mercoledì, Dicembre 8

Boom di immatricolazioni

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Crescono le immatricolazioni di auto nel vecchio continente. Nei 28 Paesi Ue, più i tre Efta, Islanda, Norvegia e Svizzera, sono state 1.112.628 a ottobre, il 6,2% in più dello stesso mese del 2013. Nei dieci mesi gli incrementi più significativi sono stati in Spagna (+18,1%) e nel Regno Unito (+9,5%), ma sono cresciuti anche Italia (+4,2%), Germania (+3%) e Francia (+1,4%).

Tuttavia è a ottobre che si è verificato il picco delle nuove immatricolazioni: +26,1% in Spagna, +14,2% nel Regno Unito, +9,2% in Italia e +3,7% in Germania. Solo la Francia ha registrato un calo del 3,8% rispetto allo stesso mese 2013.
In questo trend positivo un ruolo importante è stato ricoperto da FCA. Fiat Chrysler Automobiles ha immatricolato a ottobre nel mercato europeo oltre 65 mila vetture, l’8,4% in più dello stesso mese 2013, con una quota pari al 5,9% (+0,1%). Nei dieci mesi le consegne sono state quasi 654 mila (+3,1%) e la quota è salita al 5,9% (+0,2%).

Nel complesso, però, la produzione industriale metalmeccanica italiana è scesa ai minimi dall’inizio della crisi economica. L’allarme arriva Fabio Storchi, presidente di Federmeccanica. Storchi sottolinea come nel terzo trimestre del 2014 è scesa ai minimi dall’inizio della crisi economica con livelli di circa il 32% inferiori al periodo pre crisi, con ribassi sia rispetto al secondo trimestre sia rispetto al terzo trimestre 2013.

Per richiamare l’attenzione del Paese sull’importanza dell’industria e in particolare del comparto metalmeccanico la tradizionale indagine congiunturale di Federmeccanica sarà presentata giovedì 27 novembre non solo a Roma, ma in contemporanea in 60 territori (con dettagli specifici sulla situazione industriale delle singole aree).

«Vogliamo segnalare l’estrema difficoltà in cui versa il comparto» ha spiegato Storchi in un’intervista concessa all’Ansa. «I piccoli segnali positivi sugli ordini del secondo trimestre non si sono tradotti in aumento delle vendite a causa delle tensioni nell’Est Europa» ha poi aggiunto. «Nel terzo trimestre ci sono dati negativi sia su base congiunturale che tendenziale. Siamo al livello più basso della produzione da quando è iniziata la crisi» ha concluso.

E dati negativi si registrano anche nel settore edile. «A settembre l’indice della produzione nelle costruzioni, corretto per gli effetti di calendario, è diminuito in termini tendenziali del 10,6%, e l’indice grezzo ha segnato un calo tendenziale del 7,5%». Lo rende noto l’Istat, aggiungendo che a livello congiunturale l’indice destagionalizzato ha registrato una flessione del 5,4% rispetto ad agosto.

Nella media dei primi nove mesi dell’anno la produzione nelle costruzioni è diminuita del 6,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e del 7,5% in base all’indice grezzo. Nella media del trimestre luglio-settembre, invece, l’indice è diminuito dell’1,7% rispetto ai tre mesi precedenti.

E il riferimento alla crisi dell’industria italiana è arrivato anche da Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, il quale in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico del collegio universitario Lamaro Pozzani dei Cavalieri del Lavoro l’ha definita «malata». «Soffre per un modello di specializzazione tradizionale, per una produttività cresciuta troppo poco, per lo scarso livello di digitalizzazione, per la scarsa integrazione con i servizi, per gli insufficienti livelli di conoscenza della manodopera» ha affermato il leader degli industriali. Squinzi parla di 80mila imprese di trasformazione scomparse, un milione di posti di lavoro persi. «Ma la crisi ha avuto anche degli effetti benefici» aggiunge. «Molti imprenditori hanno cambiato cultura, atteggiamento e marcia. L’export italiano continua la sua marcia positiva. Una parte importante dell’industria italiana ha capito il cambiamento e cerca di governarne le dinamiche. Chi di noi ha investito sui giovani e sul loro sapere è stato ampiamente ripagato. Il sapere, la ricerca e l’investimento sui giovani, rendono» ha concluso il leader di Confindustria.

Ma la crisi perdura e non risparmia nemmeno il settore bancario, che fa registrare un aumento delle sofferenze. A settembre, secondo il rapporto mensile dell’ABI, «le sofferenze lorde sono salite a 177 miliardi di euro dai 174 di agosto (+22% su base annua) mentre quelle nette sono passate da 79,5 a 81,4 miliardi».

Risultati poco soddisfacenti, nonostante la discesa dei tassi d’interesse sui nuovi mutui, avvenuta grazie alle misure messe in campo dalla BCE, che hanno portato i «tassi sui nuovi mutui ai livelli di 4 anni fa». E’ quanto segnala l’Abi nel suo rapporto mensile. Secondo l’associazione bancaria italiana, infatti, «a ottobre il tasso medio si è ridotto al 2,92% (2,99% il mese precedente). Il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese si è ridotto al 2,82% (il valore più basso da febbraio 2011)».

In compenso, precisa sempre l’ABI, «alla fine del primo trimestre 2015 i prestiti a famiglie e società non finanziarie dovrebbero tornare in territorio positivo». Ad affermarlo è Gianfranco Torriero, responsabile del centro studi dell’Abi. Diverso è invece il discorso sui risultati dei finanziamenti complessivi (inclusa la P.a e le società finanziarie) influenzati da altre variabili. Torriero ha rilevato come la spinta sui prestiti a famiglie e aziende arrivi dai mutui che salgono molto come flussi, e meno come stock, poiché «gli ammontari richiesti sono minori rispetto agli anni precedenti visto che si acquistano case meno costose».

Ma oggi l’ABI ha annunciato anche un importante novità per sviluppare in tutta Italia i pagamenti via telefonino. Insieme ai consorzi Bancomat, Cbi e Abi Lab, infatti, è partito il progetto inerente ai micropagamenti e in particolare dei mobile payment.

Si tratta in sostanza di dotare il Paese di una soluzione bancaria condivisa a livello di settore che consenta agli italiani di fare acquisti e pagare prodotti e servizi tramite il telefonino cellulare.
«Favorire lo sviluppo dei pagamenti mobile significa contribuire ulteriormente alla digitalizzazione e alla modernizzazione del Paese» ha affermato Camillo Venesio, Presidente del Comitato Pagamenti dell’Abi. «In questo modo si ridurrà la circolazione di denaro contante, che in Italia rappresenta tuttora lo strumento più utilizzato, oltre che il più costoso per la collettività» ha aggiunto.
«Nel nostro Paese, infatti, i costi di gestione del contante sono stimati in 8 miliardi l’anno, pari allo 0,52% del PIL contro una media europea dello 0,40%, e sono più elevati che nel resto d’Europa proprio perché‚ gli italiani utilizzano di più il contante. In Italia, oltre l’85% delle transazioni avviene cash a fronte di una media europea inferiore al 60%, che nei Paesi nordici scende sotto il 40%».

Intanto in Europa torna protagonista la Germania, grazie al balzo di fiducia investitori. A novembre, infatti, l’indice Zew è balzato a 11,5 da -3,6 di ottobre. E’ il primo aumento in 11 mesi ed è nettamente superiore alle attese degli economisti che non andavano oltre un +0,5. «Le recenti statistiche sulla crescita nell’Eurozona mostrano che l’economia si sta stabilizzando» spiega in una nota Clemens Fuest, presidente dell’istituto Zew. «Tuttavia la situazione economica rimane fragile anche per le tensioni geopolitiche» ha aggiunto.

Il dato sulla fiducia degli investitori nell’economia tedesca, tornata a crescere per la prima volta in un anno, e la decisione del Giappone di posticipare il nuovo aumento dell’Iva, conducono le borse europee a una chiusura in rialzo. A spiccare è proprio Francoforte, con l’indice Dax in progresso dell’1,61% a 9.456,53 punti.
Il Cac 40 di Parigi sale dello 0,86% a 4.262,38 punti, l’Ftse 100 di Londra guadagna lo 0,56% a 6.709,13 punti, l’Ftse Mib di Milano avanza dello 0,71% a 19.352,95 punti, l’Ibex di Madrid segna +0,94% a 10.428,1 punti. Da segnalare il rimbalzo di Atene, che cresce del 4,07%.

 

 

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