del Brasile, Rodrigo Janot, di ostruzione alla giustizia e associazione a delinquere.

Lo scandalo tangenti -scaturito dalle indagini della Polizia Federale brasiliana che hanno portato alla famosa Operação Lava Jato (Operazione Autolavaggio)- si è ripercosso, soprattutto, sull’ex Presidente Luiz Inácio Lula da Silva, in carica dal 2003 al 2011, e su tutto il suo PT (Partido dos Trabalhadores – Partito dei Lavoratori), di cui faceva parte anche la Rousseff.

Il 15 agosto il PT ha formalizzato ufficialmente, presso il TSE, la candidatura di Lula, ma c’è un ‘piccolissimo’ dettaglio che non gioca proprio a favore dell’ex premier. Lula attualmente si trova rinchiuso in una cella del carcere federale di Curitiba, condannato in seconda istanza a 12 anni di prigione, e da lì sta svolgendo la sua ‘campagna elettorale’. La legislazione però è chiara: in base alla legge complementare n. 135/2010, denominata ficha limpa (fedina penale pulita), i condannati in seconda istanza non possono partecipare alle elezioni. Il paradosso è che questa legge è stata emanata nel 2010, proprio sotto il Governo Lula.

Il TSE, comunque, avrà tempo per decidere sulla validità delle candidature fino al 17 settembre, termine  ultimo in cui si saprà il destino di Lula, ma che, data la giurisprudenza, appare segnato.

Il PT -che sta cogliendo l’occasione per scombussolare il quadro elettorale e sociale, visto anche l’ampio sostegno di cui gode ancora l’ex Presidente tra i suoi sostenitori- ha già in mano il ‘Piano B’ che corrisponde al nome di Fernando Haddad, avvocato di origini libanesi, già Ministro dell’Educazione sotto i Governi Lula e Rousseff e sindaco di San Paolo dal 2013 al 2017. Dunque, proprio Haddad guiderà il PT e la sua vice sarà Manuela D’Avila, esponente del PCdoB (Partido Comunista do Brasil). Insieme al partito PROS, PT e PCdoB hanno dato vita alla coalizione O Povo Feliz de Novo (Il Popolo Felice di Nuovo).

La parte più interessante del programma della coalizione -che orbita nell’area della sinistra socialista e progressista- riguarda i punti sulla politica interna e la corruzione: elaborazione di una nuova Costituzione; riforma dei tribunali, mirando alla stabilità delle decisioni, alla modifica dei criteri di nomina e alla determinazione del tempo dei mandati; migliorare la trasparenza e la prevenzione della corruzione e combattere l’appropriazione pubblica per interessi privati; riforma del potere giudiziario e del sistema della giustizia. Temi difficili. Bisognerà vedere se Haddad -che non gode della stessa stima di Lula- sarà in grado di ricompattare quel contratto sociale tra il suo partito ed il popolo brasiliano che, dopo lo scandalo tangenti, sembra essersi deteriorato.

Sul fronte opposto al PT si schiera Jair Bolsonaro, capitano dell’Esercito in pensione e leader del PSL (Partido Social Libera), che insieme al PRTB, formano la colazione Brasil acima de Tudo, Deus acima de Todos (Brasile sopra di tutto, Dio sopra di tutti). Bolsonaro, difensore della dittatura militare, fu imprigionato per due settimane nel 1986, dopo aver scritto un articolo in cui si lamentava dei salari troppo bassi dei soldati. L’alleanza – populista, conservatrice, militarista, anticomunista – non può che concentrarsi sui temi della sicurezza, proponendo: il diritto di possesso delle armi, la legittima difesa, pene severe per i reati di stupro come la castrazione chimica, eliminazione della progressione di pena (una specie di indulto) e delle uscite temporanee.

Geraldo Alckmin, esponente del PSDB (Partido da Social Democracia Brasileira), è a capo della coalizione centrista Para Unir o Brasil che racchiude in sé una galassia composta da altri otto partiti (PP, PTB, PPS, PSD, PRB, PR, DEM e SD), tutti convogliati nell’universo della socialdemocrazia o del liberalismo sociale. Laureato in medicina ed ex governatore dello Stato di San Paolo, Alckmin ha già concorso alle presidenziali del 2006, arrivando con Lula al ballottaggio che, infine, lo vide sconfitto. Alckmin non è esente dallo scandalo tangenti, infatti è stato accusato di essersi appropriato di 10 milioni di dollari: accusa sempre respinta. I punti più interessanti del programma di questa coalizione si registrano sul versante economico, con l’idea di privatizzare le imprese statali in modo da liberare le risorse e aumentare l’efficienza, l’apertura dell’economia per far sì che il commercio estero rappresenti il ​​50% del PIL e la riduzione dell’imposta sul reddito delle società per portare investimenti. Nota importante: il PSDB, dalle elezioni del 2002 fino a quelle del 2014, è sempre riuscito ad arrivare al ballottaggio, perdendo al rush finale sempre col PT. Ora che il PT non sembra navigare in acque tranquille, il PSDB, dato anche l’elevato numero di partiti ad esso accumunati, sembra avere grandi chances.

Marina Silva, ex Ministro dell’Ambiente durante il primo mandato di Lula, sembra essere la mina vagante di questo turno elettorale. Sostenitrice e membro PT, si è poi spostata nel 2009 al PV (Partido Verde), con il quale si è candidata alle presidenziali del 2010, uscendone però sconfitta. Nel 2013 ha fondato REDE (Rede Sustentabilidade), con il quale si presenterà alle prossime elezioni nella coalizione  Unidos Para Transformar o Brasil, insieme proprio al PV. La coalizione fa parte del centro-sinistra e promuove delle politiche progressiste e ambientaliste.

Nel 2010 i sondaggi davano la Silva al 10%, ma riuscì a raggiungere il 19,9, mentre nelle elezioni del 2014 arrivò terza raccogliendo oltre 22 milioni di voti. Chissà che non riesca a ripetere l’exploit, magari con numeri più ampi, data anche la difficile situazione del PT, convogliando i voti destinati a quest’ultimo nella sua coalizione.

Altra alleanza importante in orbita centro-sinistra è quella tra il PDT (Partido Democratico Trabalhista) e il più piccolo AVANTE, ex PTdoB (Partido Trabalhista do Brasil), che insieme hanno dato vita a Brasil Soberano (Brasile Sovrano), il cui principale candidato è Ciro Gomes. Gomes, giurista e docente universitario, è in politica dal 1988, e nella sua carriera ha assunto numerosi incarichi: Governatore dello Stato di Cearà, sindaco di Fortaleza, Ministro delle Finanze e poi dell’Integrazione Nazionale. Impulsivo nel linguaggio e veemente nelle dichiarazioni, in tutta la carriera politica ha fatto del trasformismo la sua arte, cambiando svariate volte casacca, accasandosi infine nel PDT. Da buon socialista, Gomes propone la creazione di 2 milioni di posti di lavoro entro il primo anno di governo e la reindustrializzazione del Brasile.

Queste, ad oggi, le candidature che sembrano essere più forti sul profilo politico ed elettorale e che hanno la capacità di raccogliere un bacino di voti importante.

Per quando riguarda le altre otto forze partitiche – all’apparenza minori – che si presenteranno alle urne elettroniche il prossimo 7 ottobre, il panorama è ancora più frammentato, risultato del fatto che in Brasile ci sono oltre 30 partiti che si contendono la scena politica.

A sinistra si collocano Vera Lùcia, esponente del PSTU (Partido Socialista dos Trabalhadores Unificado), di ispirazione marxista e anti-capitalista, e Guilherme Boulos, leader del PSOL (Partido Socialismo e Liberdade) che guida la coalizione Vamos sem medo de mudar o Brasil (Non temiamo di cambiare il Brasile) insieme al PCB (Partido Comunista Brasileiro).

Joao Goulart Filho esponente del PPL (Partido Patria Livre) è schierato dalla parte di sinistra meno oltranzista.

Nell’ala moderata centrista, invece, si posiziona Àlvaro Dias con PODE (Podemos) e l’alleanza con PRP, PSC e PTC chiamata Mudança de Verdade (Cambio di Verità). Sempre al centro troviamo Henrique Meirelles, a capo del MDB (Movimento Democratico Brasileiro), il partito del Presidente uscente Temer, che corre alle elezioni insieme al PHS nella coalizione Essa è a solução (Questa è la soluzione).

Josè Maria Eymal è il candidato della DC (Democracia Cristã), mentre Joao Amodeo di NOVO (Partido Novo).

Ancora più a destra di Bolsonaro vi è PATRI (Patriota), partito nazionalista, conservatore di matrice cristiana, che candida il pompiere militare Cabo Daciolo.

Ibope (Instituto Brasileiro de Opinião Pública e Estatística – Istituto Brasiliano di Opinione Pubblica e Statistica), lo scorso 20 agosto, ha rilasciato sul suo sito un sondaggio elettorale che prende in considerazione la percentuali di voti che riuscirà ad ottenere ogni singolo candidato. La cosa interessante è, però, che i sondaggi sono due: il primo con Lula candidato Presidente e l’altro senza il fondatore del PT.

Nell’ipotesi – poco probabile- che Lula dovesse superare indenne la decisione del TSE e, dunque, essere candidato, Ibope posiziona l’ex Presidente brasiliano al primo posto con il 37% dei consensi, Bolsonaro al secondo con il 18% e le probabili schede bianche e voti nulli al 16%.

Nell’altra statistica – molto più realistica – invece,  il quadro si complica e, con l’uscita di scena di Lula, Bolsonaro salirebbe al 20% con la Silva sotto al 12%. Il numero che salta all’occhio, in questo caso, è il 4% di Haddad ed il numero di schede bianche/nulle quasi raddoppiato, indice che la candidatura di Lula per il PT non è importante, ma vitale.

I due sondaggi sono la fotografia di quanto sta accadendo in Brasile negli ultimi giorni, dove i sostenitori di Lula si sono mobilitati ora che manca meno di un mese alla decisione definitiva del TSE.

La campagna elettorale non è ancora iniziata, ma potrà dire molto sugli eventuali protagonisti del ballottaggio.

Per stabilire il tempo che sarà garantito nelle radio e nelle tv a ciascun candidato, si tiene conto del numero di deputati federali eletti dal partito nel 2014. Bolsonaro, che appare in testa nei sondaggi di Ibope, avrà a disposizione solamente 8 secondi, poiché il PSL ha eletto solo due deputati federali.

Il PSDB, d’altro canto, avrà a disposizione uno spazio che supera i 5 minuti, in virtù anche dell’ampia coalizione di cui fa parte. Il PT di Lula/Haddad avrà 2 minuti e 24 secondi, mentre la Silva appena 21 secondi.

Il risultato, dunque, non è così scontato e i candidati come Silva e Bolsonaro stanno già spingendo la loro campagna sui social-media, ormai imprescindibili.

Ai brasiliani l’ardua sentenza.

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