martedì, Ottobre 26

Bosnia – Erzegovina: primavera o no? field_506ffb1d3dbe2

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Bosnia-proteste-2014

 

Quasi due settimane fa ormai, nella cittadina di Tuzla, complesso industriale nel nord est della Federazione della Bosnia Erzegovina, è scoppiata la rivolta popolare che ha acceso la scintilla di quella che è stata riconosciuta come la più consistente espressione di protesta civile dalla fine della guerra. Sulla scia dei disordini di piazza a Kiev, in Ucraina, anche le proteste bosniache sono state interpretate da molti come un segnale di rivalsa popolare, ilviadi una nuova era. Stiamo dunque osservando la primavera della Bosnia-Erzegovina, oppure una serie di episodi che andranno via via scemando, senza portare a nessun cambiamento concreto?

I fatti, seppur confusi, forniscono il quadro di un patchwork di proteste e rivolte popolari, più o meno violente, sviluppatesi a catena nelle principali città della Federazione (a maggioranza musulmana). Tuzla, Sarajevo, Zenica, Mostar, solo per citarne alcune. Fonti nazionali contano più di venti città, tutte coinvolte nella protesta. I palazzi governativi e le sedi del potere locali sono stati date alle fiamme, o demoliti, dai manifestanti. I feriti sarebbero più di duecento, e le immagini trasmesse dai notiziari locali fanno emergere i fantasmi della guerra che, vent’anni fa, ha dilaniato il Paese. Automatica è l’associazione alla violenza di natura settaria ma, in questo caso, la natura profonda del malcontento dei cittadini sarebbe più riconducibile al disagio sociale in cui versa la Bosnia-Erzegovina.

Tuzla, terza città in termini di grandezza dopo Sarajevo e Banja Luka, è un punto nodale fra le tre municipalità bosniache, musulmani, serbi e croati. Da sempre, a causa del suo carattere fortemente industriale, è stata sede di tensioni politiche e sociali. In un clima industriale ormai in sfacelo, dove la distruzione progressiva della forza lavoro è contestuale all’incedere delle privatizzazione delle industrie statali, il disagio sociale si sente più che altrove. Ecco perché, è opinione di molti esperti dell’area, era quasi scontato che se mai una primavera in Bosnia-Erzegovina fosse iniziata, la miccia sarebbe stata innescata a Tuzla. Il punto, in questo caso, è proprio capire se gli avvenimenti dei questi giorni nelle principali città del Paese possano essere interpretabili come una ‘primavera bosniaca’ –già a giugno dello scorso anno, quando le proteste erano iniziate, si adombrava la possibilità di una ‘primavera’. Ma non tutte le piazze in rivolta fanno primavera.

Sulla natura delle proteste, sono pochi i dubbi. L’aspetto essenziale che accomuna i disordini sparsi per le città bosniache è uno: la necessità di dare sfogo al malcontento di una popolazione che vive una disoccupazione al 40 per cento, che non si sente rappresentata dalle forze politiche in gioco, che condanna la corruzione galoppante all’interno degli organi di potere, e che soffre di un processo di privatizzazioni che ha distrutto le aziende fonte di sostentamento per una fetta troppo alta della società bosniaca. Sono gli operai, le maestre, i giovani disoccupati, quelli che si riversano in piazza e danno alle fiamme i municipi e altri edifici governativi. Non sono mossi dall’odio etnico, costante eco di una guerra civile ancora troppo difficile da superare, ma dalla frustrazione nei confronti dell’immobilismo di una classe politica inadempiente.

L’eredità di Dayton, l’accordo siglato a tavolino con gli Stati Uniti nel 1995, sta pesando su una Bosnia-Erzegovina allo stremo. L’ordine politico e strutturale che sta alla base della Bosnia-Erzegovina è un ibrido a metà fra lo Stato unitario e la decentralizzazione amministrativa federale, risultato di un mala-compromesso raggiunto con fatica al termine della guerra civile interetnica. La comunità internazionale e il gruppo etnico di maggioranza, i bosniaci musulmani, avevano concordato sull’instaurazione di uno Stato autonomo e unitario. Per consentire anche alla componente serba di accettare l’accordo, si è conformata una condizione paradossale a livello istituzionale: una sorta di triumvirato con presidenza congiunta di tre membri, ognuno rappresentativo di una delle tre comunità etniche del Paese. Il serbo, il croato e il bosniaco salgono alla presidenza con ciclo rotazionale ogni otto mesi, nel corso del mandato di quattro anni.

La complessità del sistema istituzionale della Bosnia-Erzegovina, non si limita alla questione presidenziale. Il forte decentramento del potere, pensato per agevolare la convivenza fra i tre gruppi etnici, ha dato origine a due entità ben diverse che compongono lo Stato, la Federazione di Bosnia-Erzegovina (con capitale Sarajevo) e la Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina (con capitale Banja Luka). Mentre da un lato la Federazione tende a investire più a livello statale che locale, la Repubblica Serba ambisce all’indipendenza e al ricongiungimento con la Serbia. Una frattura insanabile, che gli Accordi di Dayton si sono limitati a cristallizzare.

Questa, la chiave per interpretare i disordini di oggi. Pensare ai problemi della Bosnia-Erzegovina guardando solamente alla Federazione sarebbe uno sbaglio. La violenza ‘in stallo’ di ieri, riconvertita nella struttura di Dayton, ha alimentato una possibile diffusione a catena della violenza a cui stiamo assistendo. I problemi sociali traggono la loro origine da una struttura politica e istituzionale debole, corrotta e vittima della sua costituente. Coloro che vedono la rinascita primaverile, sperano in una nuova conferenza internazionale capace di ridare forma alla Bosnia-Erzegovina. L’Unione Europea, già dalle dichiarazioni a caldo, appare poco incline ad assumere un qualche ruolo nella faccenda bosniaca  -per altro il coinvolgimento UE non è mai stato ottimale, nel 2008 il Paese aveva firmato l’Accordo di associazione e stabilizzazione con la Commissione, ma da allora praticamente non ci sono stati miglioramenti. La responsabile del Parlamento Europeo per le relazioni con la Bosnia, la tedesca Doris Pack, ha parlato chiaramente: «La struttura del Paese, basata su di una costituzione impraticabile che approfondisce le divisioni interetniche, avrebbe bisogno di essere rivista. Noi non possiamo farlo dall’esterno».  

La frustrazione momentanea della società civile, però, non è sufficiente a scardinare il sistema. Serve organizzazione, serve una componente politica o un movimento costituito che trasformi la voce del popolo in azioni. Serve che anche la Repubblica Serba sia coinvolta nel processo, ma al momento si sta limitando a guardare, esprimendo solidarietà per i manifestanti. Potrebbe essere un fuoco di paglia, quest’ondata di manifestazioni. Ma è comunque un segnale importante, che non può essere trascurato, perché il rischio di una situazione via via più difficile sul lungo periodo è verosimile

 

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