martedì, Settembre 28

Borsa di Milano migliore d'Europa field_506ffb1d3dbe2

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La prospettiva di una staffetta Letta-Renzi alla guida del Paese non impensierisce i mercati azionari. Anzi, Piazza Affari chiude in rialzo dell’1,3% a 20.128,95 punti. Boom di richieste per l’asta di Bot a un anno. Il Tesoro fa il pieno e sborsa gli interessi più bassi dalla nascita dell’euro. Anche gli investitori nel mercato del debito fisso snobbano i giochi di potere politici, con lo Spread tra Btp e Bund che è sceso ai minimi dal 2006, in area 197, prima di risalire verso i 200 punti base. Il balzo dei bancari, in particolare delle Popolari e di Unicredit, ha permesso al listino Ftse MIB di superare la soglia psicologica dei 20 mila punti e portarsi sui massimi del 2014. In Europa, dopo Piazza Affari, a salire più degli altri è il Dax30, l’indice della Borsa di Francoforte, che al pari di quanto accaduto ieri mostra una maggiore forza relativa.

In una sorta di ‘post mortem’ sulle previsioni economiche emesse durante la crisi del debito europea, che ha fatto sprofondare l’area della moneta unica nella fase di recessione più profonda dai tempi del Dopoguerra, l’Ocse ha riconosciuto di avere commesso degli errori. Le stime si sono rivelate costantemente sbagliate perché troppo ottimiste. Ad essere sbagliata «è stata in particolare l’argomentazione secondo cui la crisi europea si sarebbe dissipata con il tempo e il fatto che gli Spread tra i rendimenti dei Bond si sarebbero ristretti». Sono stati questi elementi, ammette il Capo Economista dell’Organizzazione di Cooperazione e Svilluppo Economico, Carlo Padoan, «la più importante fonte di errore».

Secondo il Fondo Monetario Internazionale tutte le previsioni sottostimavano l’effetto negativo sulla crescita delle manovre draconiane fiscali. L’austerità ha funzionato, ma le misure di stimolo monetario della Bce e quelle di rilancio della crescita dei singoli Governi sono arrivate troppo tardi. Inoltre l’Ocse ha ammesso di aver preso sotto gamba il possibile effetto che l’indebolimento dell’economia globale avrebbe avuto sugli Stati più vulnerabili dell’area euro. Tenere conto delle azioni poco decise e incisive dei Governi nazionali e dell’impatto della globalizzazione e della crisi dei mercati emergenti rischia di rendere ancora più negative le prossime previsioni dell’organizzazione.

In un’analisi dell’impatto che potrebbe avere la decisione della Corte costituzionale tedesca di rimandare al mittente europeo il compito di esprimersi sulla legalità del programma di acquisto di titoli di Stato europei dei Paesi in difficoltà (OMT) da parte della Bce, la Deutsche Bank dichiara in sostanza che il re Draghi è nudo. La Corte di Karlsruhe potrebbe avere aperto – ed averlo fatto deliberatamente – il vaso di Pandora. Secondo gli analisti della banca tedesca i giudici hanno fatto in modo di chiarire due elementi. In primis che come stabiliscono i Trattati l’OMT non è di competenza della Bce. In secondo luogo di non essere vincolata da una eventuale decisione positiva della Corte di Giustizia europea. La decisione non ha avuto un immediato impatto sui mercati, ma «altera in modo sostanziale il livello di copertura che ci si poteva aspettare sinora da parte della Bce contro l’eventuale esplosione di turbolenze nei debiti sovrani» come quelle avvenute nel 2011.

Secondo quanto annunciato dall’alta autorità tedesca il 7 febbraio scorso «esistono motivate ragioni per sostenere che il programma Omt vada oltre il mandato della Bce e infranga il potere degli Stati membri, violando il divieto di finanziamento monetario al budget». Il programma OMT (outright monetary transactions) è stato presentato dal governatore della banca centrale Mario Draghi nell’agosto del 2012 e prevede la possibilità di acquistare quote illimitate di debito sovrano facente capo ai paesi colpiti dalla crisi.

Tra i fattori che hanno spinto in rialzo le Borse europee quest’oggi gli analisti hanno citato i dati macro pubblicati in Cina. Tuttavia c’è chi mette in dubbio la validità dei numeri. Il rapporto sull’attività commerciale è stato messo subito in discussione dalla maggior parte degli analisti occidentali. Il segnale macro sulla carta dovrebbe servire ad allontanare le paure di un rallentamento della fase di crescita della seconda economia mondiale. Se solo fosse credibile.

Il miglioramento potrebbe essere completamente inventato a tavolino, denunciano dall’Occidente. In particolare considerando il calo dell’attività produttiva manufatturiera nello stesso mese e tenuto conto dei precedenti. Secondo le cifre ufficiali le esportazioni sono cresciute del 10,6% e le importazioni del 10% in gennaio rispetto a un anno prima. I numeri si discostano molto dalle previsioni della vigilia che erano per un calo o al massimo una variazione nulla. Le esportazioni nel gennaio l’anno scorso erano balzate del 25%, sempre secondo i report ufficiali. Allora i dati erano stati ritenuti inflazionati da pressoché tutti gli osservatori. Secondo certuni, il ritornerllo si è ripetuto anche quest’anno.

Al contempo non è che si possa mettere la mano sul fuoco sul fatto che Stati Uniti, Eurozona e Italia non ‘falsifichino’ alcuni dati governativi. In ogni caso, se lo fanno, agiscono a loro modo. La disoccupazione reale, ad esempio, dovrebbe tener conto dei sotto occupati per poter avere un quadro più completo dell’ancora drammatica situazione del mercato del lavoro. I dati di gennaio 2013 pubblicati dalle autorità di Pechino sono stati messi in dubbio da talmente tanti analisti da spingere il Governo a interrompere la pratica che le aziende usano troppo spesso per aggirare i controlli di capitale e le operazioni di contrabbando di miliardi di dollari nel Paese.

Nel frattempo fa scalpore la notizia comunicata dai media tedeschi secondo cui la Bundesbank ha rinunciato al rimpatrio di oro dai forzieri della banca centrale americana. O per lo mento ha rinunciato a rispettare i tempi previsti. Nell’autunno del 2012, in sordina senza fare troppo rumore, la Banca centrale tedesca aveva presentato richiesta di rimpatrio delle sue riserve auree. La richiesta faceva seguito a quella molto più pubblicizzata di rimpatriare un ammontare massiccio di 300 tonnellate.

L’idea era quella di riprendersi 150 tonnellate di lingotti dagli Stati Uniti nel giro di tre anni, con termine del processo previsto nel 2015. Ciò significa che a gennaio 2013 esistevano due richieste di rimpatrio di riserve auree. Una non escludeva l’altra. In pratica la Germania prevedeva di riavere 150 tonnellate dagli Stati Uniti entro il 2015 e 674 tonnellate entro la fine del 2020 da Francia e Usa. Questo era il piano fino ad oggi. Le pressioni della Fed hanno avuto la meglio. Solo 5 tonnellate sono rientrate nel 2013 e come riporta il giornale ‘Handelsblatt’, «per la prima volta la Bundesbank ha ammesso di non credere più di avere la possibilità concreta di rispettare l’impegno per il rimpatrio di oro, almeno non secondo i tempi previsti».

 

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