lunedì, Luglio 26

Bookcrossing, i pirati del libro

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Avete mai pensato di diventare dei bookcorsari? Se non lo siete già è perché non amate la lettura o non conoscete ancora il bookcrossing, il fenomeno che da qualche anno spopola in Italia sulla scia della moda che prende il nome di sharing economy. L’idea originale è made in Usa e risale al 2001 quando Ron Hornbaker e sua moglie Kaori aprirono bookcrossing.com, un club gratuito di libri on-line che nasceva con l’intento di “rendere il mondo intero una biblioteca”.

Funziona così: per prima cosa bisogna possedere un libro e registrarlo con i suoi dati sul sito; durante la registrazione il sistema assegna al libro un numero univoco (il BCID) che dev’essere riportato sul libro (tramite un’etichetta o a mano). Subito dopo bisogna uscire di casa e lasciare andare il libro, non importa se sia per strada, su una panchina al parco o in un altro Paese durante un viaggio, bisogna trovare il coraggio e abbandonarlo. Chi ritrova il libro lasciato in libertà dovrà fare riferimento al BCID al suo interno e scegliere se registrarne il ritrovamento e seguirne il percorso. Può scegliere anche di commentare e far sapere al proprietario originario o precedente l’avvenuto ritrovamento. È libero di tenerlo o lasciarlo andare nuovamente, e così all’infinito, se si vuole.

Il BookCrossing è un’attività globale, con iscritti in più di 130 paesi, dall’Antartide fino allo Zimbabwe. La maggior parte degli iscritti si trova negli USA. La comunità europea cresce di giorno in giorno. Ad oggi si contano 508,580 bookcrossers e 3,461,527 libri registrati e sono numeri destinati a salire: ogni giorno si iscrivono in media di 300 persone. Ogni libro registrato e ogni persona iscritta aumenta in modo esponenziale la possibilità di incontri, virtuali o anche reali, e la condivisione di milioni di storie diverse. Perché farlo? La risposta non è univoca, qualcuno vede il bookcrossing come il moderno messaggio nella bottiglia, una cosa da sognatori che credono nella fatalità e nel destino. Altri lo considerano divertente e all’insegna dell’avventura. Molti lo fanno per generosità. Tantissimi come lo stimolo giusto, volontario e gratuito, per diffondere cultura e amore per la lettura e, magari, farsi nuovi amici che condividono gli stessi interessi.

Eppure, a prescindere dalle proprie motivazioni, il bookcrossing è a tutti gli effetti un fenomeno di rilevanza sociale che sta suscitando grande interesse, anche dalla comunità accademica: spopolano sul web le tesi che accomunano il bookcrossing all’economia del dono e lo descrivono come un fenomeno culturale che mette assieme questi due medium importanti, il libro e la rete, dando luogo ad una vasta struttura comunitaria online. Un meccanismo che denuncia, velatamente, un bisogno di condivisione da parte della comunità dei lettori che evidentemente le Istituzioni preposte non riescono a soddisfare adeguatamente.

Per saperne di più e capire a fondo le motivazioni che si nascondono dietro la pratica del bookcrossing abbiamo intervistato Lucia, l’amministratrice del sito BookCrossing Italy, versione italiana della piattaforma originale creata su misura per i “bookcorsari”.

Lucia, ci dica, quando e come nasce il sito BookCrossing Italy? 

Nasce nel 2002 per offrire supporto ai bookcrosser italiani, cioè agli iscritti italiani del sito di riferimento www.bookcrossing.com, ai tempi solo in inglese.

Al momento ci sono 508,580 iscritti dopo 14 anni dall’apertura. Un successo o ci si aspettava qualcosa in più?

Questi sono gli iscritti a www.bookcorssing.com, da tutto il mondo. A me personalmente sembra un gran bel numero!

Un paio di anni fa La Stampa pubblicò un servizio dove si denunciava l’insuccesso del bookcrossing in Italia. Effettivamente non è sulla bocca di tutti e rimane una pratica relativamente di nicchia rispetto agli Stati Uniti. Come mai secondo lei? 

Io direi che non è così, come abbiamo anche dimostrato alla giornalista del La Stampa che non fece riferimento ad alcuna informazione. Ormai il bookcrossing è molto diffuso anche in Italia, e molto noto (pur essendosi creata una certa confusione con il booksharing, lo scambio libri). I numeri relativi all’Italia non sono affatto di nicchia (32000 e passa iscritti, 2415 libri in circolazione in questo preciso momento).

Oltre all’idea di creare una grande biblioteca a cielo aperto vedo un forte richiamo a una cultura della condivisione che oggi si fa un po’ fatica a ritrovare nella vita di tutti i giorni, non trova?

No, non trovo, anzi: direi che il bookcrossing ha precorso una tendenza verso la sharing economy che negli ultimi anni è esplosa ed ha sempre più successo.

In un mondo totalmente digitalizzato (pensiamo alla fruizione della musica ad esempio) perché secondo lei il libro fisico affascina ancora così tanto? Perché la comunità dei lettori sente la necessità di “toccare con mano” e condividere il libro in quanto oggetto? 

Anche su questo sarei meno estrema, gli ebook sono sempre più diffusi ed hanno un’indubbia praticità che i lettori apprezzano, direi che si è affiancato e non sostituito al libro cartaceo perché il fascino di quest’ultimo è indubbio, ma ciò che a un bookcrosser interessa è la storia. Se fosse affezionato maniacalmente alla fisicità dell’oggetto non potrebbe liberarlo!

Ho notato che sul sito si fa spesso uso di termini molto specifici che un estraneo avrebbe difficoltà a comprendere. L’idea di creare un proprio “linguaggio” ha lo scopo di ricreare un senso di comunità? Al contempo non limita la diffusione? 

In realtà è successo il contrario, il linguaggio si è creato nella community originaria appunto perché non esisteva una versione italiana e si è mantenuto per folklore e affetto. Ora con la versione italiana del sito ‘madre’ non è più così ed è stato mantenuto solo qualche vocabolo o dalla versione in inglese, perché radicato nel linguaggio delle community, o per particolare affetto (penso alla definizione di bookcorsari, che è talmente perfetta da non poter essere soppiantata).

Riprendendo il concetto di comunità. Il bookcrossing unisce il vecchio al nuovo, il libro al web, e ha lo scopo di creare relazioni, virtuali e non. Potremmo parlare di un vero e proprio fenomeno culturale, un caso di studio per la sociologia moderna?

Altroché, le tesi sull’argomento sono numerosissime.

E le case editrici cosa ne pensano? Si lamentano o appoggiano l’iniziativa? D’altronde c’è sempre chi percepisce qualche svantaggio dalla “sharing economy”.

Entrambe le cose! Alcune lungimiranti hanno messo in circolazione libri tramite il circuito e ne hanno avuto un riscontro.

E’ una iniziativa volontaristica che nasce da un bisogno della gente e si propone di incentivare e stimolare la popolazione alla lettura. Pensa che le Istituzioni non lavorino sufficientemente in questo senso? E le biblioteche?

Non esattamente, si propone di far circolare le storie ma non ci sono scopi didattici od educativi. Certo il bookcrossing in Italia ha avuto grande successo soprattutto all’inizio, in un periodo in cui non esistevano social network ecc., perché i lettori italiani erano effettivamente affamati di condivisione e confronto tra lettori. Da bibliotecaria quale sono penso che in effetti le istituzioni possano fare di più!

Per adesso tutto il sistema è improntato sul principio della libertà e della gratuità. Ricevete sostegno economico per il progetto? Ci sono stati riconoscimenti “ufficiali” qui in Italia?

No assolutamente, alcune istituzioni hanno appoggiato e incentivato, ma il tutto è molto libero.

Quali sono state le iniziative più grandi e di maggior successo che avete organizzato? Che progetti ed obiettivi riservate per il futuro? 

Di certo due tipi di iniziative: le ‘megaliberazioni’ (organizzazione di un gruppo di persone che si incontra con tanti libri e li lascia liberi tutti insieme in un certo momento) e le raccolte di libri per esigenze particolari (ad esempio biblioteche terremotate). Continueremo di sicuro con queste e, parallelamente stiamo pensando a progetti specifici per le scuole che finora abbiamo organizzato saltuariamente su richiesta ma ci piacerebbe fare in maniera più strutturata.

 

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