mercoledì, Dicembre 1

Botticelle e carrozze: schiavitù urbana

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Lo scorso anno a Rimini un ragazzo a bordo di uno scooter, nel sorpassare una carrozza, fu frustato dal cocchiere e ferito alla schiena. Il vetturino si difese dicendo che non era stato un gesto volontario e che la frustata era partita per controllare i cavalli innervositi dal suono del clacson della moto. A prescindere dalla denuncia presentata dai genitori del ragazzo e dal risvolto legale del caso, il problema è un altro. Se il gesto di frustare il ragazzo non è stato volontario, è bene ricordare che il gesto di frustare il cavallo è sempre volontario, del tutto sottovalutato nella sua gravità perché la legge lo ammette.
Nello stesso periodo, anche a Milano, due persone furono travolte da una carrozza trainata da cavalli durante una sfilata di mezzi di trasporto d’epoca; i cavalli, nonostante una caduta rovinosa, non riportarono ferite.
A Cagliari ci fu un incidente dovuto a lavori in corso in una via senza sospendere il servizio con le carrozze, costringendo i cavalli a muoversi in condizioni ancora più inadeguate; anche in quel caso le proteste si fecero sentire. In precedenza, contro lo stesso gestore del servizio, due attiviste manifestarono il loro dissenso con un volantinaggio e furono denunciate per diffamazione, ma assolte nel giugno di quest’anno ‘perché il fatto non costituisce reato’. Evidentemente, affermare sui volantini che quei cavalli erano maltrattati, denutriti, legati a lungo sotto il sole estivo, con poca acqua e poco cibo, corrispondeva a verità. Simili sentenze costituiscono un passo avanti nel fare comprendere l’ingiustizia praticata su questi cavalli.

Purtroppo le norme a tutela degli animali, già di per sé carenti, vengono spesso disattese, avallando comportamenti lesivi. La Legge 189/2004 ‘Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate’ è chiara nello stabilire: «Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro».
Questa legge dovrebbe essere applicata anche al trasporto con le carrozze. Certi regolamenti comunali pongono limiti sull’uso delle carrozze in base alla temperatura atmosferica, ma non è certo questo il punto di arrivo. Bisogna abolire tale forma di schiavitù, dando un importante segnale di civiltà. Inoltre, vedere cavalli stramazzati al suolo, sfiniti dal lavoro a cui sono sottoposti, oltre a essere un esempio di crudeltà nei confronti degli animali, è un pessima carta di identità per una città turistica.
Perché non proporre trenini elettrici? O biciclette che giovano tanto alla salute fisica? Gli animali non sono mezzi di trasporto ma esseri senzienti col diritto di camminare e correre a piacimento in spazi consoni a soddisfare le proprie esigenze etologiche. Alcuni di questi cavalli hanno la fortuna di essere accolti in rifugi e santuari che risparmiano loro una vecchiaia sofferente e una morte cruenta al mattatoio.

Milan Kundera, nel suo libro ‘L’insostenibile leggerezza dell’essere‘ riporta un noto episodio che riguarda Friedrich Nietzsche. «Nietzsche esce dal suo albergo a Torino. Vede davanti a sé un cavallo e un cocchiere che lo colpisce con la frusta. Nietzsche si avvicina al cavallo e, sotto gli occhi del cocchiere, gli abbraccia il collo e scoppia in pianto. Ciò avveniva nel 1889 (…) Nietzsche era andato a chiedere perdono al cavallo (…)».
Non è un aneddoto, ma un fatto realmente accaduto che appare anche in opere cinematografiche come ‘Al di là del bene e del male‘, film del 1977, diretto da Liliana Cavani, liberamente ispirato a fatti reali della vita di Nietzsche e in  ‘Il cavallo di Torino‘, film del 2011 diretto da Béla Tarr e Agnes Hranitzky.
Si dice che fu questo episodio a segnare l’inizio della pazzia del filosofo. Dal 1889 a oggi, parecchi passi avanti sono stati fatti; abbracciare uno schiavo con un ferro in bocca e un peso da trasportare non è un segno di pazzia, e milioni di persone possono orgogliosamente dire «Anch’io sono Nietzsche».

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