sabato, Settembre 18

Bonino: la Turchia, le donne, il Mediterraneo

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Il Mediterraneo è un ‘lago’, sulle cui sponde si fronteggiano popoli che si guardano con reciproci diffidenza e pregiudizi. Emma Bonino, con la sua consueta efficacia dialettica, ha offerto ieri sera, a un affollatissimo uditorio del Soroptimist International d’Italia del Club Roma Tiber, presieduto da Elvira Gaeta – alla presenza della massima autorità nazionale dei club, Anna Maria Isastia un affresco della situazione della sponda sud di quel lago‘, in particolare in relazione alla condizione femminile nei Paesi arabi (anzi, islamici).

E alla vigilia della partenza, oggi, di Papa Francesco per la Turchia, nella sua analisi a 360 gradi, Emma Bonino ha toccato anche il delicato capitolo Recep Tayyip Erdogan  –sempre più protagonista, lui e la sua Turchia, sullo scenario internazionale. Nei giorni scorsi, il Presidente Erdogan  -che nel primo pomeriggio darà il benvenuto nel palazzo Presidenziale a Papa Francesco- era balzato agli onori delle cronache internazionali per aver affermato che le donne non sono eguali agli uomini, bensì equivalenti.  Secondo l’ex Ministro degli Esteri, Erdogan  «rappresenta un passo indietro in tema di diritti individuali, con una Turchia sempre più autarchica che colpisce donne, giornali e intellettuali». La responsabilità di questa situazione, secondo Bonimo, è anche dell’Europa:  «Non averla accettata -ipocritamente- nel 2005 nella UE fu un nostro errore e ciò ha spinto la Turchia a guardare da un’altra parte».

Sulle due sponde del ‘Mediterraneo lago’, «dobbiamo cominciare a conoscerci»,  ha detto Emma Bonino, «non perché sia obbligatorio andare d’accordo, bensì perché dalla conoscenza ci sono obiettivi giovamenti. Loro, dall’altra sponda, ci guardano come il mondo del benessere, della libertà, ma anche della patologia di tali elementi; noi, rispetto a loro, ci sentiamo in crisi, anche più di quanto sia vero. La nostra è la prima generazione del dopoguerra in cui i figli saranno più poveri e insicuri dei padri».

Un esempio, la senatrice Bonino, l’ha tratto dalla sua esperienza familiare: «Vengo da una famiglia di contadini poveri, sono nata nel ’48 e la guerra era finita da poco. La loro ambizione per noi figli, per tutte le famiglie contadine per i propri figli, è che non fossero più obbligati a lavorare la terra, ma che conquistassero un buon posto di operaio nelle fabbriche che stavano sorgendo orinascendo». Oggi, più di allora, che eravamo concentrati sulla ricostruzione, sul rilancio economico, abbiamo l’esigenza di conoscere chi ci sta di fronte, per poterlo giudicare con obiettività e minori stereotipi.
«Ad esempio  dobbiamo agire non facendo di tutta un’erba un fascio, ovvero ritenendo che le situazioni dei singoli Stati siano la fotocopia l’una dell’altra. D’altronde anche loro, guardando verso di noi, commettono la stessa miope generalizzazione. Contrariamente a quanto noi crediamo, il loro legame linguistico, ossia l’arabo, rappresenta uno strumento, e non un’identità; invece l’Islam è un’identità, più che una religione. Tanto che ci troviamo di fronte a diverse nuance dell’Islam, da quella più ‘aperta’ e tenue del Marocco fino alle forti tinte dell’Arabia Saudita. Il Corano non ha interpretazioni condivise… ogni imam ha la sua; mentre la religione cattolica si rifà all’interpretazione unica che discende dal Papa… a proposito, Francesco sta aprendo verso orizzonti innovativi davvero fantastici».

Il panorama è differenziato: «Si va dalla Tunisia completamente laica nelle sue istituzioni, dove l’Islam è blando e per le donne non sussistono problemi, se non riguardo alle questioni ereditarie»,  ha spiegato, «passando per il Marocco, che laico non è, col Re discendente del Profeta, ma in cui la religione non blocca la società come, invece, avviene altrove, alla Libia, che musulmana non è, ma dove tutto è, ora, abbastanza confuso fino ad approdare alla Penisola arabica, regno della sharia e della più rigida osservanza a precetti inflessibili; e poi c’è l’altro Islam degli sciiti. Occorre sforzarsi a percepire tali differenze perché esse vanno tenute in conto nell’elaborare strategie politiche diversificate. Nel caso delle donne, però, salvo casi sporadici, esse hanno nel complesso pochi diritti, in certe situazioni pochissimi o men che tali».

Si tratta di una situazione in cui non possiamo farci maestri. «Se guardo alla situazione italiana di quando sono nata io  questo Paese è irriconoscibile, per quanto ha progredito», ha affermato l’ex Ministro. Eravamo assai vicini, rispetto alla condizione femminile, a ciò che accade in certi Paesi arabi. E, nell’identificare le campagne a sostegno delle donne in tali Paesi, va tenuta presente la situazione effettiva e la maniera di approcciarla più giusta. Una che serve alle donne tunisine è assai diversa da un’altra, dedicata alla conquista dei diritti per le donne yemenite o egiziane. In Tunisia, la parte riguardante i diritti umani è ormai scontata; ciò che occorre conquistare è un empowerment economico e cultural/scolastico. In Egitto, ebbe successo la campagna condotta per estirpare la pratica delle mutilazioni genitali femminili, tanto che si è tradotta in una legge in materia che le proibisce; malgrado i rivolgimenti registratisi successivamente e l’involuzione politica, quella legge non è stata toccata; non si è tornati indietro. Quanto alla sua effettiva applicazione, non è garantita; ma, d’altronde, non siamo un Paese che può dare lezioni in tema di applicazioni di leggi.
Quest’esperienza ci ha insegnato che, quando si riesce a ottenere che ci sia una normazione, non si torna indietro; se, invece, questo traguardo legislativo non si raggiunge, il ritorno verso politiche tradizionaliste porta con sé una botta d’arresto nell’estirpazione di pratiche oscurantiste.
Ad esempio, il caso egiziano dei matrimoni giovanili forzati. La campagna in materia stava facendo progressi, ma non si era ancora tradotta in legge. Oggi, laddove il Governo in carica rappresenta un’ala più regressiva, di restaurazione autocratica, il fenomeno sta risorgendo e moltiplicandosi.
L’Arabia Saudita e buona parte della Penisola arabica rappresentano la punta massima di una condizione femminile deteriore, dove le donne non possono guidare l’auto o vivere uno straccio di vita pubblica e la parte normativa non esiste del tutto: «Nell’approcciarsi a quell’area», a detta di Emma Bonino «si è sbagliata politica o gli obiettivi volevano raggiungersi con strumenti inadeguati. Ma, ripeto, ogni Paese è un caso a sé. E la Primavera Araba   -definizione che non mi piace, perché racchiude in sé qualcosa di roseo, di gentile, ben lontano dai moti di piazza che l’hanno animata-   è esplosa per caso, anche se il fenomeno ha avuto una lunga gestazione, nell’ambito di movimenti femminili e giovanili che elaboravano il cambiamento. E ci sono ancora focolai che covano sotto la cenere. Oggi nessuno parla di Algeria: secondo me è un altro Paese sull’orlo del caos, perché non può continuare a ‘tenere’ così».
Non nascondiamocelo, dice Emma Bonino: «accadranno ancora molte cose, giacché la transizione non è mai stata senza difficoltà e sono prevedibili molti stop and go, focolai di guerre civili, movimenti rivoluzionari interni. Emerge un grosso scontro nell’area sunnita, per motivi di supremazia fra gruppi interni».

E, in tutto questo, le donne? Per Emma Bonino: «Le donne sono state protagoniste di questo risveglio, laddove c’è stato; in altre situazioni, si stanno preparando ad esserlo. Rispetto ad esse, ad esempio in Tunisia, si è replicata la stessa situazione avvenuta in Italia all’indomani nella Liberazione: furono co-protagoniste della Resistenza, ma, finita la situazione emergenziale, furono di nuovo emarginate dalla vita pubblica, risbattute al focolare. Passa il principio, allora in Italia, oggi in Tunisia, che la politica è una cosa maschile. Bisogna, però, solo pazientare. Il mondo non torna mai indietro; può esserci una battuta d’arresto per le donne, ma non vanno ad intaccarsi i diritti quesiti. E sta avvenendo un fenomeno che diverrà un vero e proprio grimaldello per la conquista di un ruolo pubblico per le donne; un fenomeno che è stato anche evidenziato dal ‘Financial Times’: anche nei Paesi del Golfo, le donne stanno conquistando un’altissima scolarizzazione, con l’apertura di ottime Università. E ciò non nelle discipline umanistiche, bensì in quelle scientifiche, con fisiche, ingegnere, architette all’avanguardia. Le leadership maschili non si sono rese conto che si stanno, involontariamente, creando i presupposti per un’esplosione al femminile, una rivoluzione strisciante: non si parte, dunque, dalle lotte per i diritti civili, ma dall’istruzione di alto profilo».

Si sta creando una generazione di donne istruite, poliglotte, sempre connesse sul web che, presto o tardi, qualche diritto lo comincerà a rivendicare! Non ci si rende conto che la promozione del 50% della popolazione, ovvero le donne, si traduce nel miglioramento complessivo dell’intero sistema-Paese.

La ‘ricetta’ dell’ex Ministro degli Esteri e Commissaria europea è semplice: «Non essere eguali l’un l’altra è una forza; bisogna farne un valore; le differenze, una volta riconosciute, devono essere, per le donne, una leva sociale. E non mi strapperei i capelli per il sistema delle quote rosa, anche se se ne comincia a parlare pure sulla sponda Sud. Le si considera una situazione emergenziale. Forse per quei Paesi che non sono l’Italia; qui da noi, tutto ciò che è emergenza diventa inamovibile. E’ il merito la chiave di volta di un Paese sano. Un merito che deve valere sia per gli uomini che per le donne. Nella mia vita, infatti, ho visto tanti maschietti immeritevoli in posizioni autorevoli soltanto perché cooptati in qualche cordata…». Il merito rappresenta la strada più lunga, ma più vantaggiosa. Ora è di moda essere giovani: esserlo non è un gran merito. Capita e dura pochissimo. Non può essere un discrimine per stare in politica. Il merito non ha età … «Comunque, adesso nel nostro ordinamento c’è una legge sulle quote: l’hanno fatta? Ora son pregati di applicarla».

E il velo? Con il consueto sense of humour, Emma Bonino ha fatto capire che non si tratta di una questione primaria: «Mi rispose una mia amica egiziana: ‘Il velo mi copre i capelli, non è che mi brucia il cervello…’». Quello che però non è accettabile è che, una volta in Italia, il velo non deve rendere irriconoscibili le persone. Esiste una legge, emanata ai tempi del terrorismo e vigente nel nostro ordinamento, per cui una persona dev’essere riconoscibile nei luoghi pubblici. «E va rispettata, da cittadini e stranieri; non si tratta di discriminazione religiosa, ma di ordine pubblico».

 

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